i racconti di Milu
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Indice
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Ci si sveglia così: la testa frastornata da troppe poche ore di sonno, mentre quel rumore elettrico e metallico ti rimbomba nelle orecchie, cancellando la minima eco di quei sogni che stavi facendo. Rumore elettrico, come un ronzio nella testa.
Il campanello suona. Suona ancora. Cazzo. Devo alzarmi. Mi avvolgo nell'accappatoio di spugna ancora bagnaticcio e con quell'odore di bagnato tutt'altro che piacevole, ancor di meno alla mattina.
Che ore sono? L'orologio è oltre la metà, ma non vedo se sono i minuti o le ore.
Fanculo. Mi muovo verso la porta bofonchiando qualcosa senza senso, sperando di far smettere quel dito che preme.
"Fanculo" lo dico, senza rendermi conto che ho appena aperto la porta e quello che esce è la prima parola forbita della giornata e risulta come saluto al mio interlocutore.
Due occhi pieni di lacrime, due occhi castani di cui si vede solamente l'ombra dietro un alone liquido di lacrime e tanti capillari arrossati. Occhi rossi e un viso pieno di lacrime che mi guarda. Chi cazzo è? Non faccio in tempo a farmi la domanda che vedo quella che è poco più di una ragazzina in casa mia. Me la trovo con le braccia al collo, mentre piange ancora, a dirotto. Chi cazzo è? Non capisco cosa possa essere successo. È troppo presto e non capisco nulla. L'unica cosa che riesco a fare è chiudere la porta, come se il fatto di avere quell'essere attaccato addosso fosse la cosa più normale del mondo.
Inizio a sentirne il peso, mentre cerco di muovermi, e allora le prendo la testa, forse le carezzo i capelli, castani, morbidi, lunghi fin oltre le spalle, ma arruffati, umidicci. Rialza di nuovo quegli occhi castani. Li guardo e lei tira su con il naso. Ha un viso da ragazzina, ma ora mostra tutti i suoi anni. È sulla trentina. Avrà la mia età. La faccia da rincoglionito della prima mattina probabilmente la rassicura, tanto che si stacca appena e si siede a terra, nell'atrio di casa mia e mi guarda.
Noto solo ora che è anche vestita come una ragazzina. Soprattutto la lunghezza degli abiti è da ragazzina. Ha un paio di sandali alla schiava, con i lacci che le cingono il polpaccio fino a metà, tornito il giusto. Le cosce sono quasi completamente scoperte e messe in mostra da una gonnellina corta, liscia, nera, aderente alle forme delle sue gambe. Addosso solamente una maglietta, semplice. Questo era l'abbigliamento uscita da casa. Ora la gonnellina era spostata verso il basso, lacera e la maglietta strappata, tanto da mostrare l'assenza del reggiseno, quasi come uno spacco voluto, che mostra il solco di due seni sodi e grossi, nonostante la stazza minima di lei: sarà 1 metro e 60 e poco più di quaranta chili, ma avrà una quarta comoda.
Mi fissa e tira su con il naso. Oltre alla mia elegantissima presentazione non riesco ancora a dire nulla. "Che cazzo…?" riesco a dire finalmente. Non che sia una frase di senso compiuto, ma lascia intendere qualcosa. Oltre che seduta ora tira le gambe ai seni, mostrando anche l'assenza di mutandine e un'umidità inconsueta sul suo sesso.
Tira su con il naso "Mi volevano scopare" dice senza un nesso logico. Non parlo, non faccio in tempo, perché il cervello è ancora spento. Chi? Non lo chiedo, lei mi guarda e chiude con le braccia le sue ginocchia "Quegli stronzi mi volevano scopare" mi dice ancora, mentre ora una sua mano passa verso la gonnellina, verso il suo sesso e lo sfiora, mentre noto ora che le sue mani sono umide come il suo sesso, velate di umori. La guardo e non parlo "Li conosci? Quegli stronzi qua sotto!". Non collego ancora. Alzo il telefono "Chiamo i carabinieri". Alza una mano e mi blocca con un gesto. Non avevo ancora digitato nessun numero. "No, no!" dice e io guardo quella mano umida che mi ha bloccato.
Mi squadra. Lo noto solo ora. Mi squadra in quella mia mise mattutina abbastanza inconsueta e nota che anch'io la stavo squadrando. Noto qualcosa di strano in quegli occhi, ma non mi faccio strane domande. È così minuta. La fisso e lei quasi mi supplica. Senza le parole. Poi apre bocca: "Mi volevano…". Qualcosa blocca quella farsa. Quel qualcosa è un'erezione mattutina, combinata alla visione di quello scricciolo di donna che mi sono trovato in casa. Fissa quel bozzo che ha preso forma sotto all'accappatoio e deglutisce mentre si passa la lingua sulle labbra. "Voglio…" dice senza riuscire a concludere la frase. La vedo chiudere gli occhi e forzare un attimo, spingere. Vedo quel sesso schiudersi e lasciare uscire a poco a poco un cetriolo bitorzoluto, non troppo grosso, ma umido completamente di umori. La mia faccia deve essere stranita, perché le sue lacrime scendono di nuovo copiose.
"Sì, sono una troia, sono una ninfomane, volevo farmi scopare e non hanno voluto. Qua sotto ho provato a battere ma mi hanno solamente guardato mentre mi masturbavo…" dice mentre la sua mano prende quel cetriolo e se lo infila in bocca iniziando a succhiarlo in maniera inconsueta, succhiando come un disidratato che nel deserto trova una fonte d'acqua. Succhia come una necessità e la guardo. Ce l'ho duro e se ne accorge. Ce l'ho duro e quel cetriolo è oramai completamente nella sua bocca.
Mi guarda con quegli occhioni, mentre slaccio l'accappatoio e lascio che il mio sesso si mostri completamente in quell'erezione quasi completa. La cappella è coperta ancora a metà dalla pelle, è umidiccia e vedo i suoi occhi che la puntano. È un attimo, perché si allunga famelica, con le sue labbra e con la stessa intensità posa le labbra, solamente quelle, sulla mia cappella e inizia a succhiare, aspirandomi. La sento, intensa, e lecca. Lecca ora e il cetriolo si posa al suo fianco. Sento il sesso crescere e sento la sua lingua disegnare la sagoma della mia cappella, mentre risucchia. Risucchia e lo gonfia. La guardo, ma lei ha gli occhi fissi sull'asta, che vede irrigidirsi e le cui vene pulsano. È un attimo, lo sento pulsare e avanzo, un passo, due e la spingo contro la parete. Il suo cranio è bloccato e il sesso affonda, lentamente, mentre lei apre le labbra, le allarga oltre la misura. Sento la sua bocca tirare, e ora sento i miei testicoli batterle sul mento. Sono gonfi a dismisura. Sento le sue tonsille che titillano la cappella e, nonostante tutto, la sua lingua mi carezza l'asta. Lo tiro fuori. Almeno l'asta. E la vedo prendere aria, sento il suo naso respirare, e del muco uscire involontariamente, frutto del pianto precedente. Lo pulisce con la lingua e cerca di prenderlo in bocca. Non fa in tempo perché glielo pianto di nuovo in gola. Una nuova botta contro la parete. Un colpo, un altro. Le sto scopando la bocca e tutte le volte la sento contro la parete. La sento gorgheggiare e sento le sue tonsille chiedere pietà, i suoi occhi invece si alzano, ancora rossi, ancora lacrimanti, ma le sue gambe sono larghe, come le mie, e la sua figa rossa, umida, bagnata. Le scopo la bocca, un colpo via l'altro. È un buco e le piace, perché il mio pavimento si bagna.
Note finali:
Continua...