i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Simona era una bella ragazza siciliana. Aveva capelli lunghi e corvini che le dondolavano dolcemente seguendo il ritmo dei suoi passi, un sorriso bianco e penetrante, grandi occhi scuri. Era alta, magra, un bellissimo corpo sinuoso. Portava spesso morbidi pantaloni che le fasciavano il sedere perfetto e lasciavano intuire la sua preferenza per il perizoma. A volere essere proprio pignoli, non avrebbe guastato una mezza misura di seno in più e un'attaccatura dei capelli un paio di millimetri più alta, ma siamo proprio ai dettagli.

La conobbi un giorno di agosto, quando si presentò per uno stage formativo nell'azienda dove lavoravo e nella quale a quel tempo ero vice responsabile di un reparto. Si presentò affacciandosi timidamente nel nostro open space. La segretaria la condusse da me affinché la istruissi sulle sue mansioni. Lei si avvicinò io mi alzai in piedi per stringerle la mano e per presentarla ai colleghi presenti quel giorno. Poi la condussi nello stanzino del caffè, gliene offrii uno e ci sedemmo. Iniziai a informarmi sui suoi studi e sulle sue esperienze lavorative precedenti.

I nostri rapporti restarono rigorosamente professionali durante tutto il mese della sua permanenza da noi. Notavo la sua bellezza, ma ero anche consapevole dei nostri ruoli e della differenza di età. Ho sempre odiato gli uomini che approfittano della propria superioritá gerarchica per fare avances alle fanciulle, ho sempre odiato ogni forma più o meno esplicita di ricatto.

In quel periodo avevo una relazione che si trascinava stancamente con una donna separata. E avevo un forte interesse nascente per una biologa ligure trapiantata a Milano, Claudia, poco più grande di Simona, con la quale intrattenevo rapporti esclusivamente telefonici e via sms. Ci eravamo conosciuti durante un convegno all’estero, eravamo rimasti in contatto. Lei conviveva con il suo fidanzato, ma non sembrava molto felice. Proprio come me.

Una sera tornai a casa dopo una cena svogliata con la separata, cena cui non avevo desiderato dare seguito. Fermai la Transalp davanti all’unico bar aperto della zona per l’ultimo caffè e i cornetti per la colazione. Mentre ero davanti al bancone vidi nello specchio entrare Simona.

- Che ci fai qua? - le chiesi.

- Ho amici a casa, sono scesa a prendere una bottiglia di prosecco - sorrise.

- Abiti da queste parti?

- Qui dietro - disse indicando la strada con la mano.

Non eravamo a più di 3-400 metri di distanza da casa mia.

- Perché non sali a farti un piatto di spaghetti con noi?

La ringraziai declinando l’invito. Non avevo colto nelle sue parole niente altro che gentilezza.

Lo stage finì, e Simona tornò all’università. Era chiaramente disinteressata alle attività di quel ramo d’azienda, e un paio di volte avevo dovuto richiamarla a una maggiore concentrazione:

- Non è detto che tu possa scegliere sempre cosa fare nella vita. E poi questo è uno stage, prendi e incamera tutto, alcune cose le dimenticherai, altre ti serviranno.

Tuttavia era anche una ragazza intelligente e capace, e nel suo rapporto scrissi note lusinghiere. L’ho sempre fatto con chiunque, ma lei se lo meritava.


Non la vidi per diversi mesi, durante i quali avevo ridotto al lumicino il mio rapporto con la separata e aperto e concluso una breve relazione con Claudia.

Una sera, era l’antivigilia di Natale, entrai con dei colleghi in un Tex-Mex. La vidi seduta con una donna che conoscevo, una collega della concorrenza, le salutammo invitandole al nostro tavolo. Un mio amico, Luca, iniziò a flirtare pesantemente con la donna, questa iniziò a flirtare pesantemente con lui. Portavano entrambi la fede al dito.

Giunti a fine pasto, Simona ci formulò l’invito di trasferirci a casa sua per bere qualcosa e concludere la serata. Accettammo, tranne Luca e la collega che si dileguarono.

- Vi raggiungo, disse Luca - L’avrei rivisto un paio di giorni prima di Capodanno.

Simona viveva con altre due studentesse in un appartamento arredato in modo abbastanza triste, destinato ai fuori sede. Le sue compagne erano già tornate a casa per le vacanze, lei stessa aveva un aereo per il pomeriggio seguente.

Fu una serata tranquilla, con qualche bicchiere di troppo.

Al momento di andare via si alzò per accompagnarci alla porta, furono scambi di baci sulle guance e auguri con i miei colleghi, che mano a mano guadagnavano le scale. Ero l’ultimo della fila. Le porsi la guancia, lei mi anticipò ponendo le labbra sopra le mie e facendo guizzare la lingua in bocca per un istante. Ci guardammo altrettanto rapidamente negli occhi, uscii. La sentii richiudere la porta alle mie spalle.

Una volta sul marciapiede mi fermai a slegare la moto e a prendere il casco dal bauletto con un amico con cui avremmo condiviso qualche centinaio di metri insieme. Abitava anche lui poco lontano. Slegammo le moto e partimmo, salutandoci al primo incrocio.

Girai la Transalp e mi fermai sotto casa di Simona. Non tirai fuori la catena né riposi il casco nel bauletto. Suonai al citofono. Il portone scattò, senza risposta. Salii le scale e la trovai all’ingresso, nello stesso punto in cui l’avevo lasciata. Avevo il casco in mano. Ci baciammo senza una parola, questa volta più a lungo. Aveva una bocca grande, ben disegnata, labbra morbide. La sua lingua era larga, pastosa, si intrecciava senza fretta alla mia. Ci separammo guardandoci negli occhi:

- Mi sei sempre piaciuto, dalla prima volta nello stanzino del caffè.

Era una frase banale, che tuttavia mi lusingò e mi colpi per la sua sincerità assoluta.

- Stiamo insieme stanotte - le dissi.

- Sì, andiamo da te. Ma non potremo fare nulla. Ho le mestruazioni, e poi per principio la prima sera non lo farei.

Non rimasi deluso, avevo voglia di sentire il suo corpo accanto al mio, sotto il piumone.


Parcheggiai la moto sul marciapiede, senza portarla in garage, erano passati sì e no cinque minuti da quando avevo suonato al suo citofono.

Si tolse il casco, vidi che aveva voglia di un bacio che le negai con dolcezza, prendendola per la mano. Il giorno prima, sullo stesso marciapiede e pochi metri più in là, una giovane donna aveva concluso la sua esistenza volando dal quarto piano per la disperazione di essere stata abbandonata dal compagno. Ero arrivato a cose fatte, in una scena illuminata dai lampeggianti, affollata e squarciata dalle urla di rimorso dell’uomo. Non mi andava di baciarla lì.

Ci abbracciammo e baciammo una volta entrati in casa, un appartamento piccolo ma confortevole e pieno di odori delicati, che la mia colf rumena (una ragazza dotata di uno spirito imprenditoriale degno di miglior fortuna) teneva come un gioiellino. Senza cappotti e giacconi a fare da diaframma potevo sentire la pressione del suo seno sul mio petto. Non era il caso di offrirle da bere, la serata era già stata abbastanza alcolica.

- Andiamo a dormire? - proposi.

- Posso andare al bagno?

Sì certo, capii. Le dissi di fare con comodo e di usare tutto ciò che le fosse servito. Mi spogliai velocemente, non volevo farmi vedere nudo, dare un’impressione maliziosa. Lei invece uscì dal bagno sorridente e senza nessun imbarazzo visibile, con i vestiti in mano e indossando solo uno slip minuscolo dal quale fuoriusciva ben vibile l’assorbente.

Era davvero bella. Il seno dai grandi capezzoli e dall’areola bruna e delicata portava ancora i segni del costume. Le offrii una maglietta e dei calzoncini, lo stesso tipo di indumenti che usavo per dormire. La casa era calda, e sotto le coperte non c’era bisogno di altro.

Stesi uno accanto all’altra ci abbracciammo e ci baciammo ancora. Avvertii una vaga difficoltà nella conversazione, ma perso in quelle effusioni non ci feci caso più di tanto.

Era davvero difficile mantenere la promessa con quel corpo caldo e sinuoso al mio fianco, che si offriva a baci prolungati e non rifiutava il giocherellare delle mie dita con i suoi capezzoli. Lei stessa protendeva spesso le mani sul mio petto, sia sopra che sotto la t-shirt.

- Da quanto tempo non fai l’amore?

- Da un po’ – rispose distogliendo lo sguardo – e tu?

- Da un po’ - mentii.

Le sfiorai la lunga coscia con la mano:

- E ti piace?

- Ma anche sì - disse ridendo.

Sorrisi anche io sentendo quel “ma anche” che precedeva un’affermazione. Avevo sempre sentito dire “ma anche no”. Mi chiesi se fosse un’espressione presa a prestito dal gergo giovanile, delle sue parti, o dell’università.

La mia mano si era infilata sotto i suoi calzoncini, all’altezza della coscia, era risalita su fino a accarezzare le natiche. Passai un dito leggero sul solco, pur restando sopra il pizzo delle mutandine:

- E qui? Ti piace?

Lei si fece seria e mi fissò con quelle grandi pupille scure. Fece cenno di sì con la testa. Pensai a quali selvagge esperienze sessuali avesse vissuto nella sua sperduta provincia siciliana.

Ci costringemmo a addormentarci, abbracciati. La mattina seguente, cioè poche ore dopo, avrei dovuto accompagnare mia sorella alla stazione, misi la sveglia.

Il sonno, almeno il mio, svanì ben prima dell’orario prestabilito. Mi destai con una erezione scomoda, quasi dolorosa. Allungai le mani verso di lei, stuzzicandole i capezzoli e il sedere, provocando un suo lento risveglio. Le presi la mano e me la portai sul pene, che lei prese a massaggiare dolcemente attraverso i pantaloncini. Ma non mi bastava. Mi liberai di quel fastidioso ingombro e la presi per la nuca, forzandola a un pompino. Lei eseguì senza entusiasmo ma, devo riconoscere, con una discreta perizia, portandomi presto vicino alla fine. Ero indeciso su quale fosse la sua politica a proposito della conclusione dei rapporti orali, non la volevo costringere oltre. Pochi secondi prima dell’orgasmo la avvertii con uno “sto venendo” che però non provocò alcuna reazione. Continuò a leccare e succhiare e pompare allo stesso ritmo, finché non le depositai in gola una buona quantità di sperma. Lei ingoiò, usò la lingua per ricacciare indietro due o tre goccioline che tentavano la fuga dalle sue labbra e per ripulirmi completamente il glande.

La baciai delicatamente sulle labbra serrate (il sapore del mio sperma mi ha sempre fatto abbastanza schifo) mi alzai e andai in bagno a lavarmi.

Mi vestii velocemente e in modo molto informale:

- Non ci metto molto, il tempo di andare e tornare. Ti porto qualcosa per colazione. Sorrisi, la baciai e presi le chiavi della macchina dalla scrivania dell’ingresso.

Al ritorno la trovai vestita e pronta per andare. Restai deluso davanti a lei, con il sacchetto delle brioches in mano.

- Scusami, devo andare a fare la valigia.

- A che ora hai l’aereo?

- Alle cinque.


Quella della valigia era dunque una bugia evidente. Ma mi sarei comunque offerto di condurla all’aeroporto se alle quattro e mezza non avessi avuto, proprio nello stesso aeroporto, un appuntamento con Claudia, di passaggio per un transito intercontinentale.

- Mi spiace, più o meno a quell’ora devo passare a prendere i miei. Sai, stasera c'è il cenone di famiglia...

- Sei gentile, non ti preoccupare - sorrise.

- Ci vediamo al tuo ritorno?

- Sì.

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