i racconti di Milu
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Amica lettrice, amico lettore … questo non è uno incipit per “sviolinare” chi mi legge: se Ti chiamo amico è perchè voglio che Tu divenga tale, almeno in questo frangente della mia vita; perchè credo, mai come in questo momento, di aver bisogno di un amico.
Le scelte che devo, che dovrei, operare mi trovano del tutto impreparato.

Un aiuto, un consiglio, una mano da qualcuno più esperto o, magari, solo più lucido di me, potrebbe probabilmente cambiare drasticamente il possibile sviluppo degli eventi.

Non chiamerei mai mio fratello, vecchio avido e mezzo rincitrullito, non mi porterebbe nessun giovamento, al massimo … godrebbe di questa mia situazione di stallo.

Forse solo mia mamma, buon anima, mi avrebbe potuto consigliare, ma lei non c’è più.

Ho quasi sessant’anni, alla mia età gli “amici” sono disponibili solo per cenare insieme

o, magari, per parlare di cani e di caccia.

Però, attento, amico sconosciuto che, per qualche motivo, mi stai leggendo: questa storia potrebbe essere, semplicemente, l’elucubrazione notturna di un vecchio sentimentale, ma potrebbe anche evolversi al peggio … credimi.

Pensaci bene, prima di continuare a invischiarti in questa strana avventura.

Sono originario del profondo sud e, nonostante adesso, sia un agiato ed equilibrato professionista, nel mio animo alberga pur sempre la scintilla passionale della gelosia, del possesso, dell’affermazione violenta del “maschio dominante” che, se punta nell’orgoglio, potrebbe esplodere con chissà quali, catastrofici effetti.

Ecco tutto, adesso che sono stato completamente sincero, se sei ancora qui … ti rendo conto del mio problema, del tarlo maligno che, da alcune ore, mi sta rovinando il sonno e, forse, la vita.

 

Il fatto.

Mia moglie ha sedici anni meno di me. A vent’anni era uno splendore ed io mi gongolavo, orgoglioso, quando uscivamo insieme. La sua bellezza era il mio piacere ma il suo amore era il mio trionfo.

Mentre il suo aspetto fisico, mi rendeva prepotente nella mia vanità, il suo amore infinito mi stupiva, sempre, e mi rendeva inerme, incantato, e schiavo di lei.

Poi mi ha donato i bambini, adesso ragazzi, due. Belli, sani … deliziosi.

Una nonna giovane ci è stata complice indispensabile: abitando a pochi passi, non aveva problemi a occuparsi dei ragazzi, tutte le volte in cui, per vari motivi, il suo aiuto era indispensabile.

Questa libertà, giacché per la nonna non era un sacrificio, ci tornava utile anche di notte perchè, lo confesso, a volte, ne approfittavamo anche per stare insieme, come fidanzatini; ci godevamo in pace il piacere, qualche volta segreto, trasgressivo.

Preferivamo farlo meno spesso, aspettando come una coppia di amanti, divisi dal quotidiano ma che, complici, si danno un appuntamento galante e vivono, eccitati, l’attesa di quell’attimo in “paradiso” per viverlo come “diavoletti”.

Quando ci incontrammo, ero un uomo fatto, e avevo provato di tutto, lei invece, era una ragazza tranquilla, con pochissime esperienze e una libido innocente e sana.

Il suo corpo, invece, era fatto per l’amore.

Aveva, ed ha, un corpo proporzionato e molto femminile, dei seni prosperosi e arrendevoli, un rapporto tra il giro vita e le natiche prorompenti, che faceva andare in visibilio un uomo, anche vedendola solo da lontano.

Per fortuna, la sua naturale raffinatezza nel vestire, la rendeva meno appariscente di quello che si sarebbe potuta permettere.

Non amava farsi notare troppo, né esibirsi per essere guardata ma, nonostante si trattenesse, era bella, anche di viso, e alla gente, tutto questo, non sfuggiva.

Passavano gli anni e lei, senza grilli per la testa, cresceva al mio fianco, fino a diventare una donna nel pieno del suo splendore.

I nostri appuntamenti “galanti” erano un poco più radi; mi spiego, non è che non facessimo l’amore. Di notte, a letto, capitava spesso e volentieri ma io amavo stupirla e lei accondiscendeva volentieri ai “miei giochi” pur non essendo, sessualmente, una furia.

Si godeva le mie performance, da vecchio satiro e, remissiva per amore, mi assecondava, godendone a sua volta.

Rimaneva quindi un punto fisso nel nostro rapporto, incontrarci, per lo più il sabato pomeriggio, da soli a casa o da qualche parte per il week end. Ci pregustavamo quei momenti.
Le telefonavo da fuori, le accennavo cosa l’aspettava; compravo oggetti erotici, abbigliamento osé, calze speciali: persino un frustino.

Nell’intimità poi, spesso la fotografavo e le sue forme, esaltate da quelle pose sconce, rappresentavano un’altra fonte di eccitazione, anche solo nel rivederle.

La stuzzicavo spesso, chiedendole dei suoi “amanti” ipotetici, segreti, ma lei era talmente innocente, che non era capace nemmeno di inventarseli, di mentire.

Sorrideva, compiaciuta della mia fantasia perversa. Altre volte, mentre i nostri corpi erano uniti, sudati … quando le parole uscivano mozzate, rotte dal piacere intenso, le chiedevo dei suoi sogni più segreti, dei suoi desideri più reconditi.

Io stesso, allora, le proponevo fantasie indicibili, le prospettavo rapporti osceni a tre, a quattro … allora, aiutandoci con un fallo posticcio, mimavamo il rapporto promiscuo che, in quegli attimi di estremo calore, erano ben accetti anche alla sua fantasia.

Poiché, ormai, vi sto confessando tutto, devo anche finire il quadro della mia personalità perversa, che imponevo, sapientemente, alla mia dolce metà.

Dopo i cinquanta, con lei trentacinquenne, fui assalito da una duplice perversione mentale: da un lato, desideravo far provare a mia moglie qualcosa di più,

 sessualmente parlando, dall’altro, io stesso, sempre più assetato di sensazioni estreme, sognavo da tempo un’incresciosa trasgressione.

Così, la fantasia divenne realtà. Io stesso adescai un estraneo, un semplice conoscente e, dopo averlo attentamente valutato, feci in modo che quella persona avesse rapporti sessuali con noi.

Mia moglie si fidava ciecamente di me e, razionale come nel suo carattere, mi demandava tutta la sezione “libido” del nostro menage. Pure con qualche perplessità, accettò l’incontro.

Per fortuna andò benissimo e senza traumi. Ripetemmo l’esperienza occasionalmente, sempre su mia insistenza e poi, cambiammo anche persona. Ovviamente, i partner che scelsi erano giovani e anche ben dotati, pur non brillando in quanto a iniziativa. Dopo queste esperienze, il nostro legame divenne ancora più complice ed io mi gongolavo: non l’avevo persa, anzi, non l’avevo mai sentita così intimamente mia.


Adesso ho cinquantotto anni.

I rapporti occasionali si sono diradati: le cose cambiano. Stiamo insieme con meno frequenza e io mi sentivo “esorcizzato” da ogni patema.

Quasi vent’anni insieme, mi avevano fatto ritenere di conoscere a fondo mia moglie e, in mente mia, mi piaceva convincermi che, se la donna splendida, che mi sta a fianco, avesse dovuto avere un amante, me lo avrebbe potuto dire in tutta franchezza.

Chissà, magari trovavo la cosa anche eccitante.

Purtroppo, la realtà ci trova sempre impreparati.

Ed ecco cosa mi è successo: ieri pomeriggio sono passato a prendere mia moglie in uffici, poi a casa: i ragazzi erano già li.

Parcheggio e lei si precipita fuori, esigenze tipiche … scappa in casa, deve fare la pipì.

Raccolgo io, dal sedile di dietro la sua borsa, i miei giornali e mi avvio verso la nostra villetta illuminata.

Esito … so che le piace la Coca e decido di prenderne una bottiglia dal garage, per cena.
E le chiavi?

Le mie sono in casa, allora decido di prendere le sue, sicuramente saranno nella grossa borsa, che ho tra le mani.

Non ci metto mai le mani, per abitudine antica ma, dopotutto, tra noi non abbiamo segreti: per un attimo mi sento ridicolo.

Ecco le chiavi, il rumore di ferraglia mi ha guidato … le mie mani sfiorano una grossa busta di carta. Che sia un libro? Magari un regalo; lei sa che amo leggere.

Nel garage ho acceso la luce.

Non riesco a trattenermi … un guizzo di curiosità mi attraversa il cervello: sbircio.

Più sbigottito che altro, mi trovo davanti agli occhi una confezione di autoreggenti nere, a rete larga, di qualità e poi, un batuffolino di stoffa, leggera come seta, pure nero: un perizoma.

Arrossisco per l’emozione improvvisa. Non penso niente. In fretta rimetto tutto al suo posto, dimentico perfino di prendere la Coca.

Incapace di pensare in senso compiuto, entro in casa. Mia moglie quasi m’investe, aveva appena finito e stava tornando fuori. Mi guarda e, pronta, dice:

- Ah, bene, l’hai presa tu … – e mi toglie la borsa di mano. Poi si avvia verso le scale, per salire di sopra ma cambia idea.

- Devo bere, ho sete da quando sono uscita … – e si avvia verso il frigorifero, ho la sensazione che, sottecchi, mi guardi, ma, forse, mi sbaglio.

- Vado a prendere la Coca, è finita! – prendo le mie chiavi e torno fuori, giusto per raccogliere le idee.

 

In garage, solo, finalmente posso riflettere sull’accaduto.

Mille pensieri mi affollano la mente: quale significato attribuire a quegli indumenti intimi?
Mia moglie, adesso, ha poco più di quarant’anni; è una bella donna, certo, ma non indossava certa biancheria nemmeno a venti … possibile che cominci adesso?

Ho ben presenti i suoi cassetti, in casa.

Una sfilza di mutandine bianche, poche nere, nessun perizoma.

E le calze? Tutti collant o calzerotti per gli stivali … mia moglie è così, e ci tiene, soprattutto adesso, che i ragazzi sono grandi e sbirciano.

Sono io che, nascosto in uno scatolo, tengo da parte il piccolo armamentario delle nostre, bonarie, trasgressioni. Qualche paio di calze, un perizoma rosso e anche una mutandina, con due spacchi, aperta sotto. Una guepiere bianca e un’altra nera, di pizzo; un fallo in lattice e altre cosette, collezionate in vecchi momenti di passione.

Allora ho pensato: “E se volesse farmi una sorpresa?” dopotutto, ci piace ancora “giocare”, ogni tanto. “Di sicuro sarà così!”

A cena abbiamo parlato poco. Dopo, a letto, non è successo niente, anche perchè lei, stanchissima è andata a dormire prima di me.

Io ero davanti alla TV, i ragazzi erano usciti e sarebbero tornati più tardi.

Quando lei andò in bagno, come d’abitudine, prima di coricarsi, feci un’azione da “commando”: corsi di sopra, attento a non farmi sentire.

Fui fortunato e trova subito la sua borsa, lesto, la aprii per guardarci dentro: la busta non c’era più.

Un tonfo in petto … guardai veloce per la camera: niente, nessuna traccia della busta bianca anonima e stropicciata.

Corsi di sotto, col cuore che batteva all’impazzata.

Quando lei uscì dal bagno, attesi una decina di minuti e poi, pregando tra me e me che i miei timori fossero del tutto irragionevoli, salii in camera a mia volta.

Era già successo che Marina mi facesse una sorpresina piccante.

La trovavo sotto le coperte, come il solito, ma quando allungavo la mano per accarezzarla, invece di indossare il pigiama, la vestiva in modo succinto ed eccitante. Spesso teneva i collant che aveva usato quel giorno: sapeva che a me piaceva strapparglieli, per incontrare, sotto le dita, la sua carne tenera, che trasbordava, lascivamente dalla seta.

Ma niente di quanto speravo si è avverato … mia moglie aveva gli occhi chiusi e sembrava dormire.

Mentre mi lavavo i denti, con voce impastata, mi disse, come se si fosse trattenuta fino all’ultimo:

- Ah, mi ero scordata … domani vado in trasferta a Roma. –

- Dormi fuori? – dissi con finta ingenuità.

- Ma no, ci mancherebbe. – aveva un tono seccato, come sempre: andare fuori la metteva di malumore … ma quella volta? Era vero o fingeva?

– Però non so a che ora torno, può darsi che faccio tardi, che seccatura. –

Mi sono messo a letto senza commentare. Marina era in pigiama, voltata di spalle e già dormiva … o fingeva di dormire.

Alle tre, insonne, mi sono alzato … e adesso eccomi qui.

 

Note finali:

Continua ...