i racconti di Milu
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Gli eventi che mi hanno portato davanti a questa porta hanno dell’incredibile.

Quando mi sposai con Giulia non l’avrei mai pensato. Lei era figlia unica di un italiano e di una egiziana di religione cristiana. I suoi genitori risiedevano al Cairo, ma quando Nasser prese il potere rovesciando la monarchia, il lavoro per gli stranieri divenne illegale e quindi mio suocero (che laggiù occupava un posto di rilievo come ingegnere) se ne dovette tornare in Italia come profugo portandosi la moglie.
Il fratello della quale, pur essendo egiziano, si prese paura perché pensò che ci sarebbero stati dei problemi per i cristiani e, approfittando di alcune conoscenze, si trasferì in Libano.

Trovò lavoro in una compagnia petrolifera di proprietà di un emiro, uno dei più potenti degli Emirati Arabi, immensamente ricco.
I due ebbero modo di conoscersi e l’emiro cominciò a affidargli compiti sempre più di responsabilità, finché gli propose di trasferirsi nel suo piccolo villaggio negli Emirati Arabi al confine con Oman.
Era infatti laggiù che l'emiro aveva il suo quartier generale e lo zio avrebbe dovuto fargli da assistente personale.
La condizione era che si convertisse all'Islam e che si adeguasse agli usi e costumi (quasi medievali) di questo remoto villaggio.

Il compenso era enorme e lo zio dovette pensare che “Parigi val bene una messa” e così accettò.

Passarono gli anni e tutti si dimenticarono di lui, che, a parte qualche sporadica telefonata con la sorella, non si fece mai vedere, forse vergognandosi del tradimento della sua conversione.

I contatti cessarono del tutto tre anni fa, con la scomparsa di mia suocera, che seguiva di qualche anno quella di mio suocero.
Dello zio non si seppe più nulla finché lo scorso ottobre una telefonata dal suo avvocato di Abu Dhabi ci informò che lo zio era deceduto e che mia moglie era l’unica parente in vita (non aveva avuto figli) e quindi sarebbe stata l’erede naturale della sua fortuna.

Purtroppo però le leggi tribali del villaggio in cui risiedeva proibivano alle donne di avere delle proprietà, per cui l’eredità passava a me, come unico parente maschio, seppur acquisito, ancora in vita.

L’avvocato ci disse che la fortuna dello zio era cospicua, forse di qualche milione di euro.
Era comunque necessario che mi recassi negli Emirati per firmare atti notarili, vendere le proprietà, insomma raccogliere quanto possibile e trasferire il tutto in Italia.
Per fortuna avevo vissuto tanto all'estero e l’inglese non era un problema per me.
Così feci. Atterrai ad Abu Dhabi, e rimasi impressionato dallo spettacolo di quella città.
Passai la notte in albergo e il giorno successivo mi incontrai con l’avvocato esecutore testamentario dello zio.
Altro che qualche milione! Tra conti bancari in moneta locale o dollari, fondi d’investimento, assicurazioni, pacchetti azionari e obbligazionari si parlava di almeno venti milioni, e forse di più. E poi c’erano le proprietà immobiliari: aveva un pied à terre a Parigi, un attico in centro a Abu Dhabi, uno a Beirut e una grande proprietà nel villaggio tribale dov'era residente.
Si trattava di un edificio di più di duemila metri quadrati. Un’enormità, al punto che credetti di essermi sbagliato e non aver capito bene: forse un errore di traduzione dall'arabo all'inglese.

Chiesi all'avvocato se potesse venderlo per me, ma lo vidi esitare e alla fine mi disse che vedeva qualche difficoltà e mi pregava di visitare la proprietà prima di prendere qualsiasi decisione.
Un po’ a malincuore mi organizzai per una visita la settimana successiva. Non vedevo cosa ci sarei andato a fare in mezzo alle polveri del deserto, in mezzo a beduini rimasti al medioevo.
Avevo anche un po’ paura.
Pensavo di arrivare in mattinata, dare una rapida occhiata e verso sera tornare indietro. Magari avrei trovato qualche quadro o tappeto di valore da portarmi via.
L’avvocato mi procurò un autista e una Toyota Land Cruiser e il venerdì successivo partimmo la mattina prestissimo, prima dell’alba.
Il venerdì è il giorno di festa per i musulmani e non avrei avuto niente da fare in città, con tutti gli uffici chiusi.
Ci vollero quattro ore in mezzo al deserto. Quando arrivammo avevo il culo a pezzi ed ero impolverato come un cammello.
E di cattivissimo umore.
Il villaggio era una porcheria, come immaginavo. Era addossato contro una rocca dalla quale riceveva un po’ d’ombra.
Casupole di mattoni a vista, strade sterrate, nessuno in giro, qualche cammello.
Ma, guardando meglio in una specie di gola tra le rocce sovrastanti dove scorreva un ruscello e c’era un po’ di vegetazione, vidi alcuni enormi palazzi di marmo, dalla raffinata architettura, tutti diversi tra loro. Ne contai sei.
Giganteschi.
Alcuni a due e altri a tre piani, con mura di cinta a nascondere giardini interni.
La Toyota si fermò davanti al portone di uno di questi palazzi, un domestico ci aprì e io entrai in una vera e propria reggia. Marmi, alabastri, tappeti persiani da parete a parete, sculture, lampadari di cristallo, scalinate hollywoodiane, specchi, finestroni.
Un lusso sibaritico.
Io ero senza parole quando vidi un uomo venirmi incontro, salutarmi in inglese e profondersi in colorite espressioni di benvenuto.
Si presentò come Ali, il maggiordomo dello zio e il responsabile della casa.
Almeno se io l’avessi riconfermato, visto che ormai dipendeva da me. Mi fece preparare del cibo, mi chiese se volessi fare una doccia (accettai e mi docciai nel bagno più lussuoso che avessi mai visto).
Poi mi fece visitare la proprietà: il giardino, le cucine, le innumerevoli camere, le sale da pranzo, da gioco, la enorme biblioteca, la sala cinema, i locali di servizio con gli apparati per i pannelli fotovoltaici e i sistemi di condizionamento.
Dovunque vedevo servitù al lavoro. Tutti maschi.
Poi visitai le stanze private dello zio: un salotto e uno studio.
Chiesi dove fossa la sua camera da letto e Alì mi rispose che il padrone dormiva nell'harem. Nell'harem!?
Questa sì che era una sorpresa!
Alì mi spiegò che il padrone quando viveva in Libano aveva una moglie (di cui noi in Italia incredibilmente non avevamo mai saputo nulla), molto più giovane di lui. Che però non gli aveva dato figli.
Poi si era trasferito negli Emirati e si era convertito all'Islam. Quindi invecchiando si era sentito ossessionato dal desiderio di paternità, aveva sposato altre tre donne e aveva preso con sé ben otto concubine, ma con nessuna di loro aveva potuto diventare padre ed era morto senza figli.
La cosa incredibile è che io, in quanto suo erede, avrei ereditato anche l’harem! Almeno questa era l’usanza del posto e d’altra parte, se io non avessi preso le donne con me, queste avrebbero dovuto lasciare la casa, non sarebbero state riaccolte nelle loro famiglie di origine e il loro destino sarebbe stato segnato.
Sarebbero dovute vivere di elemosine per la strada, al freddo delle notti del deserto, in balìa degli appetiti di tutti i maschi del posto.

Ed eccomi qui, dunque, davanti a questa porta di cui solo io ho la chiave, oltre la quale mi aspettano quattro mogli e otto concubine che neanche conosco.
E che rappresentano un problema: come faccio a vendere il palazzo? Dove sarebbero andate le donne? Non posso portarle con me, perché la poligamia è proibita in Italia e poi mia moglie, quella vera, non sarebbe stata d’accordo. Ma non posso neanche lasciarle nel villaggio perché avrebbero avuto pochi giorni di vita.

Per il momento, di vendere il palazzo quindi non se ne poteva parlare.
Magari col tempo avrei potuto trovare loro una sistemazione in qualche altro paese, purché fossero state in grado di cavarsela da sole. E questo l’avrei saputo solo conoscendole.

Mi feci coraggio ed entrai nell'harem.

Se possibile, l’harem era ancora più bello del resto del palazzo.
Le donne erano state avvertite dalle inservienti della cucina del mio arrivo.

Mi aspettavano schierate in fila elegantemente vestite all'occidentale e mi accolsero con un sorriso nervoso e preoccupato. Portavano abiti da cocktail dai colori vivaci di grandi stilisti ed erano straordinariamente affascinanti. Le scarpe poi contribuivano non poco alla loro figura slanciata per via dei tacchi altissimi.

Mi avvicinai alla prima a sinistra con l’intenzione di stringerle la mano come pensavo di fare con tutte, ma lei mi fece un piccolo inchino e non allungò la mano a stringere la mia.
Era una donna ben oltre i cinquanta ed era la più anziana. Dedussi che era la prima moglie.
Mi disse che le donne non stringono la mano agli uomini nel loro paese.
Allora le salutai tutte, una a una. Mi dissero i loro nomi, io cercai di sorridere in modo rassicurante. Erano delle belle ragazze.
Una era di pelle nera, probabilmente somala a giudicare dai tratti. Le altre erano di pelle ambrata e occhi scuri. Arabe o nordafricane.
Una di queste era una vera bellezza, alta, formosa con lo sguardo altero e un sorriso spettacolare. Mi era sembrato che Najla fosse il suo nome. Le ultime due erano giovanissime, forse nemmeno ventenni. La penultima soprattutto era bellissima, anche se non appariscente come Najla: un viso perfetto, due occhi verdi molto espressivi, un portamento regale, una figura snella e ben proporzionata, con un seno prorompente.
Ma non faceva la stessa impressione di Najla al primo momento perché non era così alta e poi non esibiva una capigliatura fiammeggiante. Il suo nome era Zaafira.

Mentre notavo queste cose, mi rendevo anche conto che non avevo idea di come affrontare il problema. Come avrei dovuto trattare queste donne? Come mogli o come zie?
Intanto il giro di presentazioni era terminato, io dissi due parole per sottolineare quanto felice fossi di averle conosciute e che presto avrei preso le migliori decisioni circa il loro futuro.
Stavo per lasciare la stanza, quando Layla, la prima moglie mi chiamò.
- Mio signore, un momento! – disse l’anziana moglie Layla. – mi sembri in difficoltà. Io ti capisco perché pur essendo araba sono cresciuta in ambienti ben più aperti e moderni di questo oscuro villaggio e da noi in Libano gli harem non ci sono mai stati. Ma lascia che ti racconti, ti spieghi, in modo che tu possa fare le scelte più opportune a ragion veduta.
- Va bene – dissi un po’ sollevato. – vediamoci nella tua stanza.

Layla era una donna deliziosa.
Pur essendo ormai tra i cinquanta e i cinquantacinque, non aveva avuto figli, aveva sempre fatto una vita sana senza mai lavorare, frequentava la palestra e la piscina della casa con assiduità e si nutriva con molta parsimonia. Aveva perciò un fisico ancora tonico e giovanile. La statura non l’aiutava, ma aveva un seno sodo e pieno.
Era truccata e acconciata con molta eleganza e il suo tubino Gucci in pizzo laccato nero, insieme alle scarpe décolleté nere t-strap in vernice, tacco 11, sempre di Gucci faceva risaltare la sua pelle ambrata creando un effetto spettacolare con il solitario H Stern che portava appeso al collo, abbinato agli orecchini, sempre di diamanti.
Malgrado avesse addosso tra scarpe, vestito e gioielli almeno cinquantamila euro di valore, aveva un’aria mite e devota e mi ricordava certe casalinghe di periferia, sempre preoccupate per il destino del marito o dei figli.
Mi condusse nel suo appartamento e cominciò a raccontarmi delle gerarchie dell’harem. Lei era la prima moglie, la più anziana e in teoria avrebbe avuto il diritto di avere un ruolo guida sulle altre, e per qualche anno era stato così, ma poi nell'harem era apparsa Najla, procurata da certi sensali di matrimoni che in quell'ambiente erano indispensabili, molto più giovane, più bella e più spigliata di lei, lo zio se ne era invaghito e le aveva dato il rango di favorita, pur essendo solo una concubina e nemmeno una moglie.

Forte del sostegno dello zio, Najla aveva subito instaurato un regime dispotico.
Aveva fatto di tutto per mettere Layla da parte, umiliandola davanti alle altre e costringendola a occuparsi di lavori degradanti o usandola sessualmente per raggiungere quegli orgasmi che il vecchio zio non garantiva più.
Aveva poi praticamente impedito che le mogli e le concubine più anziane avessero ancora contatti sessuali con lui ed era lei, invece, a frequentare con autorità le loro camere da letto.
Quando però lo zio si era reso conto che nemmeno con lei riusciva a procreare aveva cercato carne fresca e nemmeno con tutto il suo fascino Najla aveva potuto impedire che tre ragazze nuove entrassero nell’harem e che lo zio passasse le sue notti con loro.
Soprattutto con Zaafira.
Il suo potere era in caduta libera, ma ancora forte quando lo zio cominciò rapidamente a deperire e alla fine morì.
Quindi la situazione vedeva una vecchia “regina” spodestata, una leader sul trono, ma in declino e una giovane stella in ascesa. E così era rimasta congelata in attesa che io prendessi le mie decisioni.
Layla infatti mi chiarì che ci si aspettava da me che prendessi il posto del marito.
Che solo attraverso un rapporto sessuale con ognuna di loro avrei riconfermato il matrimonio (o il concubinaggio) e quindi il loro diritto di rimanere nell'harem. Io non lo potevo credere. Cosa avrei detto a mia moglie, quella italiana?
Mi trovavo bene con Layla.
Avevamo più o meno la stessa età e lei aveva accumulato esperienze di vita e cultura.
Parlava un inglese ampolloso ma corretto e elegante.
Era sottomessa e rispettosa, ma sapeva quello che diceva e lo diceva con sicurezza.

Le chiesi se fosse normale per loro indulgere in rapporti saffici.
- Oh, mio signore, qui non c’è niente da fare tutto il giorno: un po’ di palestra o piscina, ascoltiamo musica, studiamo le lingue, vediamo dei film, navighiamo in internet (ma non ci è concesso comunicare con l’esterno, solo ricevere e scaricare), giochiamo a qualche gioco di società. E la sera ci preparavamo per l’eventualità che tuo zio volesse giacere con qualcuna di noi. Cosa che non succedeva quasi più.
Io, ad esempio, sono stata “visitata” l’ultima volta cinque anni fa. Quindi durante il giorno non facciamo altro che fare sesso tra di noi. Ma non siamo proprio lesbiche, è che non abbiamo alternative.
È anche prassi comune che la favorita scelga le ragazze che vuole e quindi scendendo le altre mogli più in vista scelgano quelle rimaste eccetera. Najla non permetteva che fossi io a scegliere la mia preferita, ma assegnava me, d’ufficio, a quella più insignificante, in modo da sottolineare la mia inferiorità.
- E che cos'altro ti obbligava a fare, di così degradante la favorita Najla?
- Quando mio marito andava da lei mi chiamava e pretendeva che io lo lavorassi di bocca per fargli avere una erezione. Una cosa lunga e faticosa perché mio marito era ormai anziano e malato. Ma lei diceva che io ero la miglior succhiacazzi dell’harem e quando finalmente era pronto lei si faceva montare. Ma spesso a metà gli si ammosciava o qualche volta nemmeno gli si alzava. Allora dava la colpa a me e la mattina successiva all'ora di colazione mi faceva piegare contro il tavolo del salone e mi sculacciava con un paddle. Anzi, spesso obbligava un’altra ragazza a farlo: quella più giovane perché provassi ancora più vergogna, oppure quella che era la mia amante del momento, per farci soffrire e spezzare il nostro legame e una possibile alleanza contro di lei. E non smetteva fino a quando non vedeva le mie lacrime scendere copiose.
Comunque la sua propaganda contro di me ha preso piede: qui tutte sono convinte che io sappia fare la fellatio meglio di tutte loro. Lo diceva anche mio marito, al punto che mi hanno costretta a tenere un corso alle altre, con un pene finto. Il fatto di essere invitata dalle altre mogli a fare sesso orale a mio marito prima del loro amplesso era diventata una cosa abbastanza frequente, non solo con Najla.
- Layla, tu mi ispiri fiducia. Vorrei che tu accompagnassi da me tutte le altre mogli e concubine, una per una e me le presentassi descrivendomele, visto che le conosci così bene.
- Oh, mio signore, sono così felice di esserti d’aiuto!