i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Ho rivisto, riletto e aggiustato un po' meglio questo racconto. Ora lo trovo migliorato. Buona lettura!
Inferno e Paradiso

A volte, alcune cose accadono perché devono semplicemente accadere, senza che, per quanto ci possiamo sforzare, riusciamo a vederci una causa od una motivazione. Provvidenza per alcuni, caos per altri, destino per altri ancora, poca è l'importanza che decidiamo di dare al nome per cui questi eventi ci coinvolgono. Quello che conta è che, quando sei consapevole di quanto stia accadendo, hai la possibilità viverle a fondo senza porti troppe domande o di scappare via, come un codardo, nascondendo la testa sotto la sabbia. Ora mi volto indietro e sorrido al mio passato. Per un attimo mi chiedo come sarebbero andate le cose, cosa sarebbe successo, se avessi compiuto scelte differenti. Mi faccio spillare una birra, qui, al bar dove mi trovo ora, seduto mentre guardo la neve che cade pigramente e la gente che passeggia tranquilla lungo il marciapiede. Con un sorriso che fatica a celare la malinconia del mio animo, alzo il calice verso il barista e insieme brindiamo a tutto il veleno di chi ci vuole male.

Tutto iniziò qualche tempo fa. Ad essere onesti, il vero inizio accadde molto tempo prima, quando conobbi Elena per la prima volta. Pochi giorni fa, tuttavia, è accaduto qualcosa che, forse, avrei dovuto evitare. Ahimè, non sono bravo ad evitare le tentazioni...
Quel giorno, a casa, ero insofferente, annoiato, mi sentivo costretto, neanche fossi stato in prigione. Decisi così di uscire per sgranchirmi le gambe e respirare un poco di aria fresca. Fuori era un freddo pungente e penetrante, ma quel timido sole, spuntato dopo giorni di grigiume, invogliava davvero a non star chiusi tra quattro mura. Senza riflettere oltre, infilai la giacca ed uscii. Con gli auricolari nelle orecchie e la riproduzione casuale attiva, scesi in strada. Respirare quell'aria fredda e frizzante ebbe su di me, fin da subito, un effetto rinvigorente e salutare. Sorrisi al mondo: stavo bene, ero tranquillo e sereno, tanto mi bastava. Troppo spesso lasciamo che i problemi ci soffochino con le loro ansie e preoccupazioni. Così, nel primo pomeriggio, passeggiavo lungo le vie del mio paese, guardando la gente che incrociava il mio cammino e pensando a quelle che sarebbero potuto essere le loro vite mentre, nella mia testa, i Negrita cantavano “Un giorno di ordinaria magia”. Passai davanti ad una vetrina. Mille altre volte, nella mia vita, ci sarò passato davanti senza degnarla di uno sguardo. Il caso volle, quel giorno, che l'occhio mi cadde su un paio di boxer. Mi fermai e li osservai. Proprio nel bel mezzo del "davanti", all'altezza del "tesoro" di ogni maschio, c'era un cucciolo di sanbernardo (o almeno era quello che voleva essere) e sotto una scritta colorata dai caratteri arrotondati: "coccolami". Mi scappò una mezza risata e quasi senza pensarci entrai nel negozio.

Osservo la birra davanti a me con tutte le sue infinite bollicine che corrono veloci verso la superficie. Mi chiedo cosa avessi trovato di particolarmente attraente in quelle mutande. Mi chiedo se non fosse stato meglio non entrare. Mi chiedo se avrei dovuto continuare la mia passeggiata. Non avrò mai una risposta soddisfacente ai miei dubbi. Con i "ma" e i "se" non si arriva da nessuna parte, diceva mio nonno. Avvicino il bicchiere alla bocca e ne bevo un lungo sorso, godendomi le bollicine che mi solleticano la lingua. Proprio in quel momento due ragazzine mi passano accanto civettando tra di loro, palesemente ubriache, sostenendosi l'una all'altra. Sospiro. Quante volte mi sono ridotto io nelle loro condizioni, se non addirittura peggio? Troppe, penso dentro di me. Ma anche mai abbastanza. Una delle due posa lo sguardo su di me, a lungo. Rispondo allo sguardo e sorrido, con un leggero inchino del capo, quando l'amica, ottenuto da bere, la trascina via.

La porta a vetri del negozio si chiuse silenziosa alle mie spalle. Il negozio aveva aperto da poco dopo la pausa pranzo e dentro sembrava non esserci anima viva. Una leggera musica si diffondeva nell'aria. Tranquillo, camminai verso il reparto uomo, guardando in giro la merce esposta. Era la prima volta che entravo lì dentro. Il mio sguardo scorse su alcuni completi femminili davvero carini, ma nessuno aveva quel tocco in più che mi avrebbe spinto ad acquistarli. Nella saletta accanto, dedicata agli uomini, cercai i boxer che avevo visto in vetrina, anche se, lo ammetto, con una certa svogliatezza. D'un tratto, una voce alle mie spalle. Mi girai. Scarpette con tacco, gonna scozzese, calze francesine rosse e nere, maglietta scura con un disegno strano e poi il viso. Quel viso. Mi fermai a guardarla. Sorpreso. Stupito. Interdetto. Perplesso. La riconobbi al volo, impossibile sbagliarsi: Elena. Una relazione lunga più di un anno, intensa e forte, parecchio tempo fa. Da allora non avevo più avuto alcuna sua nuova, era come se, l'uno per l'altra, fossimo spariti, nonostante le ridotte dimensioni del nostro paese. Restammo tutt'e due di sasso. La nostra storia era finita, diciamo in maniera eufemistica, in malo modo per cause ancora in corso di accertamento e, da allora, non ci eravamo più visti. Né sentiti. Né incontrati per strada. Il deserto. Un velo di odio che covava lentamente da parte mia e, credo, specialmente vedendo la luce negli occhi con cui mi guardava, anche da parte sua. Come darle torto. Mi guardò. Il suo sorriso di cortesia da brava commessa gentile e carina sparì alla velocità della luce e diventò fredda e distaccata.
"Ah sei tu..."
Disse lei, prima ancora che i miei neuroni realizzassero chi avessi di fronte. A trovarla lì, così vicina e più vera di un ricordo, non fui più in grado di ammettere che l'odiassi. Tutt'altro. Si, ogni tanto riaffiorava alla memoria il ricordo dei tempi felici, ma sono sicuro, anche ora, che la mia testa avesse idealizzato quel rapporto e non si fosse mai capacitata realmente di quella fine, giunta così, di colpo. Ad ogni modo, lei appariva tutt'altro che lieta di vedermi. Sorrisi, sfoderando la mia migliore faccia da schiaffi.
"Ciao eh!"
Elena puntò i suoi occhi nei miei. No, sbaglio. Mi fulminò letteralmente con lo sguardo e, per un momento, credetti che mi volesse morto. A ripensarci ora, mi viene da ridere. Forse mi voleva davvero morto.
"Senti... non è affatto divertente. Cosa vuoi da me?"
Il suo tono era gelido. Io la guardai sorpreso. Mi ci volle un attimo per capire quello che lei stesse insinuando. Al ché, non potei far altro che ridere, divertito.
"Oh no guarda, non sono venuto qui per te. Non sapevo nemmeno lavorassi qui! E, in ogni caso, sono un tuo cliente, dovresti trattarmi come tale ed essere un po' più cortese."
"No. Tu non sei un caz... "
Proprio in quel momento nel negozio entrò una signora accompagnata da una ragazzina e lo feci notare subito ad Elena con lo sguardo, prima che potesse terminare la frase. Mi fece piacere constatare che, nonostante tutto, riuscivamo ancora ad intenderci al volo.
"Vai pure a servire le signore, io sono a passeggio e non ho fretta."
La mia amica si allontanò da me non senza prima avermi lanciato un'occhiata feroce. Io sorrisi.

La serata, osservando il flusso di gente nel bar, è nel suo momento topico ed ora i ragazzi riempiono non solo il locale, ma anche tutto il piazzale antistante. Vedo facce che conosco, ne saluto qualcuna e mi perdo in chiacchiere con altre. Il tutto, devo dire, scorre fluido, dando vita a momenti piacevoli. Mi alzo dallo sgabello, mi avvicino al banco e, tra un sorso e l'altro, sgranocchio qualche patatina gentilmente offerta dalla casa. Incontro un amico che non vedevo da diversi mesi, quasi un anno. Abbiamo stili di vita e compagnie completamente differenti, senza contare che lui è via spesso per lavoro. Ma ci conosciamo da quanto? Dieci anni? Forse più. Eppure, anche se ci vediamo assai di rado, ogni volta che accade è come se fossero passate solo poche ore. Ci raccontiamo tutte le ultime novità delle nostre vite, molte cazzate, scherziamo e ci prendiamo in giro come non abbiamo mai smesso di fare. Non mancano commenti sulle ultime moto comparse sul mercato, sulle corse e quel mostro sacro che, piaccia o no, è il Doc46. Lorenzo, Ducati, Rea, Kawasaki. Musica e rock. Mentre parliamo e perdiamo tempo rincorrendo i tempi passati, certe ragazze non mancano di mettere alla prova la nostra attenzione scivolandoci accanto con panorami accattivanti. Sarà anche inverno, ma certe gentili fanciulle non mancano di deliziarci con gonne corte, maglie (chi più chi meno) provocanti, sorrisi allegri, leggins attillati, sguardi seducenti. Mi giro verso la porta per accompagnare il mio amico fuori a fumarsi una sigaretta e, per poco, non si compie un sacrilegio, con la mia birra che minaccia di finire sul pavimento. O addosso a me. O a qualcun altro. In qualsiasi caso, sono costretto a compiere un'acrobazia da circo per evitare la malaugurata disgrazia. La stessa fanciulla di prima (ad una prima occhiata veloce stimo abbia poco più di vent'anni) ha avuto la brillante idea di inciampare su stessa o nell'amica, non lo so. Nel farlo, rischiando di cadere e di finire lunga e distesa in mezzo al bar, ha buttato un braccio al più vicino sostegno disponibile, nel caso specifico il sottoscritto, costringendolo ad una doppia operazione di salvataggio: afferrare la ragazza al volo, cingendola per un fianco prima che rovinasse a terra ed evitare che il bicchiere si svuotasse, di colpo, verso il primo malcapitato di turno. Ha bevuto. Tanto, forse troppo. Le sorrido, lei mi sorride, come se nulla fosse successo.
"Scusa... non ti avevo visto..."
Tenta di dirmi costringendomi ad indovinare quello che sta pronunciando mentre tutto l'alcol ingerito le complica sicuramente la vita.
"Ho notato. Ma almeno birra è salva. Tu stai bene?"
"Si si, benissimo, grazie!"
Il suo "si" assomiglia più al rumore degli sci di un campione di slalom gigante intento a giocarsi il titolo mondiale che a vere parole. Le sue guance sono rosse, non credo che il freddo sia l'unico responsabile. I suoi occhi, dal taglio allungato da cerbiatta, sono velati dall'alcol. Si passa una mano tra i capelli per aggiustare una ciocca e tentare di darsi un contegno. Non riesce a stare ferma, barcolla. Non so quanto a lungo potrà reggere ancora. Spero, in cuor mio, che abbia dei buoni amici. Io accenno un inchino e la saluto, raggiungendo il mio amico che mi ha anticipato fuori dal locale.

"Stavamo dicendo..."
Dissi non appena Elena tornò da me. Mamma e figlia erano già uscite da alcuni minuti e la commessa (Elena) se l'era presa comoda prima di tornare dal cliente (io) che la stava aspettando. Lo annotai mentalmente, ma decisi di non darci importanza. Per il momento. Si rivolse a me con un tono di malcelata astiosità.
"Non stavamo dicendo nulla. Sei solo uno stronzo. Va' via."
Il primo istinto fu quello di rifilarle uno schiaffo in piena regola. E più fosse stato sonoro, maggiore sarebbe stata la mia soddisfazione. Fortunatamente, ogni tanto, mica sempre, il mio buon senso riaffiora e quella volta mi impedì di fare una sonora cazzata. Mantenni il sangue freddo ed ignorai il suo invito.
"La cortesia non è di casa in questo negozio... non penso sia carino trattare così i clienti."
A conti fatti, io ero un cliente e lei la commessa. Per davvero. Non avevo idea che lei lavorasse qui, altrimenti avrei evitato di entrare. O forse no.
"Non fare il finto simpatico, Ron. Non lo sei e non ti riesce. Vattene da un'altra parte a comprare le mutandine per le tue amichette."
Trasalii. Non mi aspettavo certo una reazione simile. Che ci fosse una punta di gelosia in quelle parole? Scossi la testa sorpreso.
"Uhm... credo tu abbia sbagliato. Non sono qui a comprare mutandine per nessuna. E trovo futile questo tuo tono."
"Bene. Bravo. Allora te ne puoi andare. Dove ti pare."
D'accordo, so benissimo che non avrei dovuto farlo, ma quel suo tono indisposto ed indisponente, proprio non riuscii a mandarlo giù. A quel gentile invito ad allontanarmi la mia mano partì da sola e incappò così, in via del tutto casuale, su di una sua guancia. Non era mia intenzione usarle violenza ed il mio fu un gesto più intimidatorio che atto a causarle dolore. Mi avvicinai a lei di un passo, fissandola con sguardo serio e deciso e, prima che potesse proferir parola, le misi un dito sulla bocca, facendo sì che le parole le morissero in gola.
"Senti Elena, sono anni che non ci vediamo e non sono qui per te, che tu ci creda o no. Non mi interessa da chi ti fai sbattere e non ti deve interessare chi mi sbatto io. Ma adesso, qui, io sono un tuo cliente. Mi tratti come tale e la smetti, da questo preciso momento, di fare la deficiente. Farò la mia cazzo di spesa prendendo quello che voglio per chi voglio senza che debba sentire l'astio di una mia ex gelosa. Sono stato abbastanza chiaro?"
Ebbi voglia di apostrofarla con un "cagna" finale, come tante volte avevo fatto in passato, anche se in circostanze differenti, ma mi trattenni. Mi limitai a restare fermo, fissandola, senza muovermi di un solo millimetro. Non le volevo male, ma mi resi conto che, per quanto non ci fosse una vera motivazione, covavo risentimento nei suoi confronti. Anche lei non si mosse reggendo, immobile, il mio sguardo. Trascorse un tempo indefinito senza che nessun dei due alzasse bandiera bianca. Quel contatto... quello sguardo... quel semplice gesto di sfida mi fece ribollire il sangue. Sentii il cuore aumentare i battiti e... sì... l'avrei fatta mia in quel preciso istante. Infine Elena abbassò lo sguardo. Capii da quel gesto di aver vinto. Ancora una volta si era piegata a me.
"Va bene. Allora dimmi come posso esserti utile..."

Per essere inverno, fuori non si sta poi così male. Sì, non fa per nulla caldo, ma considerando che vesto ancora da "mezza stagione" e non tremo dal freddo... va ancora bene e sono soddisfatto. Continuo le amabili chiacchiere con il mio amico tra birra (io) e sigaretta (lui). Fuori, nel piazzale tra il locale e la strada, c'è più gente che dentro e, dall'odore che aleggia nell'aria, qualcuno non sta fumando solo sigarette. C'è davvero molta gente, più di quanto avessi immaginato prima. Questo comporta, di riflesso, molte ragazze ed il mio status di "single impenitente", in questo momento, non aiuta certo a mantenere la concentrazione sulle chiacchiere con il mio amico. Troppo spesso mi distraggo a guardare una gonna corta, una cascata di capelli o un sorriso sbarazzino. Con lo sguardo scivolo tra la gente cercando lei, la ragazzina ubriaca di prima. Quando finalmente la trovo, la mia attenzione finisce tutta su di lei. È alta, quasi quanto me. Indossa un paio di jeans stretti ed attillati che, come mi mostra quando si gira dandomi le spalle, le disegnano un fondoschiena davvero niente male. Tuttavia, una giacca a vento blu scuro inibisce, in maniera del tutto antipatica, le mie possibilità di intuire il suo fisico tra il bacino ed il collo. I tratti del viso sono dolci, gentili. Guardandole le gambe tornite, in ogni caso, deve essere una ragazza magra e slanciata. Tiro ad indovinare e mi trovo a fantasticare come un adolescente sul suo seno, la sua forma, la sua consistenza, i suoi capezzoli. A vederla così dubito che l'abbia molto prosperoso, il ché non è poi una brutta cosa. Lunghi capelli castani tendenti al chiaro ondeggiano ad ogni passo. Ha una camminata incerta, ogni tanto barcolla, a causa dell'alcol. Si appoggia al muro, agli alberi, a quello che trova, passanti inclusi, per non finire a terra. Ed i suoi amici non sembrano stare molto meglio di lei. Sospiro. Lo ammetto, è carina, nonostante le attuali condizioni.
"Se non smetti di fissarla inizierò a pensare che tutto quello che ti ho detto fino ad ora non tu non l'abbia nemmeno sentito."
Mi giro di scatto verso Andrea.
"Come scusa?"
"Ecco appunto."
Ci mettiamo a ridere come due idioti. È questo il bello di avere persone che puoi chiamare amici. Può passare un sacco di tempo senza che ci si veda o ci si senta, ma quando accade, c'è sempre quel filo di sintonia, di fraterna amicizia che ti fa sentire a tuo agio.

Lei, dietro il banco della cassa, mi aveva appena battuto lo scontrino (con su stampata una cifra esorbitante per un paio di boxer). Io, di fronte, avevo appena riposto nella tasca dei jeans il portafoglio allegramente alleggerito. Tra me e lei i boxer, sul banco, dentro una mera scatolina quadrata assolutamente anonima, se non fosse stato per il nome del negozio serigrafato. Nemmeno ricordo il nome della marca.
Momento di imbarazzante silenzio. Era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile. Non ero del tutto sicuro che volessi finire così quel fortuito incontro e cercai dentro di me qualcosa di intelligente da dire.
"Senti... me la dai una borsa di plastica?"
Forse non così tanto intelligente...
A vedere l'espressione che comparì sulla sua faccia, probabilmente si aspettava un "vaffanculo stronza", forse un "ti amo", forse un “addio”. Sicuramente qualche cosa di più significativo di "una borsa di plastica."
Il suo sguardo passò da me, al pacchetto, di nuovo a me, ed infine alla mia tracolla (che poteva contenere tranquillamente i boxer nel loro bel pacchettino) con incertezza e indecisione e scattò un momento di puro panico nel suo sguardo e nei suoi gesti, senza che io ne capissi perché.
"Si... si... certo..."
Nel momento in cui si piegò sulle ginocchia per prendere quella busta di plastica la maglietta che indossava che mi consentì una splendida e provocante visuale dei suoi seni, tondi, pieni, invitanti. Capì di essere ancora dentro a quella storia e di essermi fregato da solo nel momento esatto in cui entrai in quel negozio.
Vi è mai capitato di "spegnere la luce", perdendo ogni buona logica, ogni accenno morale, ogni accenno di raziocinio e buon senso comune? Fu quello che successe a me in quell'esatto istante. E pronunciai parole, ora lo so, che non avrei dovuto lasciar uscire dalla bocca.
"Non sarebbe male fotterti appoggiata a quel banco."
Elena si tirò su di scatto, come se un granchio le avesse pizzicato il sedere. Le sue guance erano colore del buon vino rosso e mi guardò con gli occhi sgranati.
"Come... cosa hai detto scusa?"
Io restai impassibile mentre il mio cuore pompava a mille.
"Dicevo che sarebbe carino fotterti ora. Adesso. Contro questo banco."
Il tempo parve congelarsi. Lei era lì, immobile, che mi fissava senza proferir parola. Io, di fronte a lei, che sostenevo il suo sguardo e non dicevo nulla. Stallo. Per la seconda volta in pochi minuti.
Il diavolo disse: "Fottila. Strappale le mutande e fottila."
L'angelo rispose: "Sei in un negozio, in orario di apertura al pubblico. È la tua ex. Non si torna mai indietro."
Diavolo: "Sarà che non si torna indietro, ma che scopate ti sei fatto con lei?"
Per mia fortuna fu Elena a toglierci da quel momento di empasse.
"Stai zitto. È roba passata, vecchia... una minestra riscaldata. Vai via, in fretta!"
Il diavolo rise. Un pensiero prese forma nel mio cervello. Un attimo dopo quel demonietto nella mia testa rise ancora, trionfante. L'angelo fu sconfitto.
Un attimo dopo ero scivolato alle spalle di Elena, dietro al banco, in silenzio, senza che lei avesse osato dire nulla. Le mie mani furono subito sulle sue cosce, velate dalle calze, mentre lei rimase immobile, con le mani appoggiate al banco del negozio, lo sguardo dritto davanti a sé. Fummo vicini, uno attaccato all'altra. Le gambe erano leggermente divaricate.
"Porti ancora le autoreggenti?"
"Scoprilo da te, bastardo."
"Non aspettavo altro."
Le mia mani scivolarono verso l'alto e raggiunsero ben presto l'orlo delle calze. Forse troppo velocemente. Sorrisi soddisfatto. La mia eccitazione era altissima. Io ed Elena ne avevamo combinate parecchie nella nostra relazione, ma questa volta stavamo correndo un rischio, forse, senza precedenti. Mi sentivo stretto nei pantaloni al punto da far male. Era sensuale sentire le sue cosce coperte da quel sottile velo di nylon sotto i miei polpastrelli.
"E le mutande?"
"Non ti dirò nulla."
"Vedremo."
Salì ancora. Dall'orlo delle calze al suo intimo fu questione di un attimo. Le sollevai la gonna da dietro, fin sui fianchi. Il suo culo era davanti a me, tra le mie mani, che trasudava voglia di sesso. Questa ragazza non portava intimo: non le era passata la vena esibizionista.
Con una mano mi slacciai i pantaloni e tirai fuori il membro. Avevo deciso, l'avrei fatta mia.
La mano libera arrivò al suo sesso. Stava letteralmente colando. Due dita entrarono dentro di lei senza il minimo sforzo e la minima resistenza. Oh si... non ero l'unico su di giri.
"Io, ora, ti fotto."
Lei rimase in silenzio. Solo un lungo sospiro quando le mie dita violarono la sua carne dopo un'infinità di tempo dall'ultima volta che l'avevano fatto. Ero pronto. Appoggiai la punta del mio membro alla sua magnifica e calda passera.
"Ti fotto."

Sparita. Dopo aver salutato Andrea, ho cercato la ragazza tra la gente, senza neanche sapere che avrei fatto una volta trovata, ma niente da fare. Non la vedo più. Adesso la birra, scaldandosi, ha preso un retrogusto un po' troppo amaro. Sono un po' dispiaciuto. Mi ero già costruito troppe aspettative su quella fanciulla, immaginando chissà quali fantasie. Ubriaca, sarà tornata a casa. Faccio spallucce di fronte a questa triste conclusione di una storia mai nata e torno dentro al locale. Vuoto il boccale con un ultimo sorso un attimo prima di varcare la soglia. Il tempo di arrivare al bancone, salutare Ivan impegnato a fare il suo lavoro da "uomo serata" e, mentre aspetto il pieno, mi trovo accanto a quelli che, mi sembra, siano proprio gli amici della ragazza ubriaca. Li osservo un attimo, senza esagerare, per non sembrare invadente, ma sì, direi che sono proprio loro. Quindi... lei potrebbe essere ancora qui. O almeno lo spero. Facendo finta di nulla mi guardo attorno. E proprio mentre sono impegnato nella pratica delle mie capacità ninja ecco un paio di amiche che mi vengono incontro. Tardi, rispetto all'appuntamento che ci eravamo dati, tanto che avevo iniziato a pensare che non si sarebbero più presentate. Inopportune, visto il momento.
"Era ora!"
Dico io, scambiando i soliti bacini bacetti di benvenuto. Giulia mi guarda sorridendo, indicando l'amica.
"Colpa sua!"
"Bevi senza di noi?"
Mi accusa Martina. Il bello di questa ragazza sono le sue labbra: ispirano i pompini più caldi e avvolgenti che possano esistere.
"Tesoro, sono qui da mezz'ora ad aspettarvi. Avete stabilito un nuovo record di ritardo. È passato mezzo mondo, l'altra metà è ancora qui. Ma questa (e indico la birra), l'ho presa adesso. Prendete da bere che vi aspetto."
La mia serata inizia (o continua) così. Quella stronza di Martina, quando slaccia il giaccone, sfoggia un vestitino attillato capace di resuscitare i morti. Se solo avesse un po' più di seno...
Le mie facoltà mentali vengono definitivamente azzerate quando Marti si siede, lasciando che il vestito salga e mostri l'orlo delle autoreggenti. Inevitabilmente penso a mille modi di intrattenerla privatamente, come potrebbe essere a letto, ma lei è la fidanzata storica del Rosso, e per tanto non si tocca. Però si può guardare. E non c'è maschio nel locale che non le dedichi almeno un'occhiata. Io mi chiedo se faccia apposta ad esibirsi così o le venga naturale. Ci sediamo su tre poltroncine tra birra e patatine a parlare di esami, lavoro, tempo libero, morose, case, non morose, e tutte quelle altre cose inutili di cui possono parlare due donne e un uomo, costretto ad assecondarle. Non a caso, tuttavia, dalla mia posizione posso vedere lo spiazzo fuori dal locale.

"Fottimi."
Si lasciò sfuggire la commessa, a bassa voce. Le stavo facendo sentire solo la punta del mio amico intimo, senza tuttavia entrare dentro di lei. Volevo sentirla supplicare.
"Vuoi che ti fotta?"
"Fottimi."
Sentii i suoi umori, la sua voglia colare sulla mia pelle, sul mio membro. Volevo che la urlasse al mondo. Ma lei (e non soltanto lei) aveva paura che entrasse qualcuno e ci cogliesse (letteralmente) in fallo e parlò piano piano. Spinsi. Appena appena. Quel tanto da farle sentire la mia presenza dentro di lei. Mi fermai. Per un momento Elena trattenne il fiato.
"Fottimi."
"Cosa?"
Volevo sentirla implorare il mio sesso. Uscii dal suo corpo e lei gettò una mano indietro, cercando di afferrarmi e trattenermi dentro di sé.
"Fottimi cazzo!"
Alzò la voce, ma non era abbastanza.
"Avevi detto che non mi avresti più detto nulla..."
"Sei... tu sei un grandissimo..."
"Attenta..."
Dissi. Mi mossi in avanti, facendole sentire nuovamente il mio sesso tra le sue labbra.
"Fottimi Ronin. Fottimi... FOTTIMI!"
Quando lo disse ad alta voce, finalmente soddisfatto, affondai dentro di lei con un unico movimento deciso. Con il mio membro, potei sentire chiaramente la sua carne aprirsi al mio passaggio, dilatarsi e accogliermi dentro di lei. Godemmo entrambi. Affondai dentro la sua fighetta, spinsi, andai a fondo, deciso. Elena sospirò di piacere. Io non fui da meno, la mia mente venne annebbiata dal piacere. Restai in quella posizione alcuni istanti. Le mie mani scivolarono sulle sue cosce, le accarezzavano la pelle, giocavano attorno all'orlo delle calze. Lei spinse il bacino indietro per accogliermi, se possibile, ancor di più. Uscii da lei, solo per affondare di nuovo. C'era odore di sesso nell'aria. Affondai dentro di lei. Mi gustai ogni centimetro, ogni millimetro, della sua carne. Passando davanti al suo corpo feci scivolare una mano sul suo sesso, un attimo dopo esserne uscito. Capii che lei stava per protestare. Con due dita le aprii le labbra della figa, e affondai ancora più dentro di lei. Lei chinò il capo, in preda al semplice e puro piacere carnale, condito dalla follia del momento. Io le afferrai i fianchi e cominciai a spingermi dentro con spinte costanti e decise. Affondavo dentro di lei e poi uscivo. Ed ogni volta che uscivo, il mio membro si trascinava dietro una quantità di umori incredibile.
Affondai ancora. E ancora. Lei ansimava. Godeva. E il suo piacere divenne il mio piacere. Godevo nel sentirla godere. Stavo letteralmente godendo di lei.
"Io... vengo..."
Disse, con mia soddisfazione. Come se poi, io, fossi da meno. Mi sentivo sul punto di esplodere. In ogni senso.
"Taci e godi."
La vidi piegare la testa in avanti, abbandonandosi al piacere. Il suo corpo si irrigidì in quella tensione che precede l'orgasmo. Un pensiero peccaminoso mi attraversò la mente. Non stavamo usando precauzioni. Non ce n'era né tempo né voglia. Pregai in silenzio che prendesse ancora la pillola. Esitai un niente, lei se ne accorse e mi incitò a continuare.
"Spingi Ronin. Vieni."
Fu il mio diavolo che si spinse dentro di lei. Affondai fino in fondo, fin quando trovai spazio in cui entrare, fino ad essere bacino contro bacino, l'uno dentro l'altra. Elena sembrò piegarsi su se stessa ed esplose. Io la tirai contro di me tenendola per i fianchi e sfogai il mio piacere dentro al suo sesso.

Constatato che la ragazza sia ancora in zona (o almeno lo spero) e vista la mia compagnia, non mi resta altro da fare che rilassarmi e chiacchierare piacevolmente un po' con le mie due amiche, tenendo d'occhio il panorama esterno in cerca della ragazzina al centro dei miei pensieri. Il tempo si trasforma, muta, si allunga e si accorcia fino a quando, ad un'ora imprecisata della notte, con il locale un po' più vuoto, Martina e Giulia, dopo esserci lasciati con due baci veloci, ripiegano verso casa. È tardi. Anche per me si è fatta ora di andare verso casa. Io mi incammino dalla parte opposta, diretto alla mia dimora. Giro l'angolo. Eccoli tutti lì. Amici e amiche, seduti sul marciapiede, in pessime condizioni. Li guardo. Mi vedono. Il maschio alfa del gruppo mi squadra, si alza e, barcollante, fa alcuni passi nella mia direzione.
"Hai bisogno amico?"
Accenno un sorriso.
"A guardarvi così, ad occhio e croce, direi che siete voi ad aver bisogno..."
"Noi stiamo bene."
Non fa in tempo a finire che si appoggia ad un'auto e fa la cortesia di riverniciarle la fiancata. Sono certo che il proprietario ne sarà decisamente lieto.
La ventenne e la sua amica sono semplicemente sfasciate, l'una appoggiata all'altra con gli occhi chiusi ed un colorito assai pallido. E i loro amichetti non sembrano far nulla per loro. Mi avvicino e controllo le ragazze, ignorando tutti gli altri.
"Bevuto, eh?"
Loro non parlano molto, per non dire che non parlano affatto. Le ragazze sono davvero distrutte ed anche i ragazzi non sembrano troppo in forma. Sto lì con loro per vedere come evolverà la situazione, facendomi prendere dalla crisi del buon samaritano. La ragazza, che si presenta come Francesca, mi riconosce e sorride. Un sorriso storto, da ubriaca. Nonostante questo, però, ha un bel sorriso, luminoso. D'un tratto il suo stomaco si ribella e lei si piega in avanti. I lunghi capelli seguono il movimento. Faccio per avvicinarmi, ma lei mi scaccia con in gesto della mano. Si ricompone.
"Adesso mi passa."
"Non ne dubito. Lascia che ti aiuti."
"Non serv..."
Un istante e il suo stomaco si ribellò ancora. Faccio giusto in tempo a tenerle la fronte con una mano ed i capelli con l'altra prima che desse un nuovo coloro al selciato. Resto al suo fianco, lasciando che si sfoghi. Inutili i suoi tentativi di cacciarmi. Prendiamo tempo, aspettando che si riprenda un poco e riesca almeno a reggersi in piedi. È così che, tra una chiacchiera e l'altra, scopro che la ragazza ha effettivamente vent'anni, compiuti questa sera stessa. Lentamente, con il passare dei minuti, sembra riprendersi. La sua amica... alzo lo sguardo e loro non ci sono più. Spariti. Lascio un attimo Francesca sola con se stessa e faccio il giro dell'isolato, passando davanti al locale, ormai chiuso. Niente da fare, i suoi amici sono svaniti nel nulla davanti ai nostri nasi. Lei accenna un sorriso deluso e si lascia andare in un gesto di scarsa importanza.
"Saranno andati a casa..."
Si accascia su se stessa, tenendosi la testa con le mani.
"È meglio se stai su con la testa."
"È pesante..."
Sorrido. Che cucciola. Le porgo la spalla a cui su appoggia volentieri.
"Grazie..."
"Di nulla. Sai quante volte mi hanno raccolto? Tu non ci vai a casa?"
"Si... appena mi riprendo abbastanza da stare in piedi..."
"Adesso passa, vedrai. Abiti lontano?"
"Un poco... sono a piedi..."
"A piedi? Meglio che ti accompagni."
Si lamenta, si oppone, non vuol essere accompagnata ma, quando mi dice dove abita, vale a dire dall'altra parte della città, pongo fine alla discussione. A piedi, da sani, ci vorranno una ventina di minuti. Ho il sospetto che farò un po' più tardi del previsto...

Restammo immobili dietro al banco, io dentro di lei.
"Dimmi che prendi la pillola."
Ho una grande ammirazione per il mio romanticismo. La risposta che ottenni ebbe un tono a dir poco seccato.
"Si... "
Le baciai una spalla. Me la sarei scopata ancora. E ancora. Mi resi però conto del luogo in cui ci trovavamo e che avevamo appena avuto un amplesso. Intenso e trasgressivo.
"Che spettacolo!"
Sorrisi contento e soddisfatto. Sì, era stato breve, ma cristo, che intensità, che meraviglia!
"Senti... so che ti piace stare dentro di me ma..."
Misi una mano sul suo sesso, chiudendolo nel momento in cui mi sfilai, per cercare di trattenere i liquidi dentro di lei. Scivolai fuori e la osservai da dietro. La gonna tirata su. Le autoreggenti, di cui una scesa al ginocchio, conferendole un aspetto disordinato. Che visione da urlo. Sorriso sadico. Tolsi la mano dal suo sesso e lasciai che il nostro mondo colasse sulle sue cosce.
"Dai cazzo... così no!"

Disse lei, cercando in fretta di tamponarsi il sesso evitando il disastro.
"Non fare nulla. Resta così finché non torni a casa."
Le dissi mentre mi ricomponevo. Le mi guardò, intensamente, con quei suoi adorabili occhi.
"Io non sono più tua, mi spiace."
"Tu sei mia. E lo sarai sempre. Come io sarò tuo."
Mi vestii e, raccolto il pacchetto, uscii dal negozio, senza più voltarmi indietro.

Sospiro. A volte, solo a volte, sono troppo buono. La aiuto ad alzarsi, le infilo un braccio intorno alla vita e, con passo calmo e tranquillo, ci incamminiamo verso casa sua. Sta veramente male. Un paio di volte siamo costretti a fermarci perché il suo intestino si ribella ancora.
Nonostante il malessere dovuto all'alcol, ha la lingua sciolta. Mi racconta di sé, di quando ha preso la patente due anni fa, della sua vita, di cosa studia, di come si passa il tempo. È piacevole stare lì ad ascoltarla. Mi confessa i suoi progetti per il futuro ed i suoi sogni nel cassetto. Mi racconta della sua famiglia, dei genitori separati, del padre poco gentile, della madre con la tendenza a bere più del dovuto e non posso che pensare che sia sempre più un mondo di merda. La razza umana è qualcosa di orribile.
Il cammino si rivela meno penoso del previsto. Lei riesce a stare in piedi quasi da sola. Per fortuna non abbiamo scale da fare, attraversiamo un parco. Mi chiede di me. Le racconto qualcosa. Non tanto. Solo quello che affiora in superficie. Forse... forse qualcosa di più. Succede così che, in una notte qualsiasi, a portare a casa una sconosciuta ubriaca, mi concedo, per una volta, di abbassare le difese, di lasciarmi un poco andare. Mi rendo conto che non sono io ad aiutare lei a tornare a casa. È lei ad aiutare me a tornare a vivere.
Per quei venti minuti, mi viene concesso di abbassare muri e maschere e di essere semplicemente me stesso.
Per quei pochi minuti, mi concedo di voler bene a quella ragazza. Un bene sincero, pulito, privo di ogni risvolto "malizioso e maligno".
"Grazie."
Mi dice quando arriviamo sulla porta di casa sua. Mi guarda e sorride. Sta decisamente meglio. Si è ripresa. Sono contento.
"Grazie a te."
Uno di fronte all'altra, in imbarazzo. E scoppiamo a ridere. Siamo entrambi consapevoli che si è appena fatta accompagnare a casa da un perfetto sconosciuto. Cala il silenzio. Ci scambiamo gli sguardi. Si ferma il mondo. Mi rendo conto, in quella frazione di secondo, della bella creatura che mi trovo davanti in questo istante infinito. Mi rendo conto che potrei, forse, riuscire ad innamorarmi ancora. La sua espressione si fa dolce.
"Sei stato un angelo..."
Come fare arrossire Ronin...
"Non tocca a me dirlo... "
Non mi fa finire la frase e appoggia le sue labbra alle mie. No, non posso. Finirei per rovinarla. Mi sposto da lei.
"Sei tu l'angelo, Francesca. Grazie a te."
Mi guarda perplessa, senza capire. Non può.
"Ci sentiamo ancora?"
Il mio è un sorriso amaro.
"Non credo... "
"Allora cercami su Facebook... mi chiamo Francesca @@@@@@@@@."
So di mentire ancor prima di parlare.
"Lo farò. Buona notte."
Io, ormai, sono un'anima dannata.
Non la cercherò mai. Non la vedrò più. Eviterò di farle del male.

Sulla strada di casa prego gli dei che le riservino un futuro di felicità e serenità.
In fondo, c'è ancora qualcosa per cui possa valer la pena vivere.
Note finali:
Ovviamente, non mancate di visitare il mio blog!
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