i racconti di Milu
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Sì o no? Farlo o non farlo? Accettare o rifiutare?
Erano questi i dubbi e le domande che mi attanagliavano da quasi due mesi. Da quando cioè avevo messo incinta mia figlia.

Tutto è cominciato più di quattro anni fa, quando lei, appena sedicenne e nel pieno sviluppo delle sue grazie, mostrava già i segni della splendida donna che sarebbe diventata.
Lì sono cominciati i miei tormenti. Ogni volta che la vedevo aggirarsi per casa con quelle tutine aderenti addosso, sentivo il mio cazzo gonfiarsi per l'eccitazione.
C'è da dire, anche, che con mia moglie eravamo ai ferri corti da mesi. Avevo saputo, tramite giri di chiacchiere, che lei aveva un amante. Qualcuno l'aveva vista entrare spesso in un edificio in centro. Quando le avevo chiesto chiarimenti, aveva confermato tutto. E ora intendeva lasciarmi per andare a vivere con quel suo ganzo.
Mia figlia Marina ne risentiva parecchio di questa situazione. Lei, prima attaccatissima a sua madre, ora la disprezzava apertamente. Non le rivolgeva quasi più parola, chiedendo a me quando le serviva qualcosa.
Poi, una sera, sono tornato dal lavoro e mia moglie non c'era più. Tutte le sue cose sparite, compreso alcuni soprammobili a cui lei teneva tanto. Beh… almeno mi ha lasciato pentole e stoviglie!
Marina, come dicevo, ne soffriva parecchio, ma nel giro di qualche settimana si è rasserenata e abbiamo cominciato la nostra vita insieme.
La portavo io a scuola prima di andare al lavoro e poi ci pensava da sola a tornare col pullman.
Quando rientravo la sera, trovavo sempre la casa in ordine, pulita e con la cena già pronta per essere servita. Marina, a quanto pare, sembrava perfettamente in grado di badare a me…
Il mio cazzo era perennemente in tiro e facevo di tutto per non farmi vedere.
Col passare del tempo, lei si è diplomata ed ha trovato un lavoro part-time quasi subito. Lavora il pomeriggio in una boutique nel viale della moda di Milano.
E cresceva pure in bellezza. Lunghissimi capelli castani, un seno grosso e sodo, vita sottile, gambe perfettamente tornite e un meraviglioso culetto. Una ventenne da sballo.
Per quanto riguarda me, invece, ho avuto qualche frequentazione, ma mai nulla di serio.
Poi, una sera, Marina torna a casa in lacrime. Piange come una fontana ed ha una guancia tutta rossa, con l'impronta di cinque roventi.
Ero rientrato prima di lei e la stavo aspettando seduto sul divano. Mi ero già cambiato e stavo con solo la tuta addosso.
— Papà… papà… mi ha lasciato… mi ha lasciato… voleva… voleva che io… — continuava a ripetere.
Marina si fionda tra le mie braccia, in cerca di sostegno. Continua a ripetere che l'ha lasciata, ma non riesco a capire di chi stia parlando. Non ero al corrente che frequentasse qualcuno.
Inutile chiederle qualcosa ora. La lascio sfogare, poi quando si calma inizia a parlare senza ulteriori inviti da parte mia.
— Qualche settimana fa ho conosciuto un ragazzo. Marco. Era molto carino e mi faceva sentire bene stare con lui. Ma insisteva sempre che voleva vedere dove lavoravo. Non capivo perché lo volesse sapere così insistentemente, ma oggi mi è stato tutto chiaro. Mi ha detto chiaro e tondo che se non lo facevo entrare nel negozio mi avrebbe lasciato. E allora ho capito tutto. Si è servito di me… perché voleva svaligiare il negozio… — e ricomincia a piangere tra le mie braccia.
La tenevo tra le mie braccia, petto contro petto, come si tiene un bambino piccolo in braccio.
Con una mano la sorreggevo e con l'altra le accarezzavo la schiena. Cercavo di guardarla in viso, ma lei lo teneva stretto al mio collo. Le sue lacrime mi stavano bagnando la maglietta.
Sentivo il suo seno sfregarmi il torace al ritmo dei nostri respiri.
Sentivo il mio cazzo gonfio e duro che le sfiorava il gomito.
Poi all'improvviso, Marina alza lo sguardo verso di me. Ci guardiamo negli occhi per qualche secondo… e poi la bacio.
Non lo avevo affatto calcolato, questo…
La baciavo con passione, sempre più furiosamente, e lei rispondeva ai miei baci. Le nostre lingue si cercano, si inseguono, si trovano…
La mano che prima era sulla schiena, lentamente scivola verso il basso. Le accarezzo quel suo culetto sodo, reo di molte notti insonne. Scendo ancora più in basso, ad accarezzarle le cosce. La infilo sotto la sua minigonna e risalgo lentamente al culetto.
Non porta le calze perché è estate, per cui tocco direttamente la sua pelle. Le accarezzo il gluteo nudo. O non porta le mutandine oppure oggi si è messa il perizoma. Non mi importa…
Le nostre lingue continuano ad inseguirsi nella sua bocca.
Sento il mio cazzo erigersi imperioso alla ricerca di una fica.
Tolgo la mano da sotto la sua gonna, la prendo in braccio e me la porto in camera.
La metto a terra ai piedi del letto. Mi svesto velocemente e le tolgo la maglietta e la mini.
Oggi si è messa il coordinato nero. Perizoma e balconcino.
Vestita così non sembra neanche la ventenne che è. Quel suo grosso seno, stretto nel reggiseno che lo solleva, sembra ancora più grosso di quello che è.
La sospingo sul letto. Lei si sdraia. Mi metto tra le sue gambe e inizio a baciarle il ventre, mentre lentamente le sfilo il perizoma. È completamente depilata, nuda. Nemmeno un pelo. Mi piace!
Le allargo le pieghe della fica e infilo la mia lingua nel suo pertugio. È già bagnata… Salgo un pochino sopra, arrivando al clitoride. Distendo la pelle ed esso si espone. Do dei leggeri colpi di lingua e poi inizio a succhiare. Alterno colpi di lingua e risucchi, fino a quando Marina ha un orgasmo.
Scendo sotto a leccare il frutto che cola dalla sua fica. È dolce e dissetante.
Mi distendo al suo fianco e me la tiro addosso. Ci baciamo di nuovo, mentre le tolgo il reggiseno.
Ora me la sento tutta addosso, pelle contro pelle. È inebriante…
Marina mi si struscia contro, eccitandomi ancora di più.
E il cazzo vuole la sua parte…
Mi rigiro e la metto sotto di me. Con una mano mi aiuto ad indirizzare il cazzo alla sua fica e spingo. Con un solo movimento entro tutto.
Marina urla, ma non me ne importa niente. Spingo sempre più forte e più in profondità. Mi sto schiacciando contro di lei per arrivare a metterlo dentro tutto.
La frenesia ha il sopravvento. Mi spingo dentro di lei con furia e vengo dopo neanche cinque minuti.
Ma il cazzo è ancora duro. Continuo a scoparla con furia e foga e dopo una ventina di minuti vengo ancora.
Entrambe le volte le sono venuto dentro…
Si potrebbe pensare che l'abbia violentata, da tanto è stato convulso il nostro primo rapporto. Così non è stato perché lei rispondeva con ardore alle mie spinte.
Fortunatamente, dopo la seconda eiaculazione, sono rinsavito e mi sono vergognato di quello che ho fatto.
— Scusami tesoro! Perdonami! Non volevo! Oh, che cosa ho fatto! — continuavo a ripetere. — Che cosa ho fatto!
Mi vergogno per davvero. Un padre non deve mai fare del male ai figli.
Marina stava lì, nel mio letto, che mi sorrideva dolcemente.
— Papà… non c'è niente da perdonare. Davvero. Non preoccuparti… va tutto bene.
— No! Che non va bene, Marina! Ho fatto del sesso con te! Sei mia figlia!
Mi alzo e vado in bagno. Ci resto a lungo, tanto che Marina mi viene a cercare. Bussa alla porta.
— Papà… dai esci… Non mi fare parlare con una porta.
— Lasciami in pace, Marina. Mi vergogno di quello che ho fatto. Ti ho violentato, non te ne rendi conto?
— No che non lo hai fatto, papà. Non te l'ho mai detto , ma anche io volevo fare l'amore con te. È da quando mamma se ne è andata, che ci penso.
Mi metto l'accappatoio e apro la porta, esterrefatto. Non capisco più niente.
— Ripeti quello che hai detto?!
È ancora tutta nuda.
— Hai capito benissimo, papà. Ti volevo anche io. Desideravo anche io fare l'amore con te. Per questo mi mettevo sempre gli abiti più stretti che riuscivo a trovare. Volevo scatenare una reazione da parte tua.
Le sta colando il mio seme sulle gambe.
— Che dici! Sii seria, per favore.
— Lo sono. Ti amo, papà…
— Anche io ti amo, Marina, ma…
— No, no. Non hai capito. IO. TI. AMO.
Mi si avvina e prende ad accarezzarmi il cazzo. Poi si inginocchia e lo prende in bocca.
Mi fa un pompino da favola, con tanto di ingoio, lì sulla porta del bagno.
Si rialza, mi prende per mano e andiamo ancora in camera.
Passiamo tutta la notte a scopare. Le vengo dentro ancora tre volte prima dell'alba.

Nelle settimane successive non facciamo che scopare, senza che a me venga mai in mente di usare dei preservativi, né di informarmi se lei prende la pillola.
Una mattina, dopo quasi un mese dalla nostra prima scopata, Marina deve correre in bagno a vomitare.
E lì comincia il mio tormento. Ho messo incinta mia figlia, confermato dal test fatto il giorno dopo.
— Che gran cazzata che ho combinato, Marina! Ti ho ingravidato! E adesso cosa facciamo? Non lo puoi tenere! Devi assolutamente abortire.
— Ma che dici papà! Perché non lo posso tenere?
— Perché?! Sono tuo padre… non lo posso riconoscere.
— E allora?
— E quando sarà grande, che gli dirai? Che gli dirai quando vorrà sapere chi è suo padre? È meglio abortire… e poi prenderai la pillola.
— Posso sempre dirgli che suo padre è fuggito oppure la verità… vedremo.
— E se avesse dei difetti genetici? Noi siamo consanguinei.
— Esistono test prenatali per quello, papà. E comunque non è detto… A volte si legge sui giornali di figlie violentate dai padri che partoriscono e non viene mai detto che sono deformi o ritardati. Io lo voglio tenere, il tuo bambino.
Dopo il primo attimo di paura, comincio a sentirmi orgoglioso e fiero all'idea di vedere mia figlia gonfia del frutto del mio seme.
Ma il buon senso è ancora lì.
— Pensiamoci bene prima di decidere, Marina. Intanto prendiamo l'appuntamento al consultorio per l'aborto.
Marina fa come le ho chiesto, ma nel tempo che trascorre al giorno fissato, non facciamo che discutere dei pro e dei contro. Per il momento vincono i contro.
Anche ora, che siamo in attesa che lei entri in ambulatorio, dove mia figlia subirà un intervento di interruzione della gravidanza, non so cosa fare.
L'infermiera chiama il suo nome. Marina si alza ed entra in ambulatorio.
Ne esce dopo neanche cinque minuti.
— Mi spiace, papà. Non ce la faccio ad abortire. Il bambino lo tengo.
A quanto pare, ha deciso lei per me.

Dopo altri sette mesi nasce Aurora, nostra figlia.