i racconti di Milu
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Io m’alzai stanca dal letto, mi sollevai i capelli e istintivamente mi diressi verso la toilette. Allo specchio potei attentamente osservare due occhi inespressivi e smorti con un desiderio sessuale notevolmente amareggiato, deluso e insoddisfatto, non comprendevo, eppure ne intuivo appieno che doveva trattarsi d’un problema di non agevole né di facile approccio. Quando mi rialzai, vidi un lembo di lenzuolo cadere sul pavimento lasciando scoperto così un polpaccio del mio compagno, mi soffermai pertanto squadrandone il fisico, cercando di decifrarne e d’intuirne le linee psicologiche, complessivamente due anni di convivenza e altri due di fidanzamento. Lui è alto e bruno, con un bel fisico, discretamente intelligente e geneticamente a posto, per il fatto che in quell’occasione portai le mani al volto esclamando pertanto a bassa voce:

“Che razza di ragionamento mi viene in mente”.

E già, perché nulla di lui riusciva veramente a colpirmi né a impressionarmi, eppure poteva considerarsi a pieno titolo un appetibile, attraente e avvenente ragazzo.

“Non sono innamorata” - chiesi a me stessa, certo che no, non è questo” - mi risposi.

Lentamente feci scivolare un dito sul seno rigirando il polpastrello attorno al capezzolo, poiché pensavo a lui che m’afferrasse con decisione da dietro, ma il puntino rosa in corrispondenza del mio cuore rimase lì, immobile e imperterrito. Sentii la chiave girare nella serratura, ecco la donna di servizio, pensai. Lei si chiamava Milagros e veniva da un paese vicino a Sassari, dato che si trattava d’una signora italiana, però d’origini argentine, così senza rendermene conto, lo stesso dormiente puntino rosa ebbe repentinamente un sussulto, in quell’istante mi voltai di scatto fissando i miei occhi, in quanto a loro volta mi guardavano attraverso lo specchio.

Io scivolai cautamente fuori dalla stanza, dove Milagros per usanza utilizzava cambiarsi, trasformando il suo bel corpo di ventisettenne in un soldato pronto a colpire di scopa, con il camice color rosa pallido o l’uniforme bianco latte. Lei usava uno stanzino, raramente il bagno, perché alle otto del mattino noi dormivamo già, quindi non aveva la necessità di angosciarsi né di preoccuparsi oltremodo che qualcuno potesse vederla. Io stavolta ero lì, pronta a spiare, a carpire qualsiasi attimo fuggente, giacché volevo afferrare e gioire, oppure deludermi, consapevole d’un capriccio mal costruito. I capelli corti a caschetto neri, un corpo afrodisiaco, due o tre chili più in carne di me, collocati però nei punti strategici.

Lei si sfilò i jeans e la maglietta, fortunatamente senza fretta e con mia totale sorpresa notai un reggicalze color rosa con le mutandine leggermente ricamate e un bosco bavarese leggermente sbiadito dalla distanza, senza reggiseno addosso, in quel momento io mi spostai lievemente usando lo spiraglio come se fosse un cannocchiale. I seni dritti formavano un circolo perfetto e quando afferrò il camice inarcò la schiena mandando i suoi capezzoli sulla luna, almeno a me così parve. Io rimasi immobile per circa mezzo minuto, nonostante Milagros fosse già in un’altra camera, la mia mano aveva inconsciamente indugiato e ritardato su una delle mie labbra, dato che fu come svegliarsi da un magnifico sogno, perché avvertivo la piacevole sensazione dell’essere umida, allestita, consapevole e pronta.

In quel momento potevo tornare a sognare il reale, a concepire e a immaginare varie situazioni e a inventarmi insidie e trabocchetti, nel frattempo tornai a letto, però lui avvertì la mia presenza e m’abbracciò ignaro e sprovveduto del futuro:

“Però, come sei gelata mia cara. Vieni qua sotto che ti riscalderò per bene”.

Come un robot gli andai vicino e lui tentò di fare sesso, anzi lo fece, io però stavo con Milagros.

{Idraulico anno 1999}