i racconti di Milu
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Io ti chiamo e rispondi, all’adombrato e all’oscuro richiamo rispondi, all’appannato e al minaccioso tentativo della tortura e della vessazione che ho deciso d’applicarti, perché ti chiamo e rispondi, i tuoi segnali mi fanno razionalmente comprendere questo. Tu ribatti e mi saluti, però capisci subito che non è la telefonata che t’aspettavi, tu senti il mio respiro, perché adesso anche se vorresti mettere giù la cornetta del telefono non lo farai, in quanto la prima cosa che ti dico è dove la mia mano sta accarezzando.

Tu non puoi muoverti, non puoi fare nulla, mentre io ti bisbiglio che cosa attualmente il mio dito sta sfiorando, io ti dico che lo so, perché lo so che in questo momento mi stai immaginando e fantastichi a più non posso, perché lo so che adesso vorresti essere con me, il mio dito essere il tuo. Anch’io te lo dico, ti rivelo apertamente che lo vorrei, eppure tu non puoi muoverti o forse effettivamente non sai muoverti, perché adesso sei incustodita, indifesa e sola in balia della mia voce, perché io sorrido mentre ti dico che sto spingendo con prudenza.

Io ascolto il tuo respiro cambiare quando ti confido che m’aizza, tenuto conto che mi stimola immensamente sapere che sei immobile e non riesci a fare nulla, onestamente mi piacerebbe captare la tua fragranza al momento che sto scopando per te, solamente per le tue orecchie, esclusivamente per farti sentire quanto ti vorrei adesso dentro di me. Io sbarro le pupille e ingoio, sposto la mano interiormente nel panno, ti faccio il resoconto di qualunque minuzia, ti occupo e ti ricopro, dopo ti tocco, infine ti svelo chiaramente che da te mi lascerei fare qualsiasi faccenda. Perché? Al momento t’immagino serrare le gambe, tu non puoi fare nulla, in quanto devi fingere, ti tocca sapientemente mentire, giacché sembra quasi una specie d’inedita brutalità. In questo momento gemo, tremo vivamente, per il fatto che percepisci i miei lamenti, sì, li senti eccome immaginandoti tra le mie gambe, ma adesso non vuoi, non vuoi mettere giù e ti racconto in un attimo di come le mie dita coraggiose, insolenti e persino maligne spingerebbero in te come adesso spingono verso di me. Perciò io accuso, boccheggio soltanto e manifesto, rabbrividisco semplicemente come i miei gemiti che t’arrivano caldi dopo averti raccontato dei fluidi sul mio palmo.

Finalmente adesso godo, malgrado ciò non te lo dico, giacché lo percepisci di certo, perché quell’atto è lungo, anzi lunghissimo, poiché te lo godi tutto, perché non voglio che tu ne perda un solo istante, dopo me vado come sono arrivata senza rivolgerti il saluto sperando di lasciarti lì, ancora per azzardare e per tentare di capire come tu abbia potuto lasciarmi entrare, distruggendo e sbaragliando a fondo le mie membra affettandomi l’anima.

Tutto questo, difatti, è avvenuto nella maniera d’uno sconvolgimento inedito e finanche per certi aspetti cruento, feroce e smisurato, eppure curiosamente e insolitamente aggraziato, armonioso e persino insolitamente bizzarro, selvaggio e proporzionato.

{Idraulico anno 1999}