i racconti di Milu
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Per una volta l’avevamo spuntata, sia io che Danilo eravamo infatti riusciti ad ottenere lo stesso giorno di riposo. In effetti, per molti può sembrare una banalità ovvia e per di più scontata, eppure per chi lavora in ospedale o in tutti i luoghi in cui si ha disposizione un giorno libero durante la settimana, far sì che cada nel medesimo del partner, che compie peraltro le stesse mansioni in un’altra struttura non è per nulla una cosa agevole né semplice. In questo modo, un giovedì, di buon mattino, abbiamo preparato gli zaini e via in macchina ci siamo diretti verso le montagne.

Io adoro fare lunghe camminate, ascoltare i rumori del bosco, vivere la natura al cento per cento, senza che nulla ricordi la civiltà, tranne qualche casupola di pietra sparsa qua e là, che invoglia immancabilmente facendo dimenticare le insidie e i grattacapi del resto del mondo, per vivere da eremiti felici lontano da tutto e da tutti. Arrivammo in alta valle in quell’occasione alle undici passate, quindi infilati gli scarponi e caricati gli zaini ci avviammo per il sentiero estivo verso il rifugio. Era parecchio tempo che non venivo da queste parti, malgrado ciò ricordavo ancora l’ultima volta quando ancora da ragazzini ci portammo la tenda, ci fermammo nel primo prato e passammo praticamente la giornata a fare l’amore, mentre allegre, spensierate e vocianti famigliole con bambini chiassosi al seguito giocavano intorno facendoci spaventare di continuo per la paura di venire scoperti.

La giornata era grigia, perché minacciava pioggia da un momento all’altro, ma l’occasione più unica che rara assieme a una buona parola del meteo ci convinsero per continuare. La strada era molto più faticosa e ripida di quanto ricordassi, ma progressivamente dopo circa tre ore di percorso ci sedemmo in conclusione alla tavola del rifugio, esultando alla presenza d’un bel piatto di pizzoccheri fumanti, che sparirono all’istante in quanto vennero divorati in pochi minuti. In quel frangente eravamo i soli ospiti del rifugio, nel tempo in cui il custode stesso ci informava che eravamo gli unici rimasti in giro nei paraggi, a parte una coppia di ciclisti che avevano pernottato lì ed erano già scesi verso la valle. Dopo esserci rifocillati uscimmo per gustarci quel magnifico panorama ancora parzialmente innevato sedendoci all’esterno per prendere un po’ del sole che talvolta appariva tra un nuvolone e l’altro. Purtroppo dovemmo ricrederci subito, visto che l’aria fuori dalla baita era diventata bruscamente gelida.

Conversando poco prima con l’addetto della baita avevamo saputo che c’erano ben tre sentieri nei dintorni per tornare in direzione del borgo, uno che costeggiava i monti ad est, molto lungo ed estremamente facile, la comoda mulattiera che avevamo percorso per salire, infine un terzo sentiero più ripido, in quanto risultava la via più breve, noi due istintivamente scegliemmo quest’ultimo nonostante ci fosse stato sconsigliato a causa del ghiaccio per vedere qualche nuovo paesaggio, sennonché ci mettemmo in cammino. Capimmo però ben presto d’aver probabilmente compiuto una stupidaggine: la via, invero, s’infilava in un canalone ancora pieno di neve, il segnavia rosso e bianco del CAI era introvabile e per di più illeggibile sotto lo strato di ghiaccio che copriva interamente il fondovalle, saremmo tornati indietro, ma la ripida scalata senza ramponi che ci attendeva ci fece preferire il rischio di proseguire.

Io ero praticamente terrorizzata e stringevo la mano del mio compagno per paura di sprofondare nella neve o di perderci tra i boschi, tanto più che a parte le impronte delle marmotte, non vi era traccia del passaggio di nessuno. Grazie al cielo, dopo un alto torrione di roccia la neve sparì e ricomparve il sentiero che ci avrebbe condotto a casa. Ero così felice che baciai in modo spontaneo Danilo collocandogli una mano sul didietro poco prima di mettermi a correre lungo il camminamento, che attualmente digradava ripido tra le rocce per poi rituffarsi all’interno d’un boschetto di larici. Ero visibilmente stanca, mi tremavano le gambe per la paura e per la stanchezza dovuta al camminare nella neve, ma soprattutto per la palese inquietudine. Ad un certo punto ci ritrovammo in una piccola radura, con l’erba soffice e verde, il sole che scaldava gradualmente la pelle e un panorama sul piccolo laghetto di montagna che riluceva alcuni metri sotto di noi. Fu lui a propormi di fermarci un poco in quell’angolo isolato di paradiso, e a ben vedere come rifiutare quell’invitante proposta? Ci sdraiammo in tal modo sull’erba per prendere il sole e considerato che su quel sentiero non avevamo visto anima viva io mi denudai del tutto: che splendore, era davvero rilassante, tanto che nel giro di pochi minuti m’appisolai leggermente. Non credo d’aver poltrito per lungo tempo, suppongo un quarto d’ora al massimo, pigramente mi risvegliai e mi ritrovai Danilo sdraiato al mio fianco, che mi guardava tenendosi il cazzo in mano massaggiandolo ritmicamente in maniera accalorata e lussuriosa:

“Ma sei per caso scemo? Che cazzo stai facendo? - sbraitai io sbigottita e scombussolata per l’inattesa e inedita sorpresa.

Lui m’aveva tangibilmente spaventata, tenuto conto che io mi sveglio d’improvviso nel bel mezzo del bosco e la prima cosa che vedo spalancando gli occhi è una grossa cappella di colore rosso a pochi centimetri dal mio naso. Pure lui si spaventò leggermente per la mia brusca e insperata reazione, perché stava per rimettere a posto l’arnese, però per farmi perdonare per l’acidula e ruvida reazione di poco tempo prima glielo agguantai fra le mani e cominciai ad accarezzarglielo baciandolo, conversando del suo cazzo, venerandolo convenientemente, così come se stessi discorrendo con il mio uomo. Il suo cazzo era durissimo e gonfio, stava per erompere, giacché non ci volle molto tempo per sentirlo in conclusione sussultare rilasciando la sua corposa e densa sborrata, riempiendomi velocemente la bocca di sperma.

Danilo sragionava per la prosperità del mio seno, non che fosse particolarmente grosso, ma sempre aggraziato, sodo e ben fatto, perché lui quando ci trovavamo in casa adorava prendermi da dietro stando davanti allo specchio riferendomi di continuo che godeva da matti nel vedere le mie tette ondeggiare sotto i suoi colpi, che lo facevo uscire di senno, quindi io non mi sarei dovuta stupire di vederlo farsi una sega mentre dormivo, povero caro, se m’avesse svegliata prima lo avrei fatto divertire di più pensai dentro di me. Dopo aver ampiamente soddisfatto lui, anch’io però reclamavo la mia parte, in tal modo gli chiesi se non gli andasse di ricambiarmi il favore: come avrebbe potuto infatti rifiutarsi ripudiando tutta quella mercanzia?

In quella circostanza mi denudò completamente e mi baciò dappertutto, la sua lingua frugava in ogni pertugio insinuandosi meticolosamente nella mia pelosissima e nera fica, io gemevo e sussultavo, frattanto gli massaggiavo il cazzo tentando di rianimarlo, cosa che, devo ammetterlo richiese parecchio impegno, in conclusione riacciuffai quel cazzo a cui sono abituata gustandomelo appieno. Ambedue, sennonché presi da un’insaziabile voglia travolgente cominciammo a scopare con un ritmo speditissimo, a dire il vero, in realtà, non saprei che cosa esattamente ci colpì, perché sembrava che avessimo i minuti contati, per il fatto che io ansimavo in modo frenetico incitandolo ad alta voce, cosa che di solito vivendo in una città dove le mura degli appartamenti sono super sottili evito accuratamente di fare, continuando però a offrire spettacolo agli animali del bosco, fino allo scoppio conclusivo d’un poderoso orgasmo che mi lasciò sconcertata e svigorita.

E’ pressoché arduo illustrare e spiegare persino con le parole la violenza con la quale quella sensazione si portò via il mio corpo per un pugno di secondi, partendo sennonché dalla fica per arrivare dritta fino al cervello scompaginandomi radicalmente le membra. Restammo per un po’ così l’uno dentro l’altra, ansimanti e zuppi di sudore con la schiena adagiata sull’erba e il sole che batteva sulla faccia, io ebbi il tempo di contare una ad una le contrazioni del suo cazzo che spingeva ancora nel mio corpo verso l’esterno le ultime gocce di seme. Poi d’improvviso sentimmo una voce non lontano, sicché pensammo che la nostra intimità stava per essere violata, di corsa balzammo in piedi ricomponendoci alla svelta nel migliore dei modi. Fortunatamente i due agenti forestali che passarono lì accanto non s’accorsero di nulla, perché credo, o meglio spero, che abbiano soltanto visto due ragazzi che fermi in una radura prendevano fiato dopo una corsa, oppure chissà, magari si sono goduti addirittura tutto lo spettacolo. In verità, francamente chi se ne frega, poco importa, non hanno detto nulla se non un fugace buon giorno prima di passare oltre proseguendo, in quanto a me interessa schiettamente solamente la grande impresa della scopata avvenuta poco prima.

L’estate è ancora lunga, per il fatto che non vedo l’ora di trovare un’altra splendida simile occasione, anche se questa volta credo che riserveremo molto meno tempo per raggiungere una vetta o un rifugio, perché lo dedicheremo maggiormente per cercare un posticino più riparato e tranquillo dove farlo.

{Idraulico anno 1999}