i racconti di Milu
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Era il loro primo incontro, dal momento che si erano conosciuti per caso, per mezzo d’una serie di messaggi via posta elettronica scambiati su d’un PC, con la curiosità e l’interesse di vedersi in foto. Lei dura e granitica che chiariva illustrando decisamente i suoi punti di vista, lui altrettanto ostinato e rigoroso che commentava precisando le sue rimostranze, perché a dire il vero ne sfociava in conclusione un reale scontro, un duello in cui ambedue si misuravano sennonché distinguendosi e valutandosi senza nessuna esclusione di colpi, poi finalmente la videocamera, giacché era uno scrutarsi per raccogliere dell’altro più dettagli possibili in un lento equilibrio, tra quelle enigmatiche e impenetrabili figure d’una realtà eventuale e presumibile. Era una disposizione, un volersi fermamente capire, eppure ognuno era pronto a non lasciarsi sopraffare né soverchiare dall’altro. Come fosse accaduto, che lei diventasse sua, era sembrata la cosa più naturale del mondo, perché era sua e basta, giacché non poteva essere altrimenti, un’inevitabilità e una fatalità delle cose d’accettare, d’ammettere, di cui entrambi erano informati:

“Sono tua, però unicamente al cinquanta per cento” - amava citargli e ricordargli lei continuamente punzecchiandolo e complimentandosi.

“Soltanto al cinquanta per cento?” - aggiungeva lui sorridendo stuzzicandola eccezionalmente.

Quel sorriso canzonatorio e sbeffeggiatore lui lo vedeva anche se non controllava i suoi tratti, lo intuiva mentre spuntava innegabilmente tra le parole, così come un sole che s’affaccia fra le nuvole rischiarando il cielo:

“Ti prenderò, ti farò mia al cento per cento e in seguito non potrai fare a meno d’esserlo completamente”.

“Vedremo, chissà” - rispondeva lei con lieve baldanza punzecchiandolo.

“Controlleremo” - replicava lui, sorridendo in modo deciso. Il momento era arrivato, perché le aveva detto di telefonargli appena fosse giunta in quella grande piazza:

“Pronto?”.

“Sì, sono qui. Dove sei?”.

“Qui dove?” - aggiunse lui, cercando di capire.

“Vicino agli autobus”.

“Bene, girati. Di fronte a te c’è una farmacia, la vedi? Fermati lì e aspettami”.

Lui le giunse alle spalle, perché guardando nella vetrina usava la stessa come uno specchio per non farsi sorprendere e sorrise. Questo suo modo di fare, nell’attesa per calmare il suo cuore, gli appariva d’una chiarezza e d’una linearità incredibile, perché più volte si erano trovati ad anticipare e a scrivere le parole dell’altro, in alcuni momenti gli stessi concetti, in altri ancora si scrivevano le stesse identiche parole, come un rincorrersi continuo in cui ora l’uno ora l’altro annunciava. Quando le fu accanto le apparve incredibilmente minuta, dire piccola non le rendeva ragione, però era semplicemente deliziosa, lui l’esaminò con lo sguardo e l’avvolse, lei si girò istantaneamente, lo guardò per un attimo poi abbassò gli occhi:

“Ciao piccola!” esordì lui.

“Ciao” - rispose prontamente lei.

Lui la scrutò intensamente per afferrare la sua anima, mentre i suoi occhi cercavano di sfuggirgli, poi le posò un braccio sulla spalla e iniziarono a camminare. Sentiva che era alquanto emozionata, in tal modo cercò di metterla a suo agio conversando di svariati argomenti, intanto che lei gli lanciava sguardi furtivi. A un tratto lei si fermò per un attimo, lo guardò negli occhi e gli annunciò:

“Non ti rende giustizia, sì, la videocamera non ti rende veramente per nulla giustizia”. Lui divertito le sorrise, in verità un po’ preso in contropiede riuscì a ribattere:

“Grazie, ma non credo d’apparire poi così tanto diverso”.

“Io, come sono invece? Come mi trovi? Non sono bella, sei per caso deluso?”.

“No, tassativamente come t’immaginavo. Forse un po’ meno pallida rispetto all’immagine” - aggiunse sorridendo ancora, poi senz’aggiungere altro replicò:

“Andiamo?”.

Ambedue ne avevano parlato tante volte, sapevano da persone adulte ciò che nasceva attraverso uno schermo, poteva non avere riscontro né paragone nella realtà, poiché poteva accadere e verificarsi di tutto, anche che quell’appuntamento si risolvesse presso un tavolino d’ un bar davanti a un caffè, due piacevoli chiacchiere frapposte da qualche sigaretta e poi via ognuno per la propria strada, portando dentro di sé un pizzico di delusione e di sconforto. Tante volte, invero, lui le aveva detto che non avrebbe chiesto nulla, ma avrebbe solamente pronunciato quella parola: andiamo, cosicché lei avrebbe avuto la sua ultima possibilità di scegliere, di decidere, rispondendo con un sì o con un no, infine null’altro. Da quel momento avrebbe passato una linea di confine che l’avrebbe condotta a diventare sua. Al banco dell’accettazione dell’albergo s’allontanò leggermente e volse le spalle quando lei consegnò il documento. Lui le aveva riferito che per il momento avrebbe rispettato la sua identità, in seguito sarebbe venuto il momento in cui avrebbe gradito fosse suo desiderio svelarsi, poiché lo avrebbe ritenuto un gesto d’assoluta dedizione e di fiducia.

La stanza era ben misera, spoglia, però era rivolta verso la piazza e la fece entrare. Quante volte lei gli aveva esposto che desiderava essere presa con forza, quante volte lui le aveva detto ti prenderò in ogni modo e ti farò mia. Un giorno le aveva confessato che amava essere chiamata zoccola, perché il solo pensiero la eccitava a dismisura e da quel momento quello fu il suo nomignolo. Lei era lì, ferma al centro della stanza, mentre aspettava e sentiva la tensione crescere si domandava che cosa sarebbe accaduto. Lui le andò vicino e con gesti lenti la spogliò lasciandola nuda seduta sul letto, solamente con indosso le calze autoreggenti in rete che le donavano un tocco piacevolmente interessante. Lui ebbe percezione della sua incertezza e la muta domanda dell’attesa d’un ordine, successivamente la bendò, poi con forza l’agguantò per un polso e la spinse verso il muro:

“Ecco, molto bene, trattieni le mani là sopra e dilata le cosce puttanella, che così sono in grado di vederti”.

“Sì, certo padrone, come desideri, come più ambisci”.

I minuti passavano, mentre lui incurante di lei, però senza perderla d’occhio si spogliava, poi s’avvicinò e lentamente carezzandola sino a giungere nei pressi della sua stupenda fica. Iniziò a torturarla dolcemente mentre le dita scorrevano sul suo clitoride, visto che s’intingevano dentro e risalivano a giocare con il suo sedere penetrandolo leggermente, poi le strinse la fica, mentre la mano ripiegata s’infilava con impeto con le dita al suo interno:

“Sei bagnata, non devi muoverti. E’ chiaro fino a questo momento?”.

“Sì padrone” - accennò lei quasi sussurrando, intanto che quelle dita scivolavano su e giù oramai piene di secrezioni.

Istintivamente piegò leggermente le gambe, quasi per voler seguire quella mano che entrava e usciva, eppure il movimento non passò inosservato. Il primo colpo sulle natiche fu violento, un attimo di pausa e poi gli altri che la schiacciarono contro quel muro:

“Troia, avevo ripetuto che non dovevi muoverti”.

Lui la tirò per il polso scaraventandola con forza sul letto, spingendola con il palmo della mano sulla schiena, l’agguantò per i capelli e la tenne ferma schiacciandole il viso contro il lenzuolo, con l’altra mano le allargò le cosce mentre il suo cazzo la penetrava sino in fondo sodomizzandola agevolmente:

“Distinguo che ce l’hai ben spalancata sgualdrina, adesso mi farai godere”.

Lui sprofondò con forza, mentre il corpo di lei giaceva schiacciato sotto il suo peso, il movimento divenne più rapido, finché la sentì completamente rilassata subendo quegli affondi, assaporando beatamente in ultimo d’esser presa e posseduta come un oggetto di piacere, ben lieta e realizzata di donarsi nella sua più effettiva e intrinseca intimità. Lui cercò di trattenersi per donarle più a lungo il suo possesso, sino a che il fiotto giunse incontrollato e la riempì tutta facendola sua, poi la strinse violentemente sulle spalle, la graffiò sulla schiena con un modo di fare animalesco rimase immobile dentro di lei. Alla fine le sollevò il capo tirandola per i capelli e le sorrise, poiché vedeva nei suoi occhi brillare la sua completa sottomissione, saziata di felicità:

“Hai goduto?”.

“Sì padrone, grazie tanto”.

Si sollevò dal suo corpo sfilandosi e l’accolse fra le sue braccia appena sfiorandola, le dita le percorsero i fianchi in una lieve carezza, sino a giungere delicatamente al viso per asciugarle le lacrime:

“Perché piangi?”.

“Sono felice, io piango sempre quando sono felice”.

Lui la guardò con dolcezza e ogni suo gesto ne fu ricolmo, sino a che le mani tornarono a prendere nuovamente il suo corpo, la strinse con forza in ogni parte come se d’improvviso rifluisse in lui nuova energia per possederla. Il leggero sfiorarle il clitoride divenne più imperioso e due dita lo stuzzicarono sfregandolo energicamente mentre lo tirava, una mano le strinse forte un seno per poi scivolare su un capezzolo duro che non chiedeva altro d’esser preso:

“Vedo, che ne hai di nuovo voglia” - sostenne lui, con un sorriso quasi acerbo, crudele e insensibile.

Lui la sentiva palesemente tremare, come se la mente volesse opporsi e ribellarsi al corpo, che impudico e sfrontato non chiedevano altro: lei cercò di chiudere le cosce in un’ultima debole difesa d’una volontà contrastante, ma non le fu permesso:

“Dai su, spalancale bene”.

Lui gliele allargò con forza esponendo il suo frutto nel modo più osceno e affondò le dita intingendole dentro, la vide sussultare cercando ancora rifugio in un ultimo tentativo di rinchiuderle, disonorevole e vergognosa d’essere esposta e messa in mostra in quel modo, responsabile dei suoi fluidi, sennonché uno schiaffo forte ma secco la colpì sulla fica, la fece sussultare e poi a seguire degli altri intervallati:

“Ho detto aperta e adesso dimmi esattamente di chi sei”.

“Tua, la tua perfetta zoccola”.

“E poi?”.

“La tua schiava, la tua troia, ti prego padrone, fammi godere, sfondami”.

“Bene, vedo che sei bagnata, voglio gustarmi il tuo intimo e lussurioso piacere”.

Così dicendo le dischiuse deliziosamente le grandi labbra e lentamente seguì il percorso della fessura con la lingua, dapprima gustando il suo sapore, in seguito soffermandosi sul clitoride imprimendo inizialmente dei piccoli colpi precisi e veloci, in seguito orizzontali, facendola serpeggiare e poi di nuovo scorrere sino a infilarsi imperiosa in lei. Tornava su, premeva, succhiava il clitoride mordicchiandolo con i denti e tirava leggermente, nel tempo in cui lei infervorata più che mai strepitava:

“Mordila, ecco, sì, ti prego addentamela tutta”.

Il grido di lei fu un desiderio, una preghiera, una richiesta e lui morsicò, poiché quell’anomalo e inusuale assalto le fece sfuggire un grido di dolore e al tempo stesso di piacere, però prontamente soffocato dalla sua mano sulla bocca. Dopo lui la girò, la collocò a quattro zampe e la fece godere con furia, dal momento che le stringeva i fianchi spingendosela contro, perché se l’impalava gustandosela per bene, sino a lasciarla priva di sensi accasciata, sfibrata e totalmente posseduta.

In conclusione lei si rifugiò presso di lui, lui l’accolse adottandola placidamente e gradevolmente come all’interno d’un porto protetto e sicuro, lei si rannicchiò cercando riparo. In silenzio le aggiustò i capelli e la strinse forte a sé, perché quella piccola donna era sua.

{Idraulico anno 1999}