i racconti di Milu
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Legarsi e unirsi con più maschi come rimedio radicale contro l’insofferenza, la noia e la sfortuna, perché tutto alla fine diventa abitudine, costume e foggia anche stare in compagnia d’un amante, addirittura i piaceri e persino il dolore. Per questo motivo, in verità, Letizia si divertiva intrattenendosi amabilmente con più uomini, in quanto le offrivano indubitabilmente un’apparente, bizzarra e stravagante solidità, dopo che per anni numerosi uragani erano passati con forza dentro di lei scompigliandola e trafiggendola, scavando inevitabilmente solchi e infettando irreparabilmente ferite. Al momento, invece, sta piangendo senza disagio né vergogna alcuna, accomodata in modo addolorato e tormentato, sulla seggiola della saletta dell’aeroporto in attesa di quel volo di linea economico che da Amburgo la riporterà a Bologna.

Attorno a lei, sono rimaste solamente le bollicine e le immagini ben stampate nell’intelletto di quel vino frizzante ad annebbiarle la mente, che frattanto chiede nuovamente alla hostess di poter sorseggiare con la voce manifestamente abbattuta, sfiduciata e stanca. Il suo volto è palesemente rigato dalle lacrime, poiché Letizia è indifferente allo sguardo interessato e partecipe dell’uomo che le siede accanto, perché quella curiosità è mischiata considerevolmente all’imbarazzo, essendo ben rintanata al tempo stesso dall’educazione, dal momento che è seduta scomposta come un burattino senza vita, eppure tutto in lei divulga e strepita bellezza, grazia e sensualità. Lei piange premurosamente il suo amore, versa lacrime per lui, si chiede se sarà sempre così nella sua vita, perché l’amore le verrà negato quando meno se lo aspetterà, per poi ritrovarlo nei momenti e nei periodi più impensati e inaspettati. Già, l’amore, quante volte aveva pensato con obiettività e realismo a quella parola, trovandola adatta e confacente unicamente al sentimento filiale, perché lei amava i suoi tre figli, gli uomini erano solo grandi emozioni, compagni di giochi, mentre le donne erano distrazioni, diversivi, poi lui, che all’inizio era stato nondimeno soltanto un novello capriccio, il suo Dieter per l’appunto.

Letizia all’epoca aveva bramosia e fame di carne giovane, d’allegria, di muscoli tesi e di risate cristalline, per questo aveva catturato quella giovane preda di maschio, in quanto il sesso fra di loro era stato in brevissimo tempo affezione, benevolenza e tenerezza, quell’amore che per Letizia è la lussuria e la sensualità profonda del piacere, quell’estasi, l’istinto erotico acceso all’improvviso quando si sono visti, toccati e amati la prima volta in quell’afosa domenica mattina d’inizio estate. Adesso lei rimpiange singhiozzando tutto il suo amore, dispiacendosi e dolendosi per lui, dato che il momento è burrascoso, convulso e straziante, eppure il volto nonostante il patimento s’illumina d’un conforto e d’una gioia semplice, per il fatto che la scalda in pieno con i ricordi di quelle parole sussurrate con la voce roca, con la passione e il trasporto di quelle mani sicure e di quelle braccia eleganti e forti.

Lei piange disperandosi e soffrendo per quell’amore che non voleva, giacché amare è pericoloso, rende disarmati, indifesi, fragili e insicuri, poi figurarsi a quest’età e per di più con un ragazzo, l’amore però a dispetto delle convenzioni e delle norme elaborate dagli uomini non chiede né guarda né pretende la carta d’identità. Letizia piange e vede l’intreccio di quei due corpi, pelle contro pelle, la voglia febbrile con cui ogni volta s’accoppiano, l’ansiosa impazienza e l’ardore di fondersi, lei vede i suoi occhi che in alcun modo non hanno di giovane allegria né di spensierata serenità. Dietro le palpebre una vita di strada, d’anni vissuti, in quanto lo ama tutto con un sentimento accanito, disperato e ostinato. Lei ama le sue spalle perfette, la sua pelle, i suoi occhi cerchiati sotto quelle sopracciglia folte, le labbra sottili, il sedere scolpito, le gambe, le mani forti e i piedi belli. Letizia adora i difetti, i denti storti, le sue frasi imperfette, la sua forza brutale, persino i suoi vuoti letterari. Quante volte, invero, avevano provato a fare l’amore, eppure non ci riuscivano mai, perché loro potevano soltanto scopare come due animali per ore fino al cedimento di uno dei due.

I colpi di lui con quella cadenza crescente, le cavalcate di lei carica di desiderio scomposto, le urla, gli schiaffi, infine il dolore come sigillo finale. Per la loro personale declinazione di quel rapporto insolito lei talvolta lo derideva, attaccava il telefono senza che si salutassero, poi s’incontravano e per lei era immediato e naturale sottomettersi nuovamente. La signora diventava l’incarnazione della lussuria e del peccato, cosicché appena vedeva quel cazzo imponente diventava la sua puttana, nient’altro che la sua adorabile sgualdrina. Lei era pervasa da un piacere così puro nella sua oscenità, tenuto conto che sgorgava improvviso e dilagava come un fiume in piena dentro di lei. Adesso però, Letizia piange e sorride, ricorda vedendo la loro innocente e innocua serenità erotica, che li univa ogni volta in un’improvvisa e oscura esplosione dell’istinto, al momento vede il proprio viso affondato in quel triangolo caldo, carnoso e scuro, quella la lingua che gusta e quegli occhi ubriachi d’un desiderio cocente così forte da sconfinare nella sofferenza. Poi lui dietro, in quanto non serviva neppure la saliva, perché lei era aperta per lui, dal momento che sentiva la punta premere contro di lei, giacché con fermezza lo faceva entrare inarcandosi e gemendo straziata dal piacere in un delirio di parole invereconde e oscene.

A dire il vero era un’adorazione perversa, era spalancata ed era felice, perché ogni volta era di più: più doloroso, molto intenso e piuttosto profondo, perché appena lo vedeva la sua coscienza s’ottenebrava annebbiandosi, visto che non riusciva a controllare il flusso delle emozioni, mentre una sconosciuta e focosa energia s’impadroniva offuscandole spiccatamente il corpo e l’anima. Dieter sennonché affondava come la lama d’un coltello per raggiungere il cuore delle cose, lei galleggiava in una realtà indistinta per alleviare il dolore, attenuandolo per poter sorridere ancora. Lui percorreva con gioia centinaia di chilometri per incontrare quella donna capricciosa, ostinata e volubile che neanche lo voleva così devoto, che si sentiva controllata, e quindi reagiva scagliando dissolute, immorali e sgraziate parole, che non trovava posto per lui nella sua esistenza complicata. Quella stessa donna che non poteva vivere senza di lui gli offriva anima, corpo e vita, così come una schiava compie verso il suo signore. Essenziale, nuda e sobria dentro, senz’accordi né convenzioni, senza strutture né impalcature culturali, formative o sociali:

“Chi se ne frega, se non sai chi è Arturo Capdevila. Io voglio essere riempita di sesso come si deve e altrettanto di te” - esordiva lei, sbraitando in modo impaziente, rabbioso e smanioso.

Non era però soltanto sesso, era quanto di più simile all’amore lei potesse sentire: ebbene sì, faceva male come una ferita aperta, ubriacandola d’un bisogno disperato e sfiduciato del corpo di lui, giacché aveva trovato il contatto per non morire. In lui, infatti, Letizia aveva trovato ciò che da sempre cercava, il diverso e il complementare al tempo stesso, per sopportare accettando la morte che aveva nel cuore per poter perdurare ancora per qualche tempo. Dieter aveva gli occhi neri e intensi, pieni di cose che lei non conosceva, ma che d’istinto amava pienamente e venerava profondamente. Il suo sguardo s’insinuava invadente dentro di lei con dei desideri puri, virtuosi e sporchi, possedeva una congenita e naturale eleganza, lui era padrone della virilità che il suo corpo esprimeva in modo così maestoso e sensuale, così come emanavano la loro solennità le statue degli antichi dei.

Ogni volta, invero, Letizia era visibilmente ipnotizzata dall’ammirazione e dallo stupore di volerlo così tanto, con estremo ardore e con straordinaria incoscienza fino a soffrirne ogni volta, anche l’ultima. I fuochi d’artificio sul fiume Elba, avevano accompagnato la fine scoppiettante di quell’amore drammatico, lacrimevole e tragico: Letizia lo aveva infine abbracciato nascondendo la testa nel suo petto, perché si era sentita penetrare da una sensazione d’abbandono, di disattenzione e d’incuria, che la riportava nella voragine densa del male.

Al presente quell’abbraccio silenzioso era più genuino, più sincero e più vero di qualsiasi parola, di qualsivoglia definizione. Le spalle di lui erano distaccate e indifferenti nella loro grandiosità, quelle spalle d’un Dio a questo punto ormai lontano.

{Idraulico anno 1999}