i racconti di Milu
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“Alfredo, dimmi una cosa, che te ne pare, può andar bene per te? In tal caso siamo d’accordo per le otto, ti ricordi il posto vero? A risentirci, ciao”.

In quel preciso istante sentii nitidamente mormorare dall’altra stanza qualcosa d’astruso e d’incomprensibile, eppure io ero sicura che lo ricordasse, perché in nove mesi non aveva mai mancato un appuntamento, mai dimenticato né trascurato nulla. Io chiusi la porta di casa e come ogni mattina mi diressi verso la fermata della metropolitana, poiché ero un po’ in ritardo, tuttavia avrei recuperato come sempre il tempo scialacquato.

Erano ormai trascorsi nove mesi da quel mattino quando io e Alfredo c’eravamo casualmente incontrati, io sempre di fretta, lui invece con la sua abituale lentezza in quell’angolo del bar di via Pastrengo. Io con il mio giornaliero latte macchiato, lui con il suo lungo e spumoso Irish Coffee, un veloce e disattento sguardo il mio, un’inattiva e lenta sbirciata nel fissarmi viceversa la sua, quasi disagevole e talvolta persino imbarazzante. Io in quella circostanza fingevo intenzionalmente di non accorgermene, malgrado ciò l’insistenza m’induceva provocandomi diffuse e persistenti vampate di calore in tutto il corpo, sennonché intanto che mi preparavo per andar fuori dalla caffetteria d’improvviso avvertii che lui m’agguantava in modo naturale per una mano esordendo:

“Buongiorno. Senta signorina, per me sarebbe davvero un’autentica gioia fare la sua conoscenza?” - disse lui, fissandomi in modo inatteso con il suo sguardo intenso d’una colorazione azzurra alquanto impertinente e sfrontata.

Io rimasi in quell’inattesa situazione pressoché imbambolata e stupita, dal momento che ricambiai lo sguardo e m’accomodai lentamente sulla poltroncina di fronte alla sua. La sua mano non m’aveva lasciato il polso per tutto il tempo, eppure io non avevo fatto niente perché tutto ciò non accadesse, all’opposto, mi lasciavo amabilmente e gentilmente attrarre e coinvolgere:

“Sono in ritardo, abbi pazienza, perderò la metropolitana” - affermai io con un marcato e frettoloso affanno.

“Va bene, in questo caso ti lascerò andare, prendi, questo è il mio numero” - disse lui porgendomi un talloncino da visita.

“Grazie, va bene, appena potrò ti richiamerò” - e ancora confusa e disorientata mi diressi lestamente verso l’uscita.

Repentinamente, di rimando e in modo accurato, io riflettei che non gli avevo comunicato né segnalato il mio di numero di telefono, così mi ripresentai e sbadatamente glielo annotai sul cartoncino che lui m’aveva da poco assegnato, gli toccai la spalla e dissi:

“Questo invece è il mio numero, prendilo” - e senza dargli il tempo di pronunciare alcuna parola io scappai velocemente, sgomenta e impaurita dall’idea di perdere la metropolitana.

Quel giorno pensai a lui molto spesso e mi domandai come mai ancora non m’avesse cercato né chiamato. Tutto a un tratto però, mi resi conto di non conoscere nemmeno il suo nome e iniziai a cercare il bigliettino dentro la borsa, sennonché in quel preciso istante rammentai coscienziosamente d’averglielo effettivamente riconsegnato.

“Se non chiamerà lui, io non avrò neppure la facoltà né la probabilità di farlo, però che storia” - pensai io amareggiata e lievemente dispiaciuta per quell’inatteso inconveniente.

In quel momento mi sarei uccisa, maledizione alla fretta e all’impazienza quando t’assale pensai mestamente afflitta dentro me stessa angosciandomi. La giornata passò in un attimo, ma arrivata a casa avevo ancora il pensiero di quell’uomo grazioso e incantevole che m’aveva fermato per un attimo, eppure per un breve ma delizioso periodo di tempo. Accesi lo stereo e feci un paio di telefonate per distrarmi un po’, stavo per crollare dal sonno quando sentii quasi soffocato il trillo del cellulare provenire dalla mia borsa, sicché m’affannai nel cercarlo, finalmente lo trovai, in quanto era un numero con la chiamata nascosta, allora esitai nel rispondere poi premetti OK, intanto che una voce profonda e sicura mi rispose dall’altra parte:

“Saluti, io sono Alfredo, adesso ricordi? Ci siamo incontrati in mattinata nella caffetteria”.

Il cuore in quell’istante m’arrivò a bruciapelo in gola, io trattenni il respiro per un attimo e con noncuranza gli risposi:

“Sì, è innegabile, lo ricordo con molto piacere”. Come avrei mai potuto ignorarlo e scordarlo.

“Presumo che io sia fuori tempo massimo, dimmi una cosa, per caso t’intralcio?”.

“No, per nulla, immagina, stavo proprio approntandomi per andare a spasso”.

“Molto bene, mi fa piacere che ti stia preparando, perché adesso tu prenderai un taxi e verrai qui da me” - esordì lui imprevedibilmente i n maniera intraprendente e piuttosto risoluta.

Io pensai che stesse bonariamente scherzando e gli risposi candidamente che avevo già un impegno, però lui replicò rimbeccando che sarebbe stato elementare e facile inventarmi una scusa dell’ultim’ora. Io gli chiesi perché avrei dovuto desiderare recarmi da lui, piuttosto che uscire con il mio amico, e lui mi rispose in modo secco e spigliato peccando d’immodestia e quasi di presunzione:

“Se verrai qua, lo capirai molto presto da sola”. Davanti a quell’inatteso e a quell’insperato atteggiamento, a quel confronto così come d’una tangibile sfida io non seppi più resistere sennonché incalzai:

“Dimmi per gentilezza la via e il numero”.

La sua risoluta reazione fu la conclusiva replica che udii dall’altro capo del filo, io rimasi sbalordita, collocai il telefonino e m’avviai verso la stanza da bagno, già riflettendo per quell’indumento consono che avrei ben presto indossato, ammaliata e rapita ancora una volta dalla voce convincente, lusinghiera e suadente di quell’uomo sconosciuto. Chiamai il tassì e mi parve d’arrivare talmente in un lampo da lui, il tassì si fermò di fronte a un bellissimo palazzo da poco restaurato con tanto d’usciere all’ingresso. Io pensai d’essermi sbagliata, ma controllai e l’indirizzo era proprio quello. In seguito salii di sopra utilizzando l’ascensore e mi ritrovai all’ingresso d’una casa bellissima dove i marmi e il parquet sembravano associarsi e fondersi perfettamente come il latte con il caffè. Io intravedevo sullo fondo una finestra angolare con una vista meravigliosa, ma ero pietrificata, dato che non riuscivo a muovere un passo, intanto sentivo della musica provenire da un’altra stanza e pensai che seguendola avrei trovato finalmente il mio uomo misterioso.

Io camminavo in punta di piedi, quasi come se volessi accortamente camuffare la mia presenza, però non vidi nessuno, mi girai e mi diressi verso il finestrone angolare che avevo intravisto: era una circostanza da togliere il fiato, in quanto da lassù si poteva osservare un panorama straordinario. Riflesso nel vetro, vidi sopraggiungere un’ombra sfocata che lentamente prendeva corpo. Era lui, io tremavo, visto che non riuscivo a voltarmi, intanto che aspettavo quasi consapevole che sarebbe stato lui a toccarmi per prima. Lui appoggiò le sue mani sulle mie spalle e un brivido m’attraversò la schiena. Mi girai e lui era lì, con i suoi occhi azzurri fissi dentro i miei, indossava un gilet blu di cotone leggero e un paio di jeans. Non sembrava nemmeno lo stesso uomo che avevo incontrato la mattina, visto che sorseggiava il suo caffè controllando intanto sul computer l’andamento del mercato azionario. Io in quel momento mi sentii a disagio, perché ero troppo elegante, poiché avevo scelto degl’indumenti sbagliati.

Lui non diceva nulla, eppure mi fissava in silenzio, mentre mi slacciava la cintura dell’impermeabile leggero che indossavo sopra un semplicissimo tubino nero. Il tubino per tutte le occasioni mi ero detta, però in quel momento non importava più, lui mi guardava fissa negli occhi e tutto ciò che riuscivo a pensare era che mi sentivo alquanto eccitata, già bagnata soltanto al pensiero che le sue mani continuassero a denudarmi. Non riuscivo a muovere un dito, dato che avrei voluto accarezzarlo anch’io, ma chiudevo gli occhi e restando immobile lo lasciavo fare. Più volte la sua bocca s’avvicinò alla mia, sentivo il respiro sul mio viso, però non ci baciammo, perché le bretelle del tubino scivolarono, così come lentamente caddero le sue dita posandosi sui miei capezzoli che erano ormai diventati dritti, il mio seno sembrava esplodere dal reggiseno a balconcino, dal momento che sembrava insorgere e ribellarsi per tutta quella costrizione.

Fu allora che lo baciai, visto che tutto ciò avvenne quasi furtivamente. Io cercai la sua lingua e volli conoscere il suo sapore, intanto che lui m’accarezzava la schiena dolcemente facendo pressappoco dei disegni con le dita, in quell’istante io gli levai il gilet e pigiai la mia corporatura di fronte alla sua. Io gli tenevo la testa fra le mani e delicatamente l’indirizzai verso il basso, perché volevo che soffocasse tra i miei seni, che si nutrisse, che li mordicchiasse e che ci giocasse un poco. Quando ci distendemmo sul tappeto io avevo già goduto, lui trovò le mutandine umide e ne rimase felice. Io lo supplicai di leccarmi, però mi disse che aveva desiderato entrare dentro di me dal primo momento che m’aveva notato in quel bar, perché adesso non avrei potuto più impedirglielo e nemmeno ostacolarlo in nessun modo. In realtà, anch’io lo avevo desiderato e quando sentii che il suo membro stava entrando passionalmente, feci uscire un grido di dolore e di piacere alquanto breve, però al tempo stesso concitato e febbrile.

Adesso ambedue eravamo una cosa sola, lucidamente amalgamati, chiaramente incorporati, sennonché io lasciai che facesse tutto lui, di conseguenza m’abbandonai e capitolai, chiusi gli occhi e sussultai a ogni colpo, alla fine seguii i suoi appassionati ed entusiasti movimenti, assecondandoli e favorendoli nel migliore dei modi. Io venni deliziosamente e lui subito dopo di me, dal momento che avvertii spiccatamente il suo getto appassionato, denso e irruento di sperma colarmi all’interno delle cosce, giacché lo volli volutamente palpare per assaporarne appieno il gusto.

Quella notte lo facemmo parecchie volte, dato che non m’annoiai né mi stancai di stare inginocchiata di fronte a lui, accorgendomi e in ultimo sentendomi in questo modo dominatrice e padrona del suo delizioso e grazioso sesso. E in fondo lo ero realmente.

{Idraulico anno 1999}