i racconti di Milu
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Non vi è mai capitato di svegliarvi e credere che tutto quello che avete vissuto sia stato solo un sogno?
Un brutto incubo dal quale basta aprire gli occhi per sfuggire al crudele destino?
Ecco esattamente come mi sento nel giorno del mio processo; il capo d'imputazione recita:
"Concorso aggravato ti colpa per frode informatica fiscale a scopo di estorsione".
Sono sempre stato un problema: per la mamma, per la maestra, la professoressa ed i docenti universitari ma la furbizia, e diciamolo tante volte botte di culo, mi hanno sempre tenuto fuori dai guai più seri.
Glielo dicevano sempre ai miei genitori:
-Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi- e come una premunizione Maya mi trovai invischiato in un grosso guaio.
Aggirare un firewall o criptare una password di accesso non sono certo delle grosse violazioni per la polizia, ma quando fornisci queste informazioni a due ragazzi romeni che usano i dati trovati per scucire soldi ad un alto funzionario della sanità, allora i guai vengono a bussarti alla porta.
Il mio avvocato mi assicurò che al massimo avrei rischiato solo uno sberletto sulle mani invece il verdetto fu agghiacciante: un anno di detenzione che grazie alla mia fedina penale candida si tramutò in dodici mesi di arresti domiciliari.
Mio padre però era stato categorico quando sbraitando mi aveva avvisato:
-Se salta fuori che sei colpevole ti sbatto fuori di casa- detto fatto, perciò sgranando il rosario di conoscenti con un domicilio adeguato mi restarono solo due opzioni da comunicare alla magistratura.
La prima consisteva in mia zia Antonietta e la sua religiosissima famiglia; ricordo anni fa, quando vide per la prima volta il mio tatuaggio maori sulla gamba, urlò a mia madre che il diavolo in persona abitava nel mio cuore. La scartai a priori.
La seconda ed ultima opzione, su consiglio spassionato di mia mamma, era la casa di mia sorella Alessia.
Il primo giorno di detenzione domiciliare forzata, fui portato da una volante della polizia penitenziaria da Firenze a Pontassieve, dove risiedeva il quarto membro della mia famiglia. Dopo cinque minuti di tentativi al citofono e al cellulare Alessia si degnò di aprire il portone ai poliziotti; le fecero firmare i documenti per la custodia e le regole di reperibilità. Assonnata, sfatta e svogliata liquidò velocemente i militari e facendomi entrare in casa, senza nemmeno degnarmi di un saluto, tornò a letto; mi trovai così intrappolato in questo paese di 20000 anime, a solo mezz'ora da Firenze ma distante ancora 365 giorni dalla libertà.
Non avevo mai fatto visita a mia sorella da quando si era trasferita e nemmeno ci eravamo più sentiti; le uniche volte che la vedevo erano solo per le feste comandate, in mezzo a tutti gli altri parenti dove ci scambiavamo al massimo cinque parole e tre insulti.
I dispetti da bambini, le azzuffate da adolescenti, le liti urlate e silenziose da adulti: la rivalità tra fratelli non si esaurisce con la maturità, al contrario cresce con l’età e ce la si porta appresso spesso per tutta la vita. Non so spiegare esattamente il perché della nostra guerra senza battaglie, ricordo che è sempre stato così e allora orgoglioso e mai domo ho continuato a combattere le ingiustizie dalla sorella maggiore.
Viveva in un grazioso appartamento al secondo piano di un vecchio stabile da poco ristrutturato; un bagno, la cucina comunicante con il soggiorno, una stanza da letto chiusa ed infine la scala a chiocciola che portava forse ad una piccola mansarda.
Attesi sul divano, intrattenuto solo dalla televisione, il risveglio della bella addormentata; dopo due ore finalmente si alzò ed in vista della convivenza forzata feci sfoggio di tutto il mio savoir-faire:
-Ciao Alex!- fu il massimo che riuscii ad elaborare
-Sei un coglione!- mi apostrofò e andò in cucina per far colazione.
La raggiunsi con la voglia di mandarla subito a quel paese ma mi morsi la lingua e le dissi:
-Grazie per avere accettato di ospitarmi-
-Sei un coglione!- rincarò -Lo sapevo che ti saresti messo nella merda! Ringrazia la mamma che mi ha obbligato a tenerti qui; fosse stato per me ti avrei fatto marcire in prigione- e si diresse in bagno.
Inghiottii il boccone amaro, l'attesi fuori dalla stanza e chiesi:
-Come posso rendermi utile?- uscì
-Sul frigo c'è una lista di faccende da svolgere quotidianamente, visto che non paghi l'affitto e le bollette pretendo che tu mi ripaghi con questi lavori. Se non ti sta bene qualche punto della lista allora ti cercherai un altro domicilio- e mettendosi il soprabito andò al lavoro.
Se mi era sfuggito di mente il perché odiavo mia sorella, questi pochi scambi di battute mi riportarono alla luce tutto.
Odiavo quella stronza, odiavo ogni cosa di lei; da ragazzini la prendevo in giro per il suo peso eccessivo e perché non aveva mai fatto sesso, ora dovevo dipendere da lei.
Presi la piccola lista dall'anta del frigorifero e lessi:
-Fare il bucato e stirare
-Pulire bagno e pavimenti
-Preparare la cena per le 20.00
-Colazione a letto entro le ore 9.00 con cappuccino, spremuta, fette biscottate e marmellata.
Mi ricordai solo che urlai un "manco morto, stronza" prima di mettermi sul divano e addormentarmi profondamente; stranamente sognai e non furono sogni d'oro, bensì la mia mente proiettò la mia vita in carcere. Poco sole, poca aria, brutta gente che ti gira attorno e soprattutto essere privato totalmente della libertà.
Accantonai l'orgoglio e dopo aver preso un bel respiro iniziai la mia giornata di lavoro; vidi subito l 'aspirapolvere e lo spazzettone è come un provetto casalingo pulii tutti i pavimenti della casa. Finito con quella mansione, vidi sul piccolo terrazzo interno delle lenzuola stese ad asciugare e le presi per stirarle; quando mi affacciai vidi nel palazzo di fronte una donna forse quarantenne di chiare origini sudamericane. Appoggiata alla ringhiera fumava la sua sigaretta scrutando incuriosita tutti i miei movimenti:
-Salve!- urlai pensando di non essere udito
-Ciao, guarda che no sono sorda- ribatté. Effettivamente non consideravo il fatto di essere all'interno di un cortile con il conseguente rimbombo che rendeva la voce amplificata:
-Scusa, non pensavo si sentisse così bene!- ammisi -piacere Luca, sono il fratello di Alessia-
-Io sono Angelica, piacere mio! Mi sembrava strano infatti, dopo suo marito Edoardo non ho più visto uno straccio d'uomo in quella casa-.
Effettivamente non avevo pensato che mia sorella era stata sposata fino a cinque anni fa, infatti in casa non c'era più traccia di qualsiasi prova del matrimonio. Spesso dicono che è meglio una coppia che due singoli, ma credo che meglio soli che mal accompagnati sia il detto più adatto per raccontare questa storia.
Quando una ragazza trentenne, senza nessuna storia seria alle spalle, non dà almeno segnali di volersi accasare, ecco che spuntano "Dottor Stranamore" da tutte le parti. È così in men che non si dica amiche, cugine e colleghe si impegnarono alla ricerca di un maschio per mia sorella; trovarono il buon Edo, tranquillo quarantenne della provincia, appassionato di videogiochi e forse ancora troppo attaccato alla sottana di mamma. Oggi lo chiamerebbero bamboccione, per Alessia fu un'occasione per far svoltare una vita piatta e senza emozioni.
Si sposarono ed andarono ad abitare a Pontassieve appunto, a cinquecento metri dalla casa di mamma Ivana; ma le persone non cambiano così facilmente.
Lui restò il solito mammone troppo appassionato di videogiochi e lei eccessivamente musona per svegliarsi ogni mattina con un uomo a fianco senza essere acida; si separarono senza soffrire e lei riscattò la casa sobbarcandosi tutto il mutuo. Non rinunciò al posto fisso e sicuro come commessa in uno dei tanti "Compro Oro" della zona e ricominciò, chiudendo la parentesi matrimoniale, a vivere la sua vita monotona.
-Resterò qui per qualche mese, forse un anno- provai a bleffare
-Ho visto la polizia che ti ha accompagnato, sei ai domiciliari?- disse col suo marcato accento sudamericano
-Si, truffa informatica- ammisi -non sono un assassino-.
Ci salutammo e ripensai a quando dissi:"non sono un assassino"; ecco probabilmente un vero assassino direbbe la stessa cosa. Mi dava fastidio l'essere un delinquente, essere considerato come la feccia della società era un macigno al quale mi sarei dovuto abituare; mi credevo troppo furbo per essere beccato e soprattutto ritenevo poco furbi quelli che condussero le indagini.
La sera arrivò veloce grazie ai lavori domestici e quando arrivò Alessia riprovai ad instaurare una chiacchierata ma zittendomi maleducatamente mangiò la pasta al pesto e se ne andò sotto la doccia.
Imprecai sommessamente, sistemai la cucina e mi diressi su per la scala a chiocciola in mansarda; probabilmente era la "tana" dell'ex marito di mia sorella, infatti era predisposta con un divano che sembrava comodo che guardava un mobile ideato per ospitare tv e consolle ora vacanti.
Mi sistemai con una coperta ed il cuscino per la notte e dopo aver spento la luce provai a dormire nella mia prima notte da "carcerato".
La mattina dopo mi svegliai di buon ora, mi lavai e verso le nove portai la colazione ad Alessia:
-Lasciala fuori dalla porta- disse la stronza e la potei solo vedere che sgattaiolava fuori dalla stanza per recarsi in bagno.
Verso pranzo arrivarono i carabinieri per la prima di 365 firme che avrei dovuto porre prima di sancire la mia libertà; il pomeriggio feci ancora qualche chiacchiera con Angelica e dopo la solita cena silenziosa andai a dormire.
I primi mesi passarono così, senza novità, senza nessuna visita e senza la minima interazione con mia sorella; dalla firma con i carabinieri all'arrivo di Alessia avevo cinque ore libere e visto che con i mestieri di casa mi ero organizzato potevo stare tranquillo e beato a guardare la televisione. Durante una delle tante chiacchierate con Angelica, mi invitò a passare da lei per un caffè.
La paura di non essere reperibile o di essere scoperto mentre infrango le regole aveva creato in me una seconda gabbia mentale e perciò fu difficile accettare l'invito, ma la vicina di casa mi incoraggiò:
-Stai tranquillo che se non ti trovano in casa, prima di denunciare ti chiamano al telefono- spiegò -forza, vieni che il caffè è pronto- mi obbligai a vincere le mie ultime preoccupazioni e raggiunsi dal ballatoio comunicante l'appartamento di Angelica.
La donna mi attendeva seduta in un piccolo cucinino molto vecchio, quando potei vederla da vicino notai sulla pelle mulatta del viso che facevano capolino centinaia di piccole lentiggini; il naso un po' largo e schiacciato con due belle labbra sinuose e colorate da un rossetto scuro erano sovrastati dagli occhi dal taglio quasi asiatico e leggermente truccati. I folti capelli corvini e ricci senza il minimo controllo denotavano in lei sicurezza e libertà; vedendola da vicino dimostrava qualche anno in più è appena mi fu chiara la sua situazione confermai la mia tesi:
-No Luca, la casa no es mia, io sono la badante della signora Gropponi. Vivo qui finché resta tra noi, poi chissà! Sta mui malata, ora dormirà tre ore con antidolorifici- ed alzandosi per prendere dei biscotti mi mostrò il suo fondoschiena chiaramente latino.
Non era un culetto da modella, ma neppure un sederone indecente; guardandolo, come prima cosa che ti salta alla mente è che quei jeans attillatissimi non sono l'ideale per il suo fisico ma comunque uno sguardo interessato glielo buttai lo stesso.
Forse non ero più abituato a relazionarmi con gli altri o forse i miei ormoni stavano impazzendo, ma Angelica notò quel mio sguardo interessato e prolungato al suo didietro e mi canzonò allegramente:
-Hey curioso, i miei occhi sono qui!-
-No scusa, no stavo guardando quello, poi mi son girato e..- provai a scamparla
-Ma si, io son felice se piaccio agli uomini giovani- sorrise allegra mostrando una dentatura bianca e con un piccolo spazio tra i due incisivi superiori.
Quella pausa caffè diventò una piacevole abitudine; ogni giorno mi raccontava qualche particolare in più: aveva una figlia che studia a Milano o del suo ex compagno che è tornato in Perù, e ogni giorno apprezzava sempre più i miei sguardi, spesso casuali, verso le sue forme. Un pomeriggio particolarmente caldo di inizio settembre vidi Angelica appoggiata allo stipite della finestra, con indosso un vestitino prendisole e i capelli tenuti da una pinza di plastica; con la sigaretta tra le labbra si asciugò sensualmente il sudore dal collo e proseguendo il movimento con la mano fini nella scollatura del vestito.
Udii solo un suono acuto e prolungato prima di accorgermi che stavo procedendo quasi involontariamente nella sua direzione è appena la raggiunsi feci a tempo per scansare la sigaretta e la baciai appassionatamente spingendola dentro la cucina. Non provò nemmeno a rifiutarsi e come una tarantola si avvinghiò al mio corpo giovane; con le mani toccavo quella pelle ambrata e morbida finché, risalendo per la coscia e sollevando la gonnella non trovai l'ostacolo delle mutandine. Mi sfilai i pantaloncini ed i boxer e con il membro già gonfio provai a penetrarla; l'addome morbido ma senza adipe mi introduceva alla sua vagina contornata da una peluria nera e probabilmente ricrescente, le labbra scure ed umide accolsero il mio cazzo senza difficoltà. Attaccati alla parete in un vortice interminabile di lingue, le tenevo una gamba sollevata mentre la penetravo quasi completamente; si mise a pecorina e con impeto ricominciai a scoparla facendola gemere forse più del dovuto:
-A.. Ange... Angelica dove sei?- urlò lamentandosi dalla stanza da letto la povera donna assistita -Angelica?-
e la mia partner scivolò via velocemente ricomponendosi alla bene meglio.
In quel cucinino, nudo e con il pene turgido aspettai diversi minuti prima di veder ricomparire la donna peruviana. Quando tornò mi disse di aver somministrato una valeriana alla vecchia padrona di casa e con un movimento sinuoso di fianchi e braccia si sfilò il vestitino, facendomi ammirare anche il seno, piccolo ma sostenuto, con due capezzoli larghi e scurissimi. Si legò ancora meglio i folti ricci, mi fece un esperto massaggio ai testicoli per riaccendere l'erezione e ricominciammo da dove avevamo interrotto. Mentre la scopavo, Angelica continuava a ripetere:
-No sborarme dentro, no sborarme dentro Luca- ed ancora -non prendo pillola, no sborarme dentro- e quando percepii l'incombere dell'orgasmo la feci girare e posizionando il pene vicino alla bocca le schizzai su viso e capelli lunghe gettate di sperma.
Restò qualche secondo con gli occhi chiusi mentre dava piccoli bacetti al mio glande che orgoglioso colava ancora qualche goccia; con la carta casa mi pulì e cercò di togliersi lo sperma dal viso e dai ricci, poi ci vestimmo e soddisfatto tornai a casa.

Note finali:

Commenti, critiche e suggerimenti sono sempre ben accetti.