i racconti di Milu
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Non voglio svelarmi né spifferare nulla, perché quest’esteriorità tu la sai, perché sono tanti anni che ci conosciamo in questo modo, mesi che trascorrono veloci senza sentirsi, poi notti piene al cellulare fino allo sfinimento. Io voglio solamente che tu possa immaginarmi perfetta, la deliziosa e garbata bambola dei tuoi desideri, lisciarmi con il polsino della giacca per rendermi più brillante alla vista dei passanti incuriositi. Tu conosci il mio volto unicamente attraverso la poesia, giacché non hai mai sfiorato quei lineamenti di notte, in quanto ami vedere davanti a te una piccola lolita in carne e ossa, la tua lolita personale immacolata e stuprata unicamente dai neon, che immagino veloci fuori dalla tua macchina di duraturo e sconfinato viaggiatore.

“Ciao piccola” - è il tuo peculiare segno vocale di riconoscimento.

Io adoro quel leggero ansimare nella tua voce d’uomo maturo, il tuo accento tipico e le mie esse distorte, sento il dolce russare del ventilatore nella sala, ignoro le ambulanze, le automobili, i camion fuori dalle finestre aperte, perché mi sento totalmente parte del tuo mondo, così alla maniera di un’amante segreta che non ha confini né sbarramenti. Dolcemente intercetto frasi che non vorresti dire, ho come la sicurezza di leggere nei tuoi pensieri anatemi, maledizioni e scomuniche al linguaggio convenzionale, perché so dove vuoi arrivare, per il fatto che l’ho sempre saputo. Tutte le notti che hai chiamato con una scusa, una qualsiasi, perché quando arriva il momento avverto una scarica elettrica che pervade i miei sensi spandendosi, dal momento che la tua frase meccanica ripete puntualmente:

“M’hai fatto venire una voglia matta” - esordisci tu sovente lustrandoti gli occhi.

Devo puntualizzare la tua dolce abitudine nel lasciare forse di proposito le parole sospese, come un filo senz’inizio né fine, perché è a quel punto che chiudo gli occhi e mi lascio tangibilmente cullare dal suono della tua voce, tenuto conto che rincorro i tuoi sospiri come un’unica soluzione al distacco che si crea tra il mio corpo e il letto nel quale sono al presente sdraiata. Non voglio pensare che poi dovrò sparire, dovrò dissolvermi per restare al gioco, successivamente farmi rincorrere per un altro mese e solamente allora concedermi nuovamente. Vorrei essere con te in questo momento per lasciare le mie mani correre sul tuo corpo, liberarti dall’impiccio e dall’ingombro dei vestiti nel tempo in cui ti tengo stretta contro le mie gambe. Desidero sentirti godere con quel respiro accelerato vicino al mio orecchio, morderti, lasciarti fuggire, riprenderti e in ultimo possederti.

Lascio volutamente che il mio desiderio prenda il sopravvento su tutto, cosicché abbandono il raziocinio e scompongo i miei gemiti coperti dal tuo ansimare sommesso attendendo che gareggino con il mio cervello a un gioco che ha il sapore netto del precluso, anzi del proibito. Il mio unico pensiero è venire con te stanotte, allorché abbandono il pudore di tutti i giorni e mi getto a capofitto nell’immaginazione diabolica e viziosa di certi momenti. Sentirmi penetrata dalle visioni che si producono davanti ai miei occhi come delle esplosioni al contatto con la mia pelle.

“Ho voglia di leccarti” - m’annunci ti infervorato più che mai uscendo di senno.

Io comprendo il tuo urlo, progressivamente m’accascio esausta sulle lenzuola bagnate. Dai, descrivi la tua voglia d’avermi accanto, ti prego un’altra volta. Vorresti possedermi realmente come non hai mai fatto, stanco di colorare le mie fantasie notturne come una musa che sogna, ecco, dai, perché non proponi un incontro, a dispetto degl’innumerevoli incontri lasciati alle spalle senza che io mi sia mai presentata.

“E’ meglio lasciare tutto sospeso” - rispondo io sempre in maniera decisa, perché mi piace tenerti legato a me con dei fili di seta, così come un’autentica eterna acrobata, poiché mi ritengo addirittura una vera opportunista.

Giocoliera sì, illusionista forse, fantasista però di discorsi e d’espressioni peraltro abilmente racchiuse e ingegnosamente sottintese sotto forma di poesia.

{Idraulico anno 1999}