i racconti di Milu
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C'è sempre una prima volta. Lo stringevo al petto, nudi entrambi. Dormiva. S'era addormentato così, dopo avermi spolpato per bene come un pollo arrostito allo spiedo che lui stesso aveva infilzato e curato di girare e rigirare, cucinato a fuoco lento. Mi sembrava di sentirlo ancora, mentre scavava dentro di me, mentre rovistava le interiora col suo obice semovente.

No! Non potevo addormentarmi. La tensione era stata troppo prolungata. Il torpore mi aveva assalito subito dopo l'estenuante cavalcata, è vero, ma la fantasia aveva preso il sopravvento. Gli occhi sbarrati nella penombra della stanza, me lo coccolavo, mentre lui si ritemprava, con il sonno riparatore, dalla defatigante emozione che ci aveva portato all'acme del contemporaneo orgasmo. Dio! Mi commuoveva la sua generosa prova. Lo carezzavo e baciavo, stringendolo a me.

Mi aveva tenuto sotto per più di un'ora prima di imburrarmi del suo sperma. Non è facile, così giovani, ritardare tanto l'eiaculazione. In genere bastano pochi colpi, pochi toccamenti per esplodere. Invece, eravamo riusciti a tenere... duro, nel senso letterale della parola, per un tempo infinito. Era stata la familiarità che avevamo instaurato fra di noi a condurci sulla soglia della perfezione nel compiere l'atto d'amore.

C'eravamo conosciuti, già da parecchio tempo, in ambiente universitario. Su di lui giravano voci di bisessualità mai confermate da controprove dirette. Allora facevo la corte a una fichetta che prima me lo faceva rizzare e poi scompariva. Anche quella sera ero andato in buca. Aveva addotto una scusa ed era sparita sul più bello, cioè quando dovevamo concludere e passare la notte insieme. Invece, mi aveva lasciato incazzato nero, in balia di me stesso. Fu allora che mi si era avvicinato lui per farsi un bicchierino insieme a me. Mi chiese com'è che ero solo. Mi sfogai con lui.

Voleva consolarmi e cominciò a lavorarmi senza che me ne accorgessi. Tra l'altro mi fece intendere che una ragazza molte cose della psicologia maschile le ignora. Non conosce a fondo le esigenze del maschio e che, invece, solo chi conosce la morfologia e la sessualità di un uomo nella "propria pelle" può portare alla completa soddisfazione un proprio simile. Sembrava scherzasse come lo disse e, per scherzo, me lo prese in mano, bloccandolo attraverso i pantaloni.

Fu un attimo soltanto, ma avvertii una scossa e la mia anguilla si rizzò nella patta. S'erano fatte le due di notte. "Da che parte vai?" mi chiese. Abitava un po' prima del posto dove alloggiavo io e così andammo nella stessa direzione. Parlavamo di tutto: di sport, di ragazze, di lezioni, di esami. "Sono arrivato. Perché non sali a farti un bicchierino?" mi propose.

Accettai di buon grado, dato che non avevo voglia di dormire, dopo che m'era sfumata la chiavatina che avevo pregustato con quella sfuggente zoccoletta. Salimmo le scale. Lui abitava insieme a due coinquilini universitari, mi disse. Uno stava dormendo e l'altro doveva ancora rientrare. Quindi avremmo dovuto evitare di fare baccano.

Ci sedemmo sul divano e riempì i bicchieri. Si sedette accanto a me e fece scivolare la mano sul mio pacco. Questa volta lo tenne saldamente nelle sue mani stringendolo dalla radice. Ebbi un moto di ripulsa, ma lui accostò le labbra al mio orecchio e mi parlò dolcemente in un sussurro: "Tranquillo, non lo dirò a nessuno. Questo è un segreto fra noi..." lasciò la frase a metà, mentre con la lingua circumnavigava l'orecchio dal lobo fino al padiglione auricolare, titillando il buchino del condotto uditivo esterno, e tornando indietro a mordicchiarmi il penduncolo del lobo.

La lingua era calda e avvolgente e io avevo bevuto. Mi fece rizzare ancora di più l'attrezzo che s'era ingigantito tanto da non stare più nelle mutande. Trovai la forza di obiettare con non molta convinzione: "E se viene il tuo amico..?".
"Andiamo!" mi ordinò in un soffio, mentre mi mordicchiava l'orecchio. Mi prese per mano avviandosi verso la sua camera. Lo seguii, apprezzando la morbida stretta di mano che mi faceva presagire la delizia degli istanti successivi.

Il cuore mi batteva forte, mentre chiudeva la porta, piroettandomi contro di essa e approfittando per baciarmi nuovamente. Questa volta in bocca. Un french-kiss sconvolgente. Mi tirò a sé, camminando a ritroso verso il letto, mentre con un braccio mi teneva accostato dalle terga e con l'altra mano si slacciava i pantaloni. Arrivammo al letto che gli indumenti s'erano accartocciati sul pavimento ai nostri piedi. Sfilammo le scarpe senza perdere il contatto fra di noi.

Con un movimento felino mi spinse sul letto, facendomi perdere l'equilibrio, e mi fu sopra. Ci baciavamo, penetrando tutti gli orifizi del viso che erano possibili, anche le narici. Poi sollevò il busto su di me e,divincolandosi per togliersi il maglione, mi invitò con dolcezza a imitarlo. Non occorreva che parlasse. Ero già completamente nudo. Mi guardò il cazzo. Era l'unica sporgenza eretta sul mio corpo liscio. Lo catturò con la destra stringendolo alla base, mentre mi accarezzava il petto con l'altra mano. Mi guardò un attimo con aria sorniona e poi si concentrò sull'oggetto del comune desiderio. Dette inizio, così, alla sua migliore performance.

Iniziò con un andante piano, prendendo confidenza col turgido cannolo che sbatteva contro la sua lingua che lo aveva in cura. Intanto mi torcevo per rallentare l'effetto delle sue attenzioni. Ritardare l'eiaculazione era il mio assillo. Dopo un po' soffiò sul pinnacolo per ritardare l'orgasmo e passò a concentrarsi sull'inguine, passando all'ombelico, per risalire al petto. Mi attanagliò i capezzoli, stringendoli e allentando la presa, finché non me li strizzò fino alle lacrime.

Non potevo respirare, tanto il dolore era forte, ma il piacere, contemporaneamente, saliva. Era una bomba che mi stava esplodendo dentro! Gli presi il cazzo in mano. Era lungo, duro, ma era soprattutto senza un pelo. Le palle erano un tutt'uno con la verga che sbrodolava liquido prostatico all'infinito. Sentii la mano bagnata, ma non ebbi il tempo di annotare nient'altro che già aveva compiuto la seconda discesa agli inferi. Imboccava il mio glande come fosse una giuggiola, girandolo e rigirandolo in bocca, battendo sul prepuzio a ogni passaggio. Poi consentì l'accesso a quel che seguiva. E avvertii lo stesso desiderio di penetrazione che provavo in una fica.

Non so fin dove scesi. Mi sentivo morire di felicità mentre lui accelerava i movimenti esasperandoli. Godevo e mi sentivo disperato perché stavo per giungere al finale. Ora mi muovevo anch'io, mentre gli tenevo la testa, perché non perdesse il contatto tanto desiderato. Gridai, spingendolo ancora più in profondità e puntellandomi con la testa contro il cuscino, le anche sollevate a cercare maggior contatto con quella morbida, calda fica.

Mi assecondò fino all'ultimo per estrarlo in tempo dalla bocca e farlo schizzare sul pavimento, come una bottiglia di champagne, agitata e troppo a lungo contenuta dal tappo.

Nodo gordiano
Passavo e ripassavo la lingua su quel corpo martoriato. Non si tirava indietro, continuava a soggiacere alla mia volontà. Era ridotto male, poverino; erano ore che lo tormentavo, esausto lui, esausto io. Gli mordicchiavo il petto. I capezzoli erano tesi e macerati dalla mia voracità,diventati di un rosso cupo, mentre scendevo al suo turgido tronco che si alzava lì dove si ripartivano le gambe.

La cuspide vomitava, di continuo, liquido prostatico senza avere la possibilità di esplodere nel fiume di sborra che premeva sotto il vulcano. Ogni volta era rigettata, quella lava incandescente, nelle viscere più interne dallo shock di schiaffi che appropriatamente affibbiavo al suo satanico "dominus". Lui subiva emettendo lamenti, soffi, sbuffi, bestemmie trattenute, ma non si sottraeva. Sapeva che era l'unico sistema per tenerlo sotto controllo.

Finché mi accorsi che era sul punto di cedere. Non riusciva più a trattenerlo. Allora gli affibbiai una ginocchiata fra le palle. Il colpo calò sui pendenti come una spada per dividere un nodo gordiano. Si sentì un rumore secco, come se avessi schiacciato una blatta. Si arcuò, il mio povero oggetto del desiderio. Si portò le mani ai genitali emettendo guaiti soffocati. Il dolore dovette essere sovrumano. Vidi lacrime solcargli il viso, girato di lato sul letto, avrebbe voluto gridar,cercando affannosamente di prendere fiato, invece, dalla bocca spalancata, non gli usciva neanche un rantolo. Diventò paonazzo per lo sforzo di gridare il suo dolore, senza speranze che s'udisse un fiato.

Ebbi paura che mi morisse tra le braccia, invece, subito dopo, uscì in un respiro profondo. Si torse per le fitte che risalivano dalle palle alle reni . Poi mi guardò, mentre lo osservavo da vicino, dandogli degli schiaffetti leggeri sulle guance per rianimarlo. Ansimò per diversi minuti, come dopo una corsa. Poi, poggiato il capo sul lenzuolo, sorrise debolmente e con un filo di voce trovò la forza di pronunciare qualcosa che dovetti intuire, più che capire.

"Non sono ancora arrivato..." e riprese fiato. La cassa toracica era un mantice che si alzava e abbassava. "As...spetta un attimo... che riprendo fiato...e... poi...ricomincia..." e chiuse gli occhi come seguendo un film che continuava a svolgersi dietro le sue palpebre.
Note finali:
Sussurrami le tue sensazioni!