i racconti di Milu
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Tante volte era capitato che Daniele fosse occupato dai suoi impegni, Helga ne era informata, certe volte accusava la sua assenza in un modo toccante che la prendeva dentro, poiché le strappava immancabilmente l’anima e il corpo. Sapeva che non poteva avere di più, ciononostante lui non le facesse mai mancare la sua presenza giornalmente. Non le era permesso telefonare di sua iniziativa, tuttavia le aveva concesso di potergli inviare in qualunque momento degli SMS, in caso ne avesse avuto bisogno e attendere una sua risposta. Per il resto lui apprezzava di buon grado e quando diceva d’accettare era un ordine, in quanto adorava che ogni cosa e che qualunque suo pensiero fosse messo su carta inviandogli in tal modo un messaggio, considerato che quando avrebbe deciso avrebbe senz’altro risposto.

La pagina bianca si stagliava al presente sul video, lei avrebbe voluto scrivergli, dirgli quanto gli mancava, tracciò alcun parole, le rilesse, poi con un gesto di collera le cancellò. Che cosa poteva scrivergli dal momento che avvertiva acutamente il suo desiderio? Sembrava quasi l’inizio d’una lettera d’amore e lei sapeva che se c’era una cosa che lo avrebbe fatto indiscutibilmente irrigidire, sarebbe stato avere il sospetto
che la sua appartenenza potesse scivolare in una relazione sdolcinata e stucchevole, dal momento che le aveva sempre ripetuto questa sottile quanto radicata astrazione:

“Io accetto solamente una schiava che s’innamori del proprio padrone, però mai una donna che si fa schiava per amore”.

Daniele aveva un concetto molto chiaro di come doveva essere vissuto tale rapporto, poiché non avrebbe mai accettato né sopportato che una donna potesse diventare schiava, perché si era prima innamorata di lui, anzi di fronte a questo l’avrebbe manipolata e trattata con maggiore durezza. Era una sottile ma fondamentale differenza, dove la somma dei numeri sommandoli da destra a sinistra e viceversa, non dava però lo stesso risultato. Helga sentiva in sé il bisogno mentale e fisico di vivere la sua appartenenza, la sua spettanza, giacché era un qualcosa che diventava necessità e il non farlo le provocava immancabilmente un oscuro e profondo senso di vuoto. Non era il sesso ciò che cercava, quello lo avrebbe potuto conquistare senza problemi, in quanto era una bella ragazza e gli uomini non le erano mai mancati, era ben altro, come un’onda che saliva dal profondo, un desiderio travolgente per cui desiderava affidarsi completamente a lui che l’avrebbe in tal modo guidata per le strade più oscure tenendole in conclusione sempre la mano. In un primo momento pensò d’inviargli un SMS, quasi a voler rimarcare sottolineando appieno questa sua voglia ormai sempre più forte, ma conscia che non avrebbe gradito una sua iniziativa, cosicché si limitò con poche righe in un messaggio di posta elettronica a voler fermamente ribadire che la sua schiava religiosamente aspettava.

Passò un giorno, in quanto più volte si era ritrovata nel cercare senza profitto una risposta con ansia aprendo i messaggi, perché si poneva mille domande. E se lo avesse irritato con questo suo desiderio? In quel silenzio la mente vagava ponendosi mille dubbi: se avesse fatto bene, seppure nella dovuta forma a sollecitarlo. Helga si decise, aprì la posta per l’ennesima volta, quando il cuore le saltò in gola, dal momento che c’era una sua risposta. Per un istante rimase immobile, come se il dito si rifiutasse intenzionalmente di premere il tasto per poterla leggere, poi si fece coraggio e lesse:

“Domani, alle ore diciassette alla stazione di Iglesias”.

Fissò lestamente quelle poche righe stupita, come domani? E poi, perché la località di Iglesias? C’erano molte ore di viaggio da percorrere, pensava che come al solito sarebbe passato da lei, quella faccenda adesso la prendeva alla sprovvista, avrebbe voluto avere il tempo d’organizzarsi invece nulla, così come si presenta un nubifragio estivo. Il primo istinto fu di scrivere un SMS adducendo le ragioni di quanto avrebbe voluto obbedire, però non le era stato possibile, dato che per certi lati le era sempre rimasto quel carattere fazioso e ribelle che faceva sempre sorridere Daniele, quelle impennate come amava definirle lui, addolcendole al tempo stesso con un silenzio e uno sguardo. Poi, passato quell’impulsivo istante, comprese che se aveva deciso in tale maniera una tangibile ragione doveva pur esserci stata. Forse non era in città, forse gradiva che tutto questo fosse un ulteriore prova della sua obbedienza e del suo affidarsi completamente a lui. Dopo tanto tempo continuava a spostare i suoi paletti, a metterla di fronte a nuove cose, a spronarla nel far affiorare sempre di più la schiava che era in lei e a godere della sua consapevolezza d’esserlo, delineando il tutto poiché amava sempre ricordarle:

“Tu sei la mia opera d’arte racchiusa in un blocco di marmo, soltanto io sono il maestro che con abili tratti di scalpello seguendone le rigature, libererà il capolavoro imprigionato in quel blocco”.

Helga si liberò dai suoi pensieri, un sorriso svolazzava sul suo volto, seguendone il filo, acciuffò il cellulare e scrisse:

“Domani alle ore diciassette a Iglesias, confermato”.

Il viaggio fu piacevole e mentre sfilavano le verdi colline del complesso naturalistico del Monte Marganai in Sardegna con una flora bellissima, lei cercava di non pensare, d’allontanare volutamente la sua mente da tutto, tuttavia per quanto si sforzasse di farlo il suo pensiero continuava a inquadrarsi stampandosi esattamente sul momento in cui lo avrebbe rivisto. Gli mancava sempre la sua presenza, anche se in realtà pur non vedendolo lo percepiva sempre attento nei suoi confronti. Quando il treno giunse in stazione già al primo scorrere delle banchine si ritrovò in prima fila per scendere, con il naso quasi schiacciato contro il vetro così come farebbe una ragazzina golosa dinanzi alla vetrina d’una pasticceria. Helga sperava di poterlo vedere lì ad aspettarla perché ne sentiva crescere l’ansia, minuti interminabili questi ultimi mentre il convoglio rallentava. Fra la folla che la circondava arrivò all’inizio binario, si girava attorno cercandolo con lo sguardo, eppure lui non c’era. Avrà avuto un imprevisto? Si sentiva sperduta a fianco d’una piccola rivendita di tabacchi in alto, a destra torreggiava il tabellone delle partenze e degli arrivi, guardò con attenzione se il suo treno fosse l’unico giunto, poi prendendo il cellulare si decise e compose il suo numero:

“Chi chiami?”.

La voce le giunse alle spalle inaspettata, calma, profonda eppure giovanile, Helga si girò con un balzo con il telefono ancora all’orecchio e rimase senza parole. Lui era lì, un lieve sorriso accennato, immobile che la osservava con gli occhi che la trapassavano da parte a parte. Non riuscì a dire nulla, sembrava che tutto si fosse congelato in quell’istante, una goccia al di fuori del mare del tempo in cui non esistevano solamente che loro due:

“Andiamo” - disse Daniele, prendendola con dolcezza per un braccio e conducendola verso il parcheggio sotterraneo.

In automobile le spiegò che quella sera avrebbero avuto una cena con vari amici e amiche, un gruppo che comunque non le era del tutto sconosciuto, visto che con loro avevano condiviso spesso piacevoli serate in chat, inizialmente scherzando, in seguito affrontando discussioni serie, perché avrebbe potuto dare un volto e una fisicità a ognuno di loro. Daniele non fece nomi, dato che aveva sempre amato porre Helga di fronte alle sue decisioni senza mai anticiparle se non raramente a grandi linee. In ultimo prenotarono in un albergo poco distante da Iglesias, in posto piacevole e tranquillo, in quanto la cena sarebbe stata servita lì in una saletta privata al riparo da sguardi e da orecchie curiose e importune. Intenzionalmente lui volle giungere presto perché desiderava riposare. La cena sarebbe iniziata alle venti e trenta, ma quando furono le diciannove e trenta decise di scendere nell’ingresso per incontrare gli amici. Le ordinò nel frattempo di prepararsi con cura, poiché voleva che fosse bella e desiderabile come sempre, ma di non indossare l’intimo in quanto gli piaceva vedere il desiderio degli uomini e delle donne scivolare sul suo corpo. Helga non sarebbe uscita dalla stanza sino a che Daniele non fosse salito a prenderla, siccome avrebbe dovuto essere pronta un quarto prima dell’ora prefissata. Helga abbassò la testa con uno smorzato:

“Sì padrone, sono a disposizione”.

La porta si rinchiuse e lei si fece frattanto una doccia: amava percepire l’acqua sul suo corpo, perché le donava un piacere sensuale essere avvolta dal vapore, le mani accarezzavano e immaginava fossero le sue, amabili e forti che l’afferravano con possesso o che la sfioravano appena, sino a farla sragionare dal desiderio, fermarsi sino a farlo calare e poi ripartire, portandola in una continua altalena che la faceva farneticare, sino a culminare in un orgasmo che le avrebbe di certo sconquassato sia la mente quanto il corpo senza farle comprendere più nulla. Helga desiderava sussultare sotto i colpi della sua cinghia, in quell’attesa spasmodica mentre attendeva in silenzio bendata e legata, affinché potesse dargli il piacere, prendere il suo dolore trasformato in eccitazione e fargliene un dono prezioso e unico, mentre i segni della sua appartenenza si trasformavano su di lei come pennellate d’un maestro sulla sua tela. Finì di prepararsi poco prima che giungesse Daniele, lui la osservò senza dire nulla, ma lei notò prontamente il suo sguardo compiaciuto:

“Prima di scendere per cena mettiti in ginocchio”.

Daniele lo annunciò con la voce e con lo sguardo rigoroso, Helga si domandò se avesse per caso sbagliato, se dovesse essere punita e mentre rifletteva con gli occhi chini sul pavimento sentì le sue dita cingerle qualcosa alla gola. Attese immobile con il respiro in sospeso, sino a che lui non le enunciò:

“Alzati, va’ davanti allo specchio”.

Helga ancora incerta e tremante si guardò: una sottile striscia di velluto nero arricchita da un punto luce attorniava di lato il suo collo, un piccolo anello l’identificava innegabilmente come un collare. Si girò senza parole e si buttò in ginocchio con gli occhi lucidi e pieni di gioia, lui le accarezzò la testa con dolcezza e le riferì:

“Scendiamo di sotto, ormai ci attendono”.

La serata trascorse in maniera piacevole e spassosa, si scherzava o si creavano dei piccoli gruppi in cui s’approfondiva gradevolmente la conoscenza. Helga non s’allontanò mai da Daniele, perché sapeva che non lo avrebbe desiderato, ma leggendolo negli occhi non evitò di lasciar intravedere con stile parti di sé, poiché sapeva capendo al volo che gradiva facendosi desiderare. Helga credeva che una volta raggiunta la stanza avrebbe potuto rilassarsi, tuttavia la voce di Daniele subito cambiò tono, un’inflessione che ben conosceva e amava:

“Spogliati, ti voglio completamente nuda”.

Daniele le andò vicino adornandola con delle pinze accanto ai capezzoli, che legate a una catenella passante attorno al collo glieli tirava verso l’alto tenendoli in tensione. Liberò il tavolino portandolo al centro della stanza, la fece poggiare i polsi e le caviglie legate ai piedi di esso, mentre la testa e i seni sporgevano in trazione, poi la bendò. Helga era totalmente esposta, la sua fica risplendeva già d’eccitazione, non sapeva ciò che sarebbe accaduto, però questa sensazione d’essere completamente nelle sue mani le donava l’inizio del piacere:

“Adesso entreranno qui dentro delle persone, sono alcune con le quali hai cenato stasera. Tu non farai nulla se non incoraggiare ciò che ti verrà richiesto. Verrai usata dinanzi a me, io non ti lascerò mai da sola e non ti sarà permesso di parlare. E’ tutto chiaro?” - proclamò lui.

“Sì padrone, ho capito perfettamente”.

Daniele sfiorò con la punta delle dita la schiena di Helga percorrendola lungo il centro sino al pube, vi affondò con forza le dita stringendola nel palmo della mano e poi la ritrasse:

“Sei già bagnata, goccioli come non mai, che delizia” - disse con un tono di soddisfazione.

Si sentì a quel punto un discreto bussare alla porta. Helga con le orecchie tese cercava di capire chi potesse essere, ma per libera scelta Daniele aveva preavvisato a tutti di non parlare. Si sentì successivamente sfiorare da dietro, le dita giocavano con i suoi fori, la sollecitavano, l’allargavano mentre qualche lingua giocava sul suo clitoride, sino a scivolare dentro per gustarne i suoi fluidi. Helga si sentiva più che mai l’oggetto del suo padrone, eppure non poteva fare a meno d’essere eccitata, di sentirsi la cagna in calore che gli apparteneva. In realtà non erano gli altri a darle piacere, ma l’apprendere e dimostrando al tempo stesso d’essere obbediente al suo volere, di donargli il senso della sua sottomissione. Si rese conto che non vi erano soltanto mani maschili su di lei, ma anche di donne. L’unica cosa che riuscì a intuire era che vi erano due coppie in quella stanza. Le entrarono dentro uno dopo l’altro senza neanche darle il tempo di riposare alternandola nelle sue aperture, si sentì tirare la catenella posta sul collo e i capezzoli farle male, intanto che le veniva imposto di succhiare sia sessi maschili che femminili, la bocca le si riempiva di sapori mischiati, poi così com’era iniziato tutto finì in silenzio:

“Brava, sei stata molto capace” - le frusciò Daniele accarezzandole la testa mentre era ancora bendata.

“Adesso però, desidero ricordarti dinanzi a loro che m’appartieni”.

Helga sentì scorrere lentamente la cinghia sulla schiena, la sentì accarezzare la pelle e poi distaccarsi, finché attese il colpo. Sembrava non arrivasse mai, poi sentì il bruciore su d’un gluteo, sussultò senza lamentarsi in un misto di piacere:

“Adesso conterai sino a venti” - dichiarò lui.

I colpi giunsero sulla schiena, sul sedere e qualcuno sulla fica, in quanto Helga non pensava di godere anche così, ma immaginarsi davanti quelle persone che la avevano usata e ora la osservavano ebbe di nuovo degli orgasmi, perché i colpi aumentavano e l’eccitazione in quella situazione non riuscì più a controllarla. Si sentì infilare due oggetti dentro, uno per apertura e non riuscì più a contare, l’avvertire di mostrarsi così senza più pudore né freni le fece avere orgasmi multipli. Sentendo poi la voce di Daniele salutare mentre rinchiudeva la porta la riscosse, riaffiorando rapidamente da quella forma d’incoscienza. Lui le venne vicino, le levò la benda, poi la sciolse con dolcezza dicendole di lavarsi. Quando terminò le disse di rivestirsi, perché sarebbero ritornati giù dagli altri per conversare, mentre nell’ascensore sorridendo le riferì:

“Tra poco rivedrai in faccia coloro che t’hanno usato gradevolmente, tu però non saprai chi sono, mentre loro sapranno ovviamente di te”.

Helga provò un po’ di vergogna, perché apprendere che quattro di quelle persone l’avevano presa e usata in ogni modo e di non avere notizie chi fossero la metteva francamente a disagio, poiché si rendeva conto che di questo il suo padrone godeva a dismisura. Lui amava infatti metterla davanti a simili prove per vedere se era abile ed efficiente per superarle. Entrando nel salone tutti si girarono per guardare e per salutare, nessuno era assente. Le sembrò che tutti sapessero, anche il più lieve sorriso la faceva scuotere ponendosi la domanda se fosse la persona a cui lo aveva succhiato o leccato. Helga scrutava le donne domandandosi a chi potessero appartenere quei sapori; tutto questo non faceva che riportarla irrimediabilmente a ciò che aveva vissuto poco prima, intanto che il suo pensiero vi rimaneva costante sino ad accorgersi d’essere nuovamente bagnata. Daniele colse tutto questo con uno sguardo e agguantandola per un braccio iniziò a salutare tutti dicendo che si era fatto tardi, poi la condusse via.

Daniele aprì la porta della stanza, s’avvicinò guardandola negli occhi mentre la sua mano saliva lentamente dal collo verso la nuca, alla fine una carezza si trasformò in un morsa stringendole i capelli.

Intanto che sorrideva la baciava con forza per poi metterla ai suoi piedi, pronta a essere nuovamente presa: la sua amata, incontrastata e indiscussa prigioniera.

{Idraulico anno 1999}