i racconti di Milu
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Sono dannatamente in ritardo. Mi sento il Bianconiglio mentre corro verso il mio binario e salgo sul treno, solo un attimo prima che le porte si chiudano. Mi affloscio al mio posto, purtroppo lato corridoio. Dopo un’infinita riunione, conclusasi al meglio ma pur sempre estenuante, ed alla fine di una settimana ricca di impegni, vorrei riposare. Me lo impedisce la netta sensazione di essere osservata.
I miei sospetti sono fondati: l’uomo seduto di fronte a me, dall’altro lato del corridoio, mi fissa senza nemmeno sbattere le palpebre. È impassibile, serio. Non riesco a reggere il suo sguardo; prendo un libricino e fingo di leggere. Lui sembra di colpo assorto dal suo tablet e posso studiarlo meglio.
Una ventina d’anni più di me, quindi circa 50, elegante, capelli folti e brizzolati, occhi chiari, rasato alla perfezione. Un avvocato? Chissà. Sto cercando di intuire la sua corporatura, quando torna improvvisamente a fissarmi. Mi sento avvampare (dannata carnagione chiara!) ma mi sforzo di non abbassare lo sguardo. Lui sorride sornione, porta una mano a lato del volto. Sembra Hannibal Lecter che aspetta un ospite a cena.
Questa volta abbassa lui lo sguardo, ma solo per squadrarmi! Parte dai piedi, sale sulle autoreggenti e quindi sulla gonna scura. Indugia sul pube e continua sulla camicia candida, per fermarsi ancora sul mio seno generoso. Poi, di nuovo, mi trafigge occhi negli occhi. Non sorride più.

Io sono bollente, un fuoco, metallo fuso, pura lava incandescente.

Torno a far finta di leggere. Medito sul da farsi, sono incerta.
“Ma cosa vuoi meditare?” bisbiglia una vocina dentro di me “vuoi davvero fingere di leggere per tutto il tempo, con lui che ti salterebbe addosso pure qui e te lo stesso?” E ha ragione. Mi ha eccitata più lui con uno sguardo che tanti in una notte intera.
Se vuole guardarmi, mi dico, che guardi! Mi alzo, vado verso la fine del vagone alle mie spalle. Tra i tacchi e i movimenti del treno, far oscillare il mio culo come un pendolo in moto perpetuo è facile. Entro nel bagno del vagone successivo, soddisfatta. Cerco un posto pulito, dove appoggiare la borsa, e mi volto per chiudere la porta.

Poco ci manca che urli. Lui non solo mi ha seguita, cosa che non credevo facesse. È anche appoggiato alla porta già chiusa, con un sorriso compiaciuto.
“Mai lasciare aperta la porta” mi dice con voce bassa e vellutata, completo padrone della situazione.
“Stavo per chiuderla” ribatto a mezza voce, agitata.
“Stavi per… ? Non ti ho sentita” e si avvicina. È più alto di dieci centimetri buoni, nonostante il mio metro e settanta più tacchi. Resta ad un palmo di distanza.
“Stavo per chiuderla.”
“Gattina bugiarda... Sappiamo entrambi che mi volevi qui, lontano da occhi indiscreti.”
“Io non…” inizio, ma esito a continuare. La mente suggerisce di ribattere che volevo solo stuzzicarlo. L’istinto, da sempre il più acuto, mi invita a tacere.
“Tu non, cosa?” si avvicina di più e io arretro. “Tu non volevi che mi alzassi?” indietreggio di un altro passo e lui mi segue. Mi ritrovo spalle al muro, nel piccolo bagno. “Non volevi che ti seguissi, gattina?” Posa una mano sulla parete, vicino al mio viso. L’altra mi tocca il fianco. Mi sembra di prendere fuoco nel punto in cui mi sfiora, nonostante la stoffa. “Tu non volevi restare sola con me?” insiste, avvicinando il viso. Posso sentire il suo profumo, intenso e vagamente speziato. “Tu non volevi farmi sapere quanto ti sia bagnata per un mio semplice sguardo?”
A quella frase annaspo. Ha gli occhi puntati nei miei, vicinissimo. La mia mente è in blackout totale. Non riuscirei a pronunciare il mio nome, se me lo chiedesse. Ma non è certo il mio nome, o la mia voce, che vuole.
Mi spinge a se, mi trattiene con una mano sulla schiena e una sulla nuca. Chiude la mia bocca con la sua. Cerco la sua lingua, ossigeno per i miei sensi, e mi arrendo. Lo stringo a me a mia volta, mi aggrappo alla sua camicia morbida. Lui continua a tenermi per i capelli. Con l’altra mano mi alza di scatto la gonna, esponendo il perizoma in seta nera ed il bordo delle autoreggenti.
Mi spinge di nuovo spalle al muro. Boccheggio sotto il suo sguardo, inebetita. È così impassibile e compassato… Con la punta delle dita accarezza il perizoma, che copre appena le mie labbra e la mia eccitazione. Ad ogni passaggio aumenta la pressione, insiste sul clitoride, continuando a fissarmi. Non riesco a sostenere lo sguardo, e nemmeno a trattenere un gemito all’ennesimo movimento circolare delle sue dita. È eccitante da morire. Mi sento bagnata, calda. Vogliosa. Spingo il bacino contro la sua mano per aumentare la pressione, ma lui si ferma di colpo.
“Devi imparare a meritarti ciò che vuoi, gattina. A che stazione scendi?”
“Venezia” mormoro, sentendo l’eccitazione nella mia voce.
Una luce gli attraversa gli occhi. “Anch’io.”

Non ho tempo di afferrare del tutto il significato di quella risposta. Ruota, si appoggia alla parete. Sempre tenendomi per i capelli mi spinge ad inginocchiarmi davanti a lui. Non serve che aggiunga altro.
Porto la fronte alla base del rigonfiamento caldo dei suoi pantaloni. Sento la durezza dell’eccitazione sotto il tessuto. Muovo la fronte verso l’alto, premendo il naso, la bocca, ed infine il mento contro di lui. Ha smesso di sorridere. Riparto dalla base, percorro di nuovo il suo cazzo per tutta la sua lunghezza. Questa volta con la lingua. Voglio di più, voglio sentirlo, voglio levargli quell’aria distaccata. Abbasso pantaloni e boxer scuri insieme, impaziente.
Lo osservo svettare compiaciuta, e mi lascio avvolgere dall’odore di uomo, di maschio, di sesso. La pausa non gli piace. Con la mano sempre tra i miei capelli, mi avvicina a lui. Parto ancora dalla base. Con la lingua, morbida, lecco lentamente i coglioni gonfi e duri. Uno alla volta li succhio, più volte. Gli sfugge un sospiro di approvazione. Risalgo lungo tutta l’asta con la lingua, lasciandomi dietro una scia di saliva calda. Apro le labbra quanto basta ad avvolgere il glande. Ne saggio il sapore, intenso ed appena sapido. La sua mano insiste ed io ubbidiente proseguo. Lo lascio affondare nella mia bocca come una lama calda nel burro: le labbra si chiudono, la lingua lo coccola con delicate volute.
È lui a dettare il ritmo, muovendo il mio capo con la mano: posso solo seguirlo. Risalgo fino alla punta e poi ancora lo riaccolgo. Imposta un gioco estenuante. Ad ogni ripetizione affonda qualche millimetro in più, una frazione di secondo più veloce. La danza cresce lenta ed inesorabile, senza che le mie mani lascino le sue gambe. Sento la sua eccitazione crescere sempre di più. Benché io non sia ancora arrivata alla base del suo cazzo pulsante, sono vicina al limite. La gola si contrae ad un suo affondo d’improvviso più risoluto. La bocca piena di saliva mi rende difficile respirare.

Non ho alcuna intenzione di mostrarmi in difficoltà. Mi sforzo anzi di anticipare il suo ritmo, di incitarlo. Risponde accoppiando al mio accoglierlo in bocca un secco movimento del bacino. Sussulto per la profondità, e se ne accorge. Geme. Alzo gli occhi e lo vedo colmo di piacere. Quell’aria sicura e distaccata è finalmente sparita.
Dopo qualche istante ripete il movimento di bacino. È difficile placare lo spasmo della mia gola, ma è chiaro che apprezza. Il suo respiro si fa irregolare. Aumento la pressione delle labbra. Succhio più forte. Mi muovo più velocemente lungo tutta la sua asta, lucida e pulsante. Ogni volta che risalgo verso la punta, gli stuzzico il glande con rapidi colpetti della lingua. Le sue gambe si irrigidiscono. Una presa più forte ai miei capelli mi fa quasi lacrimare. In quell’istante mi esplode in bocca.

Caldi, densi flotti di sperma mi investono. Mi tiene bloccata con la mano, ma non mi sarei ugualmente spostata. Deglutisco ogni goccia. Ha un sapore intenso, solo vagamente amaro. Mi sorprendo a trovarlo ottimo... Quando mi lascia, mi alzo ed avvicino di nuovo il mio viso al suo. Questa volta sono io a fissarlo; legge certamente soddisfazione nei miei occhi. Come io nei suoi.
Con un pollice raccoglie una goccia di sperma dal mio labbro, l’unica che mi era sfuggita. Si porta il dito alla bocca e succhia, con un leggero sorriso. Vedergli fare un gesto simile mi fa tremare le gambe. È eccitante da morire, ed ovviamente ne è consapevole.

“Sei una brava gattina quando vuoi… ho un regalo per te.”
Estrae dalla tasca una coppia di palline cinesi.
“Sai cosa sono?” mi chiede.
“Sì, ma mai provate.”
“Ora le proverai. Inumidiscile bene, ed infilale. Poi torna al tuo posto… senza venire. Liberati per tutto il fine settimana, starai da me fino a domenica sera. Non preoccuparti dei dettagli, gattina.”

Mi mette in mano le palline, si riveste ed esce.
Note finali:
Come sempre, commenti e consigli sono ben accetti.