i racconti di Milu
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Anche quella sera dalle 17.40 eravamo al buio senza più elettricità. Bucarest appariva dannata e bella con i profili grigi dei suoi fabbricati fuori dalla finestra. Il cielo s'era tinto d'uno strano verde cupo sin dal mattino ed ora un torbido telo buio era piombato pure sulla gigantografia del nostro "Geniul din Carpa" che troneggiava proprio davanti casa.

Eravamo lì da un mesetto, provenienti dal distretto di Sibiu. Il nostro villaggio era stato demolito nella campagna di “sistematizzazione” demografica ed urbanistica voluta da Ceausescu e mio padre, senza più legami di alcun genere, dopo che mamma era fuggita col nostro segretario di partito, aveva deciso di corrompere i funzionari di governo per spostarsi nella capitale e lavorare in raffineria, abbandonando il nuovo appartamento che c'era stato assegnato. C’eravamo così lasciati alle spalle un mondo di privazioni e mesti ricordi, tutto verde d'acque, boschi e prati. La nostra vita era allora divenuta un sogno. Da operaio, papà s’era potuto permettere un’auto ed una televisione. Rispetto a molti concittadini, serbavamo un tenore di vita alto, e, sebbene qui i negozi apparivano completamente vuoti per gran parte della settimana, il razionamento di pane, olio e latte era un brutto ricordo. Bastava essere pazienti… e mio fratello lo era.

Anche quel giorno Dimitru s'era fatto tre interminabili ore di coda all'alimentare di Piata Unirii. Il mio Dimitru era dolcissimo, alternava studio all'università e lavoro, era cordiale e buono d'indole, d'un anno più piccolo di me, fisicamente molto simile a mio padre. Dal negozio mi aveva portato un po' di carne di vacca, patate, margarina ed una manciata di castagne. Ne era venuta fuori una cena ottima. Glielo dissi, lui arrossì come bruciato dalle candele che ci facevan luce sul tavolo della cucina, e seguitò a mangiare ignaro del fatto che papà m’aveva messo una mano sulla coscia, protetto dalla tovaglia. Tenni la cosa per me, mentre la pelle mi si accapponava. Temetti di poter essere scoperta e con un malcelato doppio senso forzai papà a lasciarmi: “Papà mi apri la castagna?”. “Con piacere Rodica”, e fui accontentata anche quella sera.

Sì, in casa avevo letteralmente preso il posto di mamma. Preparavo i pasti, imbandivo la tavola, pulivo, lavavo, cucivo, di Dimitru ero premurosa consigliera e di mio padre ero… l’amante. Lo soddisfavo al buio, saziavo ogni sua scandalosa perversione in quegli interminabili blackout tardoserali e restavo spesso a giacere con lui anche di notte.

Mio fratello non lo immaginava neppure e, dopo cena, filò in camera sua. Invece io rassettai la cucina poi raggiunsi mio padre tra le lenzuola del suo letto.
Si portava addosso il lezzo della raffineria e quella sera, imbaldanzito dal battibecco che aveva avuto con la Milizia del posto di lavoro che sospettava avesse rubato del grasso, lo scoprii una vera macchina spaccaculi. Mi fotteva una meraviglia ed io strepitai di piacere contro la sua mano che mi tappava la bocca. Quelle sperticate dure ed ostinate, quelle contorsioni esasperate e laide, mi donavano un lento supplizio di goduria. Il culo mi era una brace. Fremetti eccitata poi inaspettatamente si fermò ritraendo la mano.
"Hey che ti prende", dissi continuando ad incularmi da sola con un movimento di braccia e gambe. Papà restò in silenzio. “Allora?”. Lui bofonchiò: "Dimitru…". Mi precipitai a guardare terrorizzata in direzione della porta: mio fratello era lì, un’ombra in piedi, muta, immobile, forse attratta dalla mia follia sonora. Mi fermai fissandolo sconcertata, lui si voltò e ci lasciò soli.

Che quella fosse una situazione raggelante era evidente. Papà ansò in una intonazione dispiaciuta e quasi stava per lasciarmi. Io provai a tenere tutto sotto controllo. “Calmati…”, gli dissi tutt’altro che calma. “Su dopo… dopo vado a parlargli”, continuai ostentando tranquillità. Papà riprese così a fottermi, con la mente forse altrove, col solo intento di liberarsi. Attinse a tutto il suo vigore in un brevissimo slancio massiccio ed esaltante poi trasalì consegnandomi la sua sborrata oleosa e calda.

“Cosa… gli dirai?”, incespicò appena svuotatosi ma ancora concitato. “Non lo so”, mi rimisi in piedi pensierosa e lui riprese: “E’ un bravo ragazzo… mio figlio… tuo fratello… non voglio perderlo”. “Neppure io fidati. Non ho perso te e non perderò lui”, gli risposi, lasciai il suo letto che andava accomodandosi col lenzuolo fino al mento; adesso iniziava la mia complicata missione.

Raggiunsi mio fratello in camera, nuda, con le chiappe sature del nettare di mio padre. “Sei sveglio?”, pronunciai piano e le mie parole si smarrirono nel silenzio. “Vuoi... parlare?”, dissi ancora sottovoce ma, niente da fare, non rispondeva, era rigido. “Va bene, vado via”, feci frustrata e fu allora che mi rivolse la parola: “Sei una vera stupida”. Fissai le forme brunastre del suo viso e mi ritrovai felice per quelle parole. Presi ad accarezzargli il braccio: “Oh Dimitru non voglio che ci stai male...”. “Da quanto succede?”, tagliò brusco, io indugiai qualche attimo poi risposi: “Non farti troppe domande…”. Lui ripeté ruvido: “Da quanto?”. Dovetti dirgli tutto. Ne nacque un mormorio discreto ed agrodolce.

“Iniziò a Sibiu, non sopportavo di vederlo col cuore a pezzi per l'abbandono di mamma”. “Mi fa schifo”, si palesò ancora aspro ed incattivito. “Ti prego, è nostro padre”. Tacque, allora continuai: “Non essere ingiusto con lui, ci vuole bene, è un bell'uomo e… guardalo, si è rimesso in piedi!”. “Ma finiscila!”, respingeva ogni mio ragionamento ma sapeva bene cosa volevo dire. Quel che avevamo trovato uscendo dal villaggio non somigliava neppure lontanamente a quanto avevamo immaginato nelle nostre più matte fantasie. Avevamo abbandonato la povertà, la vita grama d'un tempo. Vivevamo nella capitale, la nostra casa, i nostri letti, la cucina, i nostri piccoli oggetti di vita rappresentano un traguardo non scontato per noi. “Dimitru…", sospirai: " guarda che ci sono per papà… ma anche per te”. Mosse le gambe evidentemente turbato, io continuai: “Lo sai che ti amo“. Tornò a muovere le gambe e si scoprì vacillante. Con voce improvvisamente intorpidita disse: “Anche io… anche io ma… certe cose no“. Mi sorrisi, capii tutto. S'agitavano luminosi impulsi nella segreta camera oscura dei suoi pensieri. Era candido, innocente, così smaliziato il mio Dimitru. Probabilmente si ritrovava assalito dal formicolare di quella felicità a portata di mano e non riusciva a capire il modo giusto d'accoglierla. Allungai le dita sul suo petto, lo riconobbi asciutto e solido. Tratteneva il respiro teso di quella fastidiosa sua inquietudine. Tastai leggera, lui si mosse. Non aveva corazze. Spinsi la mano più giù: come immaginavo era eccitato. Dietro quell'argine, all'apparenza così alto, viveva l'assalto di emozioni prepotenti; sussultò, si erse sul busto provando a sfuggirmi. Fu vano. Restai lì braccandolo. Forse in quei momenti davvero una parte di lui ci detestava, ci odiava, ma era vulnerabile, lo sapevo ed anche lui ne era cosciente: c’era un altro Dimitru al quale la scena seducente cui aveva assistito impediva ogni pensiero. Un leggero movimento della mia mano bastò a liberargli il respiro in un soffio caldo e denso.

Avevo il suo cazzo caldo ed arcigno tra le dita e mio fratello ribolliva di un'ansia sottile, quel tenero timore d'una gioia ignota e superiore. Mi appropriai del suo sesso avvolgendolo con le labbra viscide e rovinose. Succhiavo e masturbavo, cupida, smaniosa, di tanto in tanto gli carezzavo i testicoli. Mi fermai con un’ultima ciucciata, lui si destò dal godimento: “Che c’è?”. Sibilai un rassicurante “shhhhh” e gli fui sopra, a cavalcioni. Infoderai il suo arnese dentro di me ed, impastando le mani sul suo petto, principiai a cavalcarlo. Fummo ombre flessuose che si inarcavano, si distendevano, si rincorrevano l'una addosso l'altra e si mescolavano nelle sfumature del buio. Balzavo sul suo cazzo, sinuosa mi chinavo a donargli i miei seni e lui, arrapato, si prodigava ad imboccarne i capezzoli. Feci tutto io, galoppai schiacciandomi il suo sesso sin nello stomaco. Ci detti dentro con foga e non potette resistermi. Esplose in profluvi di sperma nella mia figa. Risi, lui donò ancora la sua dolcezza: “Ohh Rodica”. Mi accarezzò, mi tenne tra le sue braccia mentre il suo respiro si quietava. Ci assopimmo.

Non so dire quanto tempo trascorse ma mi destai con l’immagine scura di papà che ci fissava sulla porta proprio come prima Dimitru aveva fatto con noi. Mi levai ed allungai una mano verso di lui. Papà la prese, sicuramente intuendo l’indicibile piacere in cui l’avrei trascinato.

Sì, noi tre, coperti solo dal buio. I primi gemiti mi si seppellirono dentro. Gli altri no, palpitarono in bagliori di piacere, vibrarono nitidi e ripetuti come riverberi prolungati. L’uno si piazzò con ruvidezza tra le mie chiappe, l’altro finì nella mia figa ed una sequela di stoccate convulse mi misero a ferro e fuoco. Si alternarono con le loro bordate. Piombammo immersi in una spensierata lussuria, impazzimmo in un vortice di fuoco e braccia, baci e cosce. Un palpito da pelle d’oca mi consegnò il mio primo orgasmo, mi riempii d’acqua in abbondanza, un momento di pausa e venni un’altra volta. Sentivo Dimitru frustarmi alle spalle con la furia e l'acciaio mentre la voce zigrinata e perduta di papà bulicava mezze vocali. Ci aggrappammo, ci avvinghiammo, tumultuammo come pennellate d'un acquerello nero. Gemetti, farneticai. Non sprecai i loro colpi neppure quando vollero fare cambio. Venni ancora, sì, era fantastico. Mi percuotevano, mi saccheggiavano, mi razziavano. Ero loro, la loro Rodica. Venivo sbattuta senza ritegno, con una passione travolgente da quei duri e succulenti bastoni che mi scivolava dentro e fuori dalla carne. Conobbi ancora orgasmi su orgasmi. Venivo martellata con vigore, la figa era pestata e tracimava d'umori vaginali, il culo, non ne parliamo, ardeva di mazzate irruente e dense di lascivia.
Pulsarono, mi riempirono. Prima Dimitru, poi papà e fui colma di gioia. Che delizia! Restammo uniti, l’uno sopra l’altro, sudati, odorosi di sesso, annaspanti ed incerti, senza scioglierci, poi papà ci lasciò al nostro sonno.

Mi raggomitolai col capo sul petto di mio fratello e con lui mi addormentai.

Tardi, molto tardi, sentii mio padre nella sua stanza. Si raschiò la gola poi iniziò a vestirsi. Non riuscivo a schiudere gli occhi né a muovermi ma mi sforzavo di star attenta. Resistendo al sonno, mi tendevo ai suoi passi, ai suoi scricchiolii, unici segni vivi nella casa addormentata. Per lui era già ora. La raffineria lo attendeva ma trovò il tempo per passare a baciare me e Dimitru.