i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Questo racconto è un richiesta di un mio lettore
Era una calda mattina estiva e Federica stava tornando a casa con le borse della spesa. Indossava una gonna nera che le arrivava sopra il ginocchio e una maglietta abbastanza scollata, ai piedi portava delle infradito. Aveva legato i lunghi capelli neri in una coda per essere più comoda.
Aveva ancora un bel po’ di cose da fare, quindi camminava spedita, voleva arrivare a casa prima di mezzogiorno per far trovare il pranzo pronto al suo ragazzo.
Attraversò la strada sulle strisce pedonali, passò davanti ad una casa in costruzione, sentì un fischio e diversi apprezzamenti su di lei espressi con un forte accento straniero.
Si fermò e disse indignata: «Tornatevene al vostro paese!». Era molto bella e non era la prima volta che le capitava una cosa del genere.
Si affacciò un ragazzo di colore ad una finestra del primo piano e disse: «Non è educata signorina!».
Fede iniziò ad inveire contro di lui, non le erano mai andati molto a genio i neri, anzi era anche un po’ razzista, senza aver nessuna paura di lui.
Mentre il ragazzo la guardava incredulo, lei si sentì afferrare per un braccio, si voltò e vide un altro uomo di colore, col caschetto in testa, il petto nudo era sporco di calce. Tentò di urlare, ma lui le mise una mano callosa sulla bocca e la tirò dentro la casa, facendole cadere le borse di mano.
Si guardò attorno: c’erano mucchi di macerie, tavole di legno, tubi. Il cantiere doveva essere iniziato da poco. L’uomo che l’aveva presa le disse, parlando con un accento molto forte: «Non sono belle le cose che ci hai detto. Adesso chiedi scusa».
Nonostante la situazione di pericolo Federica non aveva intenzione di chiedere scusa per delle cose che considerava vere.
Intanto attorno ai due era arrivata una decina di operai, sudati e quasi tutti a petto nudo, erano solo neri.
«Dobbiamo farti cambiare idea su di noi, allora!», esclamò l’uomo che la teneva ferma, vedendo che la ragazza non accennava a parlare.
L’operaio disse qualcosa in una lingua africana e tutti i suoi colleghi si avvicinarono.
Federica sentì le loro mani dure toccarle senza pudore il suo bel corpo, cercava di urlare, ma l’uomo le teneva la bocca tappata.
La palpavano dappertutto: lungo le belle gambe affusolate, sui seni sodi, sulla pancia, tirandole il piercing all’ombelico. Si insinuarono sotto la maglietta, strizzandole i capezzoli scuri, sentì che la toccavano sulla vagina dopo aver spostato gli slip di pizzo nero.
Tentava di divincolarsi, ma loro erano troppo forti e la tenevano bloccata. Uno di loro le strappò la canottiera e un altro il reggiseno, buttandoli su un cumulo di macerie.
Si avventarono sui suoi seni nudi, portava la terza, stringendoli e palpandoli, facendole male.
Uno la afferrò per il polso e le mise la mano sul proprio pene eretto. Era molto grosso. La costrinse a masturbarlo, dopo poco anche nell’altra mano aveva il membro di un operaio.
La fecero inginocchiare e si ritrovò subito il grosso pene di uno di loro in bocca. Aveva un sapore sgradevole, faceva caldo ed era sudato, in più faceva fatica a tenerlo fra le labbra senza rossetto, date le dimensioni.
Un altro gli diede il cambio, poi un altro, poi un altro ancora. Con le mani masturbava quelli che non aveva in bocca.
Gli uomini la guardavano e si scambiavano commenti nella loro lingua, sghignazzando.
Ad un certo punto, la fecero alzare, le strapparono via la gonna e le mutandine, poi uno di loro si mise dietro di lei ed iniziò a penetrarla.
In poco tempo la sua vagina leggermente pelosa si abituò alle notevoli dimensioni e Fede, suo malgrado, iniziò a provare piacere. I suoi gemiti però le uscivano smorzati perché la giostra di peni nella sua bocca non si era fermata.
Anche nella sua vagina gli operai si alternavano, facendole provare una miriade di sensazioni differenti, le palpeggiavano e schiaffeggiavano il sedere tondo e sodo.
Uno di loro puntò il pene sul suo ano e lei esclamò: «Fai piano!», non aveva senso protestare, sentì che le sputava sul buco e poi che le spingeva con forza il membro dentro.
Le strappò un grido di dolore, ma non si fermò, iniziò a muoversi e, a poco a poco, il dolore iniziò a trasformarsi in piacere. Fortunatamente dopo di lui, arrivò un pene leggermente più piccolo, dandole un po’ di tregua.
Fede aveva preso gusto anche a succhiarli, quindi li leccava con gusto, anche perché il sapore sgradevole che avevano quasi tutti si stava affievolendo.
La sollevarono e la misero su un tavolo improvvisato, composta da due cavalletti e una tavola molto grezza, facendole perdere entrambe le infradito.
La sua schiena però non avvertì il contatto con il legno, ma con il corpo muscoloso e sudato di uno di loro.
Iniziò a penetrarle l’ano ormai dilatato, mentre un altro le affondò il pene nella vagina. Nonostante praticasse il sesso anale con il suo ragazzo, era la prima volta che subiva una doppia penetrazione. Il piacere che sentiva era indescrivibile, non riusciva a capire se provava moltissimi orgasmi o uno solo, lungo, intenso, sconvolgente. Avrebbe voluto urlare di piacere, ma la sua bocca era sempre piena di carne nera, come anche le sue mani.
Le faceva male la mandibola, ma gli uomini non se ne curavano, facendole arrivare i loro grandi peni fino in gola. Il poco trucco che aveva le era colato lungo le guance.
Dopo numerosi scambi nei suoi buchi, che iniziavano ad essere leggermente doloranti, l’uomo che l’aveva portata all’interno del cantiere, disse qualcosa di incomprensibile per Federica, e gli operai la tirarono giù dal tavolo, il contatto con il pavimento coperto di piccoli detriti con i suoi bei piedi nudi, morbidi e lisci, le fece tornare in mente dove si trovava. Aveva perso la cognizione del tempo e del luogo.
La fecero inginocchiare e formarono un cerchio intorno a lei; uno si avvicinò e iniziò a masturbarsi puntando il pene verso la sua faccia. Fede avrebbe voluto protestare, ma sapeva che sarebbe stato inutile, in più era sfinita e dolorante, non ne avrebbe avuto la forza.
Le arrivò un fiotto abbondante di sperma caldo e denso sul viso, subito si avvicinò un altro operaio che fece lo stesso.
Tutti avevano un’abbondante quantità di sperma e Fede sentiva i loro schizzi oltre che sul suo viso, colare sul suo seno arrossato dalle incuranti palpate delle loro mani callose, sulla pancia, fino sulle sue cosce abbronzate.
Aveva gli occhi chiusi, ma fece uscire la lingua per assaggiare il loro seme: sentì che aveva le labbra completamente coperte, immaginò che tutto il suo viso fosse in quelle condizioni. Si figurò l’immagine nella mente e si accorse che non le dispiaceva affatto.
Quando anche l’ultimo si fu svuotato su di lei, l’uomo che l’aveva afferrata per primo disse in italiano: «Torniamo al lavoro. Abbiamo già perso troppo tempo!».
La lasciarono lì, nuda, coperta di sperma, sudata e con i vestiti strappati e gettati nella polvere.
“Non è poi così male l’Africa, in fondo!”, pensò soddisfatta.
Note finali:
Volevo sottolineare una cosa: la violenza sulle donne è una cosa orribile, MAI giustificabile. Il dolore che che una donna prova, oltre ad essere quello del momento in cui avviene la violenza, è soprattutto quello che si porta dietro per tutta la vita.
Il mio è un racconto di fantasia, la violenza non si potrà mai trasformare in piacere. dopo che una mia lettrice mi ha fatto riflettere su queste cose sono stato anche tentato di rimuoverlo, ma avrei perso l'occasione per puntualizzare queste cose.
Mi scuso con tutte le donne.
Per commenti, critiche, suggerimenti e richieste antom93@libero.it