i racconti di Milu
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L’estate dei miei ventitré anni non cominciò nel migliore dei modi, tenuto conto che fui bruscamente sradicato dalla città in cui vivevo, ritrovandomi sennonché scaraventato dentro una più ridotta di provincia, in realtà poco più d’un borgo dove mi sembrò d’essere ritornato cinquant’anni indietro nel tempo. Gli scatoloni, invero, al centro della mia nuova camera ancora spoglia, sembravano diffondere riflettendo accuratamente e rispecchiando meticolosamente il mio stato d’animo di quel periodo, perché lì in quel preciso momento era sconsolatamente raccolto ciò che in realtà ero e che in modo afflitto captavo, accalcato tra gli oggetti che s’affollavano nel buio delle pareti di cartone, in quanto fuori c’era soltanto il vuoto compendioso, riassuntivo e ovattato di quella stanza.

Io per mia personale indole non ero stato per nulla al mondo espansivo né socievole, visto che di frequente mi capitava di sentirmi persino fuori luogo tra la gente e di provare fastidio, impiccio e seccatura per quell’estraneità cui ero costretto, in quanto mi spingeva a cercare altri spazi più agevoli e confortevoli, forse era la mia timidezza, la modestia, chissà, qualcosa che però non ero in grado di decifrare né di spiegare, perché un senso di disaffezione, d’indifferenza e di noia a volte m’avvolgeva facendomi sentire lontano e staccato da tutto e da tutti, come tra le pareti imbottite d’un inconsueto e per di più strambo sogno. A dispetto di questa mia particolare attitudine alla solitudine, ero riuscito seppure a fatica e spesso mio malgrado a conquistare delle amicizie nella mia vecchia città, anche se forse erano più conoscenze e persone note, che vere e proprie alleanze, quel tanto che bastavano per apparire meno diverso dal solito agli occhi degli altri.

Sovente, infatti, quella mia timidezza e quella mia apparente sensibilità, attirava l’attenzione di chi mi stava attorno, per il fatto che talmente in pochi notavano la mia assorta indolenza e la mia meditativa insofferenza, probabilmente era questo che faceva desiderare e ricercare la mia amicizia. Non c’era dubbio che fossi molto bravo a fingere, talmente abile e ingegnoso da riuscire a farlo senza neanche accorgermene, o magari erano gli altri che non sapevano guardare e fingevano a loro volta un interesse che in realtà non c’era e per questo non erano in grado di cogliere non comprendendo la mia vera natura. In fondo, a me non interessava poi molto la perdita di quelle amicizie a causa del trasloco, se non per quell’incomprensibile bisogno o di quell’indotta necessità spinta ad apparire normale, eppure ciò che davvero m’infastidiva era trovarmi in un posto sconosciuto privo delle mie vecchie abitudini, dei posti in cui rifugiarmi, giacché questo mi costringeva a crearne immancabilmente dei nuovi. Per fortuna adoravo leggere e scrivere e questo mi sarebbe stato d’aiuto come in passato, per rendere più accettabile e tutto sommato piacevole il mio volontario isolamento. Quando iniziai a girovagare tra le strade della città le trovai inspiegabilmente migliori di quanto m’aspettassi, certo era pur sempre una angusta città di provincia un po’ arretrata e superata, con pochi abitanti per passare inosservati, però la popolazione nativa del luogo al di là dei possibili pettegolezzi e della curiosità che poteva provare vedendo una faccia nuova, non sembrava badare né dedicarsi oltremodo alla mia presenza, se non per qualche sguardo lanciato di sbieco al mio passaggio.

Io mi sentivo proprio come se mi trovassi in una terra straniera nella quale non conoscevo neanche la lingua, perché le scarse parole che mi era capitato di sentire risuonare nell’aria, erano pronunciate in realtà con un dialetto stretto per me incomprensibile, dal momento che questo non m’avrebbe aiutato molto in un eventuale tentativo d’apparire normale, eppure non aveva molta importanza, perché poteva anche rappresentare una valida giustificazione per il mio fallimento. Dopotutto non era male come città, in quanto trovavo affascinante l’architettura da borgo medievale, le strade strette, un po’ da senso di claustrofobia dove riecheggiava ogni passo, ogni più piccolo suono, rimbalzando lungo i muri delle case ammassate l’una sull’altra. Quel silenzio aveva un effetto estraniante su chi come me era abituato al continuo e all’indistinto brusio di sottofondo delle grandi città, perché qua cui ogni rumore si disperdeva come se fosse stato risucchiato assieme alle figure che vagavano nella folla distratta, tra i corpi che scivolavano schivandosi e scorrendo l’uno sull’altro, come dei piccoli punti che viaggiavano seguendo il tragitto di rette parallele che per quanto fossero vicine non si sarebbero mai incontrate.

Il primo pomeriggio dopo il trasloco camminai talmente a lungo nel labirinto di quelle stradine da rischiare quasi di perdermi, finché non giunsi nei pressi d’una piccola libreria, ciò che in fondo cercavo fin dall’inizio. La porta era per metà rivestita con un pannello di legno, la parte alta invece era d’un vetro opaco, coperto da una tendina bianca arricciata, che sembrava volerla nascondere agli occhi importuni e indiscreti dal resto del mondo. L’ambiente che trovai all’interno era molto intimo, molto piccolo, con gli scaffali dei libri addossati alle pareti lasciando così uno spazio più ampio al centro del locale, mentre sistemato in un angolo intravidi perfino un divano. L’unico elemento che ricordava la natura di quello stanzone era il bancone con la cassa per battere i prezzi, per il resto sembrava più un soggiorno arredato con stile da qualche amante della lettura, più che una libreria. Una donna sui trentacinque anni d’età dai lunghi capelli biondi era impegnata nel sistemare alcuni libri sugli scaffali, era scalza e la lunga gonna celeste un po’ disordinata che indossava le solletica le caviglie mentre si sollevava sulle punte per raggiungere i ripiani più alti. Lei si voltò salutandomi con un sorriso quando notò la mia presenza, chiedendomi affabilmente di che cosa avessi bisogno. Io ero abituato alle grandi librerie dove amavo girare liberamente in cerca del primo libro che potesse attirarmi per il titolo o per la copertina, soffermandomi nel leggerne la descrizione sul retro o sfogliandone solamente alcune pagine. Quell’ambiente ristretto e rustico non mi sembrava molto attinente a ospitare questo tipo d’approccio, dato che era più un luogo dove s’andava con le idee già chiare riguardo a ciò che s’intendeva comprare, però nonostante questo dissi ugualmente di voler soltanto dare un’occhiata in giro:

“Serviti pure, se hai bisogno io sono qui” - disse lei passandomi accanto e andando a sedersi sul divano.

In quella circostanza notai la presenza dei suoi sabot, poiché li aveva abbandonati lì, vuoti e soli, prima di raggiungere lo scaffale da cui aveva impugnato il libro che adesso intendeva leggere, occupando così il tempo di quel noioso e soporifero pomeriggio estivo. Abitudini intime e informali, che probabilmente si ripetevano ogni giorno, giacché mi facevano sentire quasi di troppo come se stessi disturbandola e intralciandola con la mia presenza, come se fossi un corpo estraneo, che disperdeva sprecando il calore di quell’ambiente così intimo e raccolto. Da diverso tempo, m’ero accorto di provare attrazione per i piedi delle donne, però non capivo da che cosa dipendesse, in quanto era come se in me fosse nata questa passione e non sapevo neanche il motivo per cui ne provavo sconcezza e vergogna, sentendo di doverlo nascondere non ne avevo mai parlato con nessuno e neanche uno m’aveva mai detto che fosse impreciso, inopportuno o sbagliato provare un simile desiderio. L’unica persona che poteva essere a conoscenza di questo mio segreto era una mia cugina che ormai da anni non rivedevo, ma dubitavo che potesse ancora conservarne una vaga memoria, giacché io stesso stentavo a ricordare quei giorni lontani in cui per gioco le leccavo baciandole i piedi. Non avevo idea di chi di noi due avesse preso l’iniziativa, né tanto meno quando fosse cominciato quel gioco, quando e in che modo avesse avuto fine, forse avevamo smesso dopo essere stati sorpresi e rimproverati, visto che questo giustificava anche il mio senso di colpa e la conseguente parziale rimozione di quei giorni dalla mia memoria. Ero comunque troppo piccolo e l’unica cosa che mi era rimasta di quei momenti, era la strana eccitazione che provavo al pensiero di poter stare ai piedi di una donna e mi chiedevo se anche mia cugina provasse attualmente un desiderio analogo al mio. Il mio sguardo scorreva distrattamente lungo lo scaffale ricolmo di libri davanti a me senza riuscire a soffermarsi a leggerne il dorso, perché continuamente cercava i piedi affusolati che la proprietaria teneva allungati sul bracciolo del divano. Io li sbirciavo avidamente, mentre lei era concentrata a leggere, fingendo di passare in rassegna i libri io m’avvicinavo più che potevo a lei, incantato dalle sue dita sottili dei quali seguivo l’oscuro richiamo, senza tenere conto del fatto che trovandomi quasi di fronte a lei sarei stato costretto a voltare troppo la testa per poterla guardare. I nostri sguardi allora s’incrociarono, io abbassai subito il mio provando un inconsueto imbarazzo nel sentirmi colto in fallo:

“Hai trovato nulla d’interessante?” - mi chiese, con un sorriso che non fui capace di decifrare.

“Posso lavorare per lei, magari come suo aiutante?” - fu la mia rapida quanto sfacciata richiesta.

Quelle parole mi sfuggirono di bocca come un treno in corsa, ancor prima che potessi rendermene conto faticai a comprendere da quale luogo remoto della mia mente fossero giunte e non potei fare nulla per fermarle, dato che le buttai fuori all’improvviso così come una frase senza senso detta a sproposito, come uno strafalcione durante un discorso serio. Nella spensieratezza che illuminò i suoi occhi, potei vedere riflessa l’immagine ridicola di quella mia proposta improvvisa e nata dal nulla:

“Come puoi notare tu stesso dall’affluenza di clienti attualmente non penso d’avere bisogno d’un aiutante”.

“Potrei farle però le pulizie e metterle i libri in ordine, quando ce n’è sarà bisogno naturalmente”.

Il luogo remoto della mia mente continuava a beffarsi di me, io ormai lo aiutavo a farlo andando avanti come in preda verso un’insana quanto incomprensibile incapacità d’indietreggiare:

“Non posso permettermi d’assumerti, ho pochi clienti e altrettanto pochi guadagni”.

“Io m’accontento unicamente di poter leggere a titolo di favore alla fine del lavoro”.

“Vuoi dire che sei disposto a fare le pulizie tutti i giorni, per poi poter restare qui a leggere?”.

Non mi sembrava d’aver detto che le pulizie le avrei fatte tutti i giorni, però ormai era fatta e non potei fare altro che annuire.

“Come accordo non mi sembra male, dato che qualcuno che pulisca regolarmente in fondo mi servirebbe, poiché amo camminare scalza” - mi disse lei accennando e guardandosi le piante dei piedi.

Subito pensai a quanto mi sarebbe piaciuto potermi occupare di loro oltre che delle pulizie della libreria, ma per fortuna riuscii a restare in silenzio, senza dar voce a quel mio lascivo pensiero, anche se poteva essere chiaramente letto nel mio sguardo che però lei non notò:

“Bene, allora vediamo se sei un bravo aiutante. Nel retro c’è tutto l’occorrente per fare le pulizie, se laverai il pavimento in maniera soddisfacente il lavoro sarà tuo”.

Il pavimento era abbastanza pulito, probabilmente era già stato lavato al mattino, quindi il lavoro si rivelò semplice e rapido da portare a termine, tuttavia lo svolsi comunque con molta attenzione e cura prendendo molto sul serio l’idea che da questo potesse dipendere la mia assunzione. Di tanto in tanto però la guardavo, poiché era ancora distesa sul divano placidamente immersa nella lettura, così come io ero concentrato ad ammirare la sua bellezza bevendo la sua immagine di cui non riuscivo mai a dissetarmi completamente. Avevo iniziato a lavare il pavimento dalla parete opposta a quella contro la quale era il divano, provando un leggero senso d’ansia e d’eccitazione che aumentava man mano che m’avvicinavo a lei. Quando le fui abbastanza vicino potei decifrare il titolo del libro che stava leggendo, la copertina era grigia e il nome dell’autore sembrava essere giapponese, difficile da leggere di sfuggita, eppure alla fine riuscii nel mio intento. Non feci in tempo a leggere anche il titolo, perché mi ritrovai all’altezza dei suoi piedi, che istantaneamente attrassero tutta la mia attenzione. Forse fui un po’ avventato, tuttavia non potei trattenermi dall’avvicinare più che potevo il viso all’oscuro oggetto del mio desiderio, riuscendo così a percepirne quasi la fragranza delicata che emanava la sua pelle. Mi chiesi se le mie letture a fine lavoro avrei potuto farle lì, sul divano insieme con lei, magari stando ai suoi piedi lasciando che riposassero sulle mie gambe e accarezzandoli con modo di fare distratto. Lei forse avrebbe gradito quelle cure e m’avrebbe chiesto di continuare se io mi fossi fermato, diventando così complice della mia passione. Mi ritornò così in mente una mia giovane zia, che quando si sedeva sembrava non sapersi trattenere dal sollevare le gambe e poggiare i piedi non appena trovava una sedia libera davanti a sé. Non ebbi mai l’occasione di sfiorarli, però facevo il possibile per sedermi davanti a lei lasciandole quanto più spazio potevo dietro di me sulla sedia, attendendo con impazienza che lei accettasse come immancabilmente faceva, avvallando quel mio silenzioso e tacito invito occupando in ultimo con i piedi lo spazio libero alle mie spalle. Un brivido leggero correva allora lungo la mia schiena, mentre percepivo il tepore della presenza dei suoi piedi, che lei di tanto in tanto dondolava dandomi sempre la sensazione che in quei movimenti potessero da un momento all’altro sfiorarmi. Quando il pavimento divenne asciutto, lei s’alzò e mosse qualche passo lungo la stanza danzando tra le gocce di sole che si riflettevano sulle mattonelle:

“Bravo, hai fatto proprio un ottimo lavoro, sei assunto” - disse sorridendo, dopo aver sollevato un piede e accertato che la pianta fosse pulita.

In quella circostanza la mostrò anche a me, non immaginando l’effetto che aveva su di me quel gesto, poi tornò a sedersi sul divano e vidi le orme lievi dei suoi passi tracciare delicate forme sul pavimento ancora leggermente umido. Fui tentato d’inginocchiarmi per accarezzare le orme che avevano lasciato dietro di sé, così da poter sentire il tepore lasciato dai suoi piedi e continuai a osservarli finché lei non richiamò la mia attenzione ricordandomi il motivo per cui ero lì:

“Adesso puoi scegliere un libro e leggerlo qui con me” - disse, sedendosi con le gambe raccolte per lasciarmi spazio sul divano accanto a lei.

Dallo scaffale pigliai un libro a caso di Dostoevskij, in quanto lo avevo già letto, eppure non volevo perdere del tempo prezioso per cercarne un altro. Davanti a quella moltitudine di libri, sapevo già che avrei rischiato di perdermi non riuscendo comunque a scegliere, alla fine ne avrei agguantato uno a caso arrendendomi alla mia indecisione:

“Ottima scelta” - disse lei, leggendo la copertina quando mi sedetti accanto, facendo in modo d’esserle talmente vicino che se avesse voluto avrebbe potuto solleticarmi la gamba con le dita dei piedi:

“In realtà l’ho già letto” - le confessai io.

“Puoi prenderne un altro allora, quello che vuoi, purché non sia sigillato”.

“No, va bene questo, poiché è un bel libro anche da rileggere”.

“Hai ragione. Spero non vorrai leggere qualcosa che conosci già? Tu hai a disposizione un’intera libreria, dovresti perciò approfittarne”.

“A dire il vero non saprei, anche se ha attirato la mia attenzione”.

“Che cosa? Hai visto un altro libro che t’interessa leggere?”.

“Ero curioso di leggere quello che ha lei” - le risposi io arrossendo, riuscendo finalmente a decifrare il titolo sulla copertina.

Ebbi la sensazione che i suoi piedi con un lieve fremito quasi mi toccassero, notando in lei anche un leggero imbarazzo, come se quello che leggeva fosse un libro proibito di cui s’impacciava di parlarne:

“Lo conosci già?” - mostrandomi meglio la copertina.

“No”.

“E come mai t’interessa? E’ un libro particolare, forse un po’ troppo”.

Non avevo idea di che cosa parlasse, anche se il titolo faceva galoppare la mia immaginazione, ma se anche non fosse stato così la sua reazione alla mia richiesta m’avrebbe in ogni caso incuriosito:

“Non lo so, però mi piace la letteratura giapponese”.

“La cultura giapponese è un po’ diversa dalla nostra” - disse lei temporeggiando di proposito.

“Sì, lo so, però m’affascina come cultura”.

“E’ soltanto per questo quindi il motivo per cui t’interessa il libro?”.

“Sì, mi dica di che cosa tratta”.

“I romanzi di quest’autore descrivono la passione che un uomo può nutrire per i piedi femminili” - disse lei quasi arrossendo.

Io ero abituato a titoli che spesso traevano in inganno, deludendo le attese che creavano, eppure questo non era tra quelli, perché la storia contro ogni mia previsione esprimeva rispecchiando proprio ciò che il titolo lasciava immaginare. Mi chiesi il motivo per cui lo stesse leggendo e quale fosse la causa del suo imbarazzo, sperando che anche in questo caso la risposta alle mie domande fosse ciò che mi piaceva pensare:

“E’ un testo interessante, lo trovo molto utile per comprendere le culture così lontane dalla nostra” - aggiunse lei con tono professionale, quasi come se avesse visto tra i miei pensieri le mie domande e intendesse giustificarsi:

“Sì, certo” - dissi io, cercando d’allontanare il disagio che si era visibilmente impadronito d’entrambi.

“Potrà senz’altro apparire bizzarro per noi, che un uomo possa provare una simile attrazione per i piedi d’una donna” - continuò, come se volesse spiegarmi meglio il tema del romanzo.

A seguito di queste parole io non potei celare il mio imbarazzo e trattenni il fiato, non riuscendo a trovare parole adatte e convincenti per mascherare ciò che pensavo e abbassai lo sguardo, che cadde senza che me ne avvedessi sui suoi piedi. Lei sembrò sentirsi più a suo agio dopo questa silenziosa resa, di cui dovette intuire la ragione e per questo allungò un piede poggiandolo sulla mia gamba:

“Per quanto possano essere belli i miei piedi, dubito che qualcuno possa provare per essi un desiderio simile a quello che nutre il protagonista del libro, tu non credi?”.

In quell’istante divenne sempre più intricato e macchinoso per me padroneggiare le emozioni, in quanto avvertivo il tepore della pianta del suo piede raggiungermi e accarezzandomi attraverso i jeans, poi il desiderio crescente di poterli sfiorare non mi dava tregua. Ebbi la sensazione che lei volesse punirmi vendicandosi nel contempo dell’imbarazzo che le avevo procurato con le mie domande e che per questo continuava a insistere su quell’argomento, nonostante il mio prolungato silenzio:

“Certo che dev’essere piacevole farsi coccolare i piedi, ma credo sia molto difficile trovare qualcuno che li ami a tal punto. E’ già raro riuscire a farseli massaggiare, figuriamoci un’adorazione e una dedizione di quel genere”.

A quelle parole non fui più in grado di trattenermi e le accarezzai liberamente il piede, quasi come per dirle che se lo desiderasse poteva avere quell’adorazione e quella dedizione così profonda e ricca di passione. Lei allora tacque, trattenendo il respiro, come se quell’improvviso contatto con cui la sfiorai l’avesse magnificamente sorpresa:

“La mia non era una richiesta” - disse, mentre continuavo ad accarezzarle il piede, poggiando dopo poco anche l’altro sulla mia gamba come un allusivo e sottinteso invito per continuare.

Io rimasi in silenzio, in fondo non c’era molto da dire, poiché mi sarebbe stato difficile parlare senza far tremare la voce, tradendo così l’intensità delle emozioni che avvertivo accarezzando la morbida pianta dei suoi piedi, scivolando sulle sue dita che fremevano di tanto in tanto peraltro riconoscenti di quel massaggio:

“Non m’hai ancora detto il tuo nome”.

Lei ormai aveva smesso di leggere e osservava la cura con cui le mie mani indugiavano in quelle carezze, di certo non le era sfuggito il rapimento del mio sguardo e il piacere che provavo:

“Filippo” - risposi io in modo languido.

“Io sono Mercedes. Sei nuovo di queste parti, vero?”.

“Sì, mi sono trasferito qua da pochi giorni”.

“Lo immaginavo. In una piccola città come questa si conoscono tutti, anche solamente di vista e di certo mi ricorderei d’un bravo massaggiatore aggraziato come te” - disse sorridendo, dandomi un piccolo buffetto sotto il mento con la punta del piede.

“Hai già fatto amicizia? Qui sono tutti un po’ diffidenti e guardinghi verso i forestieri, ma in fondo sanno essere anche molto ospitali, seppure talvolta alquanto indelicati e invadenti con il loro modo di fare”.

“Ancora non ho conosciuto nessuno, eccetto lei signora Mercedes”.

“Ne sono lusingata allora, però dammi pure del tu. Non dovrai essere così formale con me. In ogni caso non preoccuparti, perché non avrai troppe difficoltà ad ambientarti, anch’io mi sono trasferita qui da un’altra città e t’assicuro che non è così terribile come può sembrare all’inizio”.

Di certo, non poteva immaginare quanto potessi essere scostante, dubitavo di riuscire a farmi molte amicizie in quel posto e già trovavo intollerabile pensare all’autunno e all’inizio della scuola, trovarmi nel frequentare l’ultimo anno del liceo in una classe nuova, poiché era tutt’altro che entusiasmante.

“E’ ora d’andare, mio tenero massaggiatore, tra poco si chiude”.

Io mi rammaricai sentendo i suoi piedi scivolare via dalle mie carezze, visto che li seguii con lo sguardo, mentre si nascondevano nell’ombra dei sabot come se fuggissero via dal mio desiderio. Lei rise sottovoce, notando l’espressione delusa e sconfortata dipinta sul mio volto, perché doveva essere stato senz’altro molto rilevante più di quanto io potessi immaginare, ormai non avevo più alcun dubbio riguardo al fatto che Mercedes avesse compreso bene la mia bizzarra passione, che a quanto sembrava non le era sconosciuta e di certo non le dispiaceva:

“Sei sicuro, che sia solamente la cultura e la letteratura giapponese a interessarti?” - mi chiese indagando la mia reazione alle sue parole.

“Sì, certo” - balbettai io in modo poco convincente e arrossii sentendomi colto in flagrante.

“Già, a quanto pare abbiamo interessi comuni allora, adesso però va’, in ogni caso potrai tornare quando vorrai, anche domani”.

“Non m’assumi allora come aiutante?”.

“No, però mi farà piacere se verrai a farmi compagnia e potrai ugualmente fermarti a leggere qui con me”.

M’incamminai verso casa e lungo la strada tra la luce debole che annunciava la fine del giorno m’accarezzai più volte il viso sentendo il profumo che le mie mani conservavano ancora dei piedi di Mercedes, immaginando che fossero loro quelle carezze. Sognai con gli occhi aperti le visite che avrei potuto farle i giorni successivi, sedendomi nuovamente ai suoi piedi come avevo fatto quel pomeriggio, giungendo magari a poter sentire anche il loro sapore sulle mie labbra. La situazione più fastidiosa del trasferimento in una nuova città era l’inopportuna e l’insensata curiosità dei suoi abitanti, le loro domande tutte inutili, sterili e sempre uguali:

“Come ti trovi qui? Sei contento d’esserti trasferito? Ti piace di più qui o dov’eri prima? Quanto tempo pensi di restare qua?”.

Diverse, numerose domande, con cui formulavano la stessa implicita e indiretta richiesta, quella d’essere assecondati e compiaciuti con una risposta che lasciasse intendere che la loro fosse una bella città, come se questo per me potesse avere una tale levatura e importanza, come se il mio trasferimento fosse stato volontario e non obbligato. Nel loro interesse si nascondeva invero sia l’insicurezza quanto l’invidia che provavano e che verificavano nei confronti di chi proveniva da una grande città, in pratica era una riproposizione dell’antico, dell’inopportuno e superato contrasto, di quell’antagonismo tra la campagna e la città, che li spingeva di volta in volta a provare ammirazione oppure ostilità nei miei riguardi, senza che facessi nulla per alimentare o per meritare questi sentimenti. Io ribattevo con delle “non risposte”, cercando semplicemente di liberarmi della loro invadenza, senza preoccuparmi di tutti gli eventuali pettegolezzi e le maldicenze che di certo si facevano alle mie spalle. Tutto ciò che io volevo era essere lasciato in pace, muovermi come un’ombra tra quelle stradine in cui si respirava un’atmosfera antica e fuori dal tempo. Attendevo così il pomeriggio girovagando tra le vecchie case che si proiettavano l’una sull’altra, come incastonate nel cielo afoso di un blu sbiadito dalla luce del sole. Immaginavo in tal modo d’essere un viandante solitario, reduce d’un lungo e interminabile viaggio o come un cavaliere in cerca del sacro Graal, finché affaticato e sfinito da quel vagare lo raggiungevo varcando la soglia della libreria affamato del mio desiderio. Lì c’era la mia oasi di piacere e Mercedes era la regina che riverivo giurandole fedeltà e obbedienza, così come farebbe un cavaliere e un suddito devoto. I suoi piedi erano il tesoro che a lungo avevo bramato e cercato, del quale invocavo reclamandone il possesso, come ambito premio e dolce ristoro, come un pegno che la mia signora mi concedeva tenendomi con sé come suo vassallo.

Anche lei m’attendeva, giacché potevo leggerlo nei suoi occhi, nel suo invito a prendere un libro per raggiungerla in ultimo accomodandomi su quel divano, lì dove lei mi lasciava posto ritirando i piedi come onde del mare, che si preparavano a travolgermi con l’emozione che provavo nel sentirli tornare su di me adagiandosi calmi e placidi sulle mie gambe. Il libro che prendevo restava immancabilmente abbandonato sul bracciolo del divano, perché ne scorrevo solamente poche righe, a dire il vero quel tanto che bastava, perché lei silenziosamente e in modo quasi distratto m’offrisse i suoi piedi mostrando di non accorgersi che io allora mi dedicavo soltanto a loro, accarezzandoli e massaggiandoli mentre lei continuava a leggere.

Doveva essere un accennato quanto velato accordo il nostro, poiché lei comprendeva perfettamente ciò che s’agitava dentro di me, forse anche più di quanto potessi linearmente capirlo io, dal momento che la mia giovane età doveva rappresentare un concetto per lei sconveniente approfittando di quella passione, ma al tempo stesso non volendo comunque rinunciarci, giacché se ne avvaleva così segretamente così come un’innocente intimità che ci univa nel nostro reciproco piacere. Se anche fossimo stati sorpresi da qualche cliente non avremmo di certo destato sospetto, perché nessuno avrebbe potuto immaginare che cosa potesse celarsi dietro quel nostro amichevole e confidenziale abbandono, perché soltanto chi conosceva e provava quel piacere poteva ampiamente percepire la passione che ci avvolgeva in quell’istante. Mercedes sottovalutava il mio desiderio e non tenne conto di quanto potesse crescere e diventare esigente, non sapeva, o forse fingeva d’ignorare che quello era per me, soltanto il primo gradino del mio piacere. Eppure, avrebbe dovuto intuire ciò che sarebbe avvenuto dai piccoli segnali che le potevano giungere dal mio comportamento nei suoi confronti, come per esempio quando per la prima volta anticipai i suoi movimenti e non appena sottrasse i piedi alle mie carezze dicendomi che era ora d’andare, io m’inginocchiai davanti a lei per soddisfare il mio desiderio di servirla:

“Che galante, se continui così diventerai un gran rubacuori” - disse, dopo che l’ebbi aiutata nel calzare le scarpe, non notando la devozione e il trasporto che quel gesto esprimeva.

Lo accettò con naturalezza, senza alcun imbarazzo, congedandomi poi con una carezza che mi scompigliò i capelli affettuosamente, facendomi sentire come un servo appena premiato dalla sua padrona e spingendomi così a sperare di poter osare ancora di più in futuro. D’altro canto, anche lei con il tempo divenne sempre più audace nel suo modo di rilassarsi tenendomi ai suoi piedi, mentre io ero impegnato per massaggiarne uno lei prese l’abitudine di poggiare l’altro sullo schienale del divano vicino alla mia testa, sfiorandomi talvolta i capelli con i suoi movimenti. La mia eccitazione allora aumentava, io divenivo succube del desiderio che mi suscitavano le sue lunghe gambe del brivido che provavo massaggiando la sua pelle vellutata e di quelle carezze che cercavo sulla testa, sperando che il suo piede se ne servisse come appoggio e che scivolasse poi lungo il mio viso, fino a raggiungere i baci che le mie labbra erano ansiose di poter riversare su di esso, impadronendosi così di quel delicato sapore a lungo sognato. Ancora oggi, ricordo ogni singolo particolare del giorno in cui quel mio sogno divenne realtà, perché quegli attimi si sono impressi nella mia mente e nella mia anima e continuo ad accarezzarli lasciandomi sedurre dalla loro danza nostalgica, alla dolcezza di quelle emozioni che come petali lambiscono le onde della memoria sospinti dal vento dei ricordi.

Un raggio di sole brillava sul suo ginocchio baciando la pelle nuda proprio dove riposava l’orlo della gonna azzurra, la stessa che indossava il primo giorno che l’incontrai. Potevo intravedere l’ombra delle sue cosce che solleticavano i miei sensi, così come il suo seno, lasciato libero sotto la stretta maglietta bianca che ne disegnava la forma. Il mio sguardo risaliva lungo il suo addome fino al collo, dove potevo scorgere una piccola goccia di sudore che forse giungeva dalla conchiglia dell’orecchio, avvolta dal calore dei capelli lunghi morbidamente adagiati sulle spalle. La sua bocca era colorata d’un rosa leggero, la vedevo quasi contrarsi a volte in un movimento lieve accompagnato da quello delle ciglia che di tanto in tanto oscuravano la luce dei suoi occhi concentrati nella lettura. Le mie mani cingevano il suo piede poggiato sulla mia gamba proteso in avanti, come se con la punta volesse indicare un luogo lontano, un luogo misterioso dove l’incanto di quelle emozioni correva libero tra gli alberi che ci proteggevano dal sole. L’altro piede premeva con le dita sulla mia testa, tenendole poggiate pochi centimetri sopra l’orecchio sfiorandolo appena, mentre con un tocco lieve frugava tra i miei capelli.

L’aria era calda, lenta e pesante, in quanto ristagnava in quel pomeriggio estivo in cui riecheggiavano i canti delle cicale e il suono silente del tempo che si trascinava con fatica soffocato dall’afa, giungendo come qualcosa di molto distante nell’ombra che vagava nella libreria, rischiarata solamente da qualche goccia di luce che pioveva distrattamente attraverso le tende che seguivano il movimento ozioso del ventilatore. Io mi voltai lentamente, poco per volta, seguendo il profumo delicato del suo piede che m’invitava verso di sé facendo sì che dai capelli giungesse fino al mio viso. Provai un brivido e mi fermai alcuni istanti godendo del piacere di quel primo contatto appena accennato della sua pelle con la mia e lo lasciai riposare sulla mia guancia, sentendolo prendere confidenza con essa saggiandone la consistenza con piccole pressioni, cercando la posizione più comoda in cui riposare, come se si fosse appena messo a letto e si rigirasse tra le lenzuola in cerca del primo torpore, finché non lo condussi alla ricerca delle mie labbra, dove si posò tra le carezze del mio respiro che ne carpì il delicato aroma.

Incrociai lo sguardo di Mercedes che con curiosità m’osservava, come se stentasse a capire quanto stava avvenendo mentre l’umido piacere della mia bocca si schiudeva insinuandosi sotto il suo piede. Per un attimo cercò di protestare, ma la sua resistenza fu fiaccata dai gemiti che emetteva quando sentiva le sue dita immergersi tra le mie labbra avide del suo sapore. Io le leccai i piedi religiosamente sentendomi totalmente pervaso e vinto dal desiderio di poter lambire e assaporare tutta la sua pelle, e senza accorgermene mi ritrovai in ginocchio ad abbracciarli premendoli e strofinandoli sul mio viso, soffocando il mio respiro ansimante mentre continuavo a baciarli e leccarli. Sentivo che il piacere di Mercedes era pari al mio e non fu capace fermarmi, sennonché lasciò che continuassi, che la mia bocca indugiasse a lungo sui suoi piedi e percorresse poi la via della mia eccitazione, risalendo lungo le gambe e fin tra le cosce che fremendo cedettero offrendosi ai miei baci. Strofinai la bocca sul tessuto bagnato dei suoi slip, premetti la lingua su di esso, leccandolo e inebriandomi di quel sapore per me ancora sconosciuto, di cui non seppi comprendere la vera natura, ma che sentivo far crescere in me l’eccitazione e la mia voglia d’amarla. Io ero ancora troppo inesperto per accorgermi che Mercedes stava ormai per raggiungere il suo orgasmo, e quando esplose profusamente tra le mie labbra lei trovò la forza di fermarmi. Ansimando mi spinse via con il piede tenendolo premuto sul mio petto, per impedirmi d’avvicinarmi nuovamente a lei, però ciò non le bastò per tenermi a bada. Il mio cuore eccitato martellava contro la pianta del suo piede, prima che io lo sollevassi portandolo alle mie labbra per baciarlo ancora. Potei solo sfiorarlo, perché lei prontamente si sottrasse a quelle carezze e s’alzò fissandomi con incerto stupore, mentre io continuavo a stare in ginocchio davanti a lei bramando e invocando silenziosamente di potermi ancora saziare di quel sapore che adesso intendeva negarmi:

“Ora basta Filippo, adesso vattene” - disse, con un tono secco e deciso, che non accordava né ammetteva repliche.

Allora, in quella circostanza, non potei fare altro che ascoltare obbedendo al suo ordine perentorio, raffigurato ancora più terribile dal modo in cui s’allontanò da me, distogliendo lo sguardo e voltandosi mentre attendeva con le braccia conserte che andassi via.

{Idraulico anno 1999}