i racconti di Milu
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La carrozza attraversò spedita una delle stradine attorno Place de la Concorde mentre, fragorosa, si levava l’esultanza della plebe per l’ennesima decapitazione. Mia figlia sollevò le tendine, la richiamai: “Brigitte”. Lei, remissiva, tornò ritta sul sedile. La guardai compiaciuta ma con aria severa. Non potevamo rischiare che la nostra fuga venisse scoperta così, mandando a monte ogni speranza e finendo direttamente sul patibolo. Cercai sicurezza in Marcel ma fu vano. Mio marito mi guardava come un cane bastonato e continuò a farlo lungo tutto il viaggio, sino al tramonto. Lo capivo, ma non avevamo alternative. La ghigliottina di Robespierre stava decimando la nobiltà, dovevamo scappare prima che arrivasse il nostro turno, ma anche la fuga, se non ben protetta, poteva essere pericolosa. Così rivolgerci a Bernard lo stalliere era stata una scelta indispensabile. Bernard era onesto, integerrimo, un servo fidato. Marcel ed io avevamo così tanta stima in lui che quando rifiutò il nostro denaro quasi ci commovemmo. Stolti fummo a pensare che avrebbe accettato l’incarico senza compenso, solo per lealtà ai suoi padroni. “Vi porto fuori da Parigi, va bene, e sino a Montmédy, ma la signora padrona sarà la mia puttana ogni notte”, scatarrò sul pavimento tenendo il tricorno nelle mani e tornò con insolenza a fissare mio marito. Marcel urlò, si scagliò sul servo e dovetti farmi in quattro per separarli. Rischiavamo la vita, c’era poco da fare: accettammo.

La carrozza, carica di vettovaglie e preziosi, proseguì custodendo le nostre paure ed il nostro silenzio. Brigitte però non ne sapeva niente. Oh la mia bella giovinetta appena ventunenne così entusiasta di vivere, romantica e gentile, inesperta nella vita! Faceva di tutto per spingere lo sguardo oltre le tendine, curiosa di sapere, di vedere, di conoscere. Sarei stata in balia di quel bruto, vittima della sua vigliacca corruzione, sì, e solo per lei riuscii a dissimulare l’angoscia che mi attanagliava il cuore.

Dopo il tramonto la carrozza si fermò in un bosco. Mia figlia dormiva, mio marito no. Si strinse i pugni sulle cosce, con l’aria di chi stava patendo la peggiore delle agonie. Gli diedi un bacio a stampo sulle labbra e scesi pronta ad adempiere al mio impegno.

Bernard era già ad attendermi con negli occhi l’impazienza che lo divorava. Si avventò su di me e finii scopata in piedi, selvaggiamente, senza istanti di pietà, carezze o svenevolezze. Del resto che senso avrebbero avuto? Poggiata contro una delle ruote della carrozza, con le braghe abbassate ed il gonnellone tirato su, sopportai quell’essere infimo che mi alitava contro ad ogni affondo. Mi dava della “puttana” così carico di odio che pensai fosse quello il modo con cui si sentisse parte anche lui della rivoluzione. Subii, soffrii eppure la cosa mi piacque. Faticai ad ammetterlo ma mi fece impazzire quella foga, quella irruenza, il sentirmi oggetto abusato e vessato. Ero sfruttata, svuotata d’ogni dignità nondimeno mi piaceva. In silenzio godetti, in silenzio franò pure lui. Mi tirai su le braghe, mi abbassai per bene il gonnellone e filai in carrozza.

Marcel, marito mio! Il tuo volto era pieno di disperazione come la mia figa era piena di gaiezza! Stetti muta fino a quando il sonno sovvenne. Al mattino mia figlia mi ritrovò già sveglia, seduta di fronte a lei, sorridente a dispetto del padre che forse non aveva neppure chiuso occhio.
Cenammo solo con carne essiccata e le lamentele di Brigitte che soffriva la mancanza di agi e comodità. La carrozza percorse un altro lungo tratto e, cadute le tenebre, si ripeté tutto. Bernard non ebbe ritegno, mi prese stavolta a terra, sull’erbetta fredda. Mi sputò in faccia e mi schiaffeggiò più volte. Non opposi resistenza. Fu violento e focoso ma non gli mostrai alcuna riluttanza. Venni fottuta barbaramente ma probabilmente godetti più di colui che aspirava ad essere il mio aguzzino. Soddisfatta, lasciai esausto Bernard ansante sul terriccio e tornai in carrozza.

Marcel dormiva, Brigitte pure ed io mi unii a loro. L’indomani padre e figlia mi svegliarono con un sussulto di allegrezza. Guardavano alla carrozza le sponde d’un fiume cariche di vita, stormi di uccelli, caprioli furtivi. Ridevano, sembravano aver dimenticato Parigi. Me ne compiacqui. La serenità della mia famiglia era ciò che desideravo. Cenammo ancora con carne essiccata, ma senza lamentele. E, quando tornò la notte, lasciai loro ad un sonno beato per tornare sul terriccio, schiaffeggiata ancora e violata. Non riuscii a trattenermi, risi godendo. Bernard restò perplesso, continuò a scoparmi rude ma io riprendevo a compiacermi nei miei orgasmi. Allora pretese di farmi singhiozzare pressandomi la mano con irruenza sul volto ma godetti ancora. Volle altresì afferrarmi tra le mani il collo come a strozzarmi, ma niente, impazzii colando a picco in un nuovo orgasmo. Lo fiaccai. Quella notte ebbi la netta sensazione che tra me e Bernard ero io quella che traeva beneficio davvero del nostro patto.

Tutto ancora si reiterò per due, tre, quattro giorni e la strana serenità che mio marito e mia figlia mi mostravano mi permise di godere al meglio della mia relazione con lo stalliere. Ogni volta attendevo con fame che calasse il tramonto per poter crogiolarmi nel laido piacere poi però fui turbata da una indecorosa scoperta. A notte fonda, schiusa la porta della carrozza, con la figa strabordante della sborra di Bernard, sbiancai davanti all’immagine di mia figlia presa alle spalle da mio marito.

Inorridii: “Che state facendo!”. Lui continuò, lei sì intimidì, frignò e scolorì. “Porco che fai!”, strillai scioccata all’indirizzo di Marcel ma lui lasciò il corpo di Brigitte solo dopo essersi svuotato.

Entrai allora in carrozza e continuai ad inveire contro mio marito: “Schifoso maiale!”. Brigitte, incolpevole, innocente agnello, sembrava scossa e disorientata. L’abbracciai mentre il padre aveva pure la faccia tosta di difendersi: “Io non ce la faccio a stare qui mentre tu te la spassi!”. “Me la spasso?”, sbraitai negando ogni mio coinvolgimento. “Sì, mi sembra che non vedi l’ora che cali il tramonto per correre da Bernard!”. Cazzo, colpì nel segno!

Indugiai poi lasciai perdere, inviperita e persa nella disonestà della mia coscienza. Mio marito si preparò al sonno, io tenni ancora tra le braccia nostra figlia, la guardai, pensavo fosse disorientata, pensavo fosse scossa, poi intuii la verità, compresi l’impensabile: a Brigitte piaceva fare sesso col padre, altro che innocenza!

Quella depravata attrazione si leggeva chiaramente negli occhi che ancora ardevano di desiderio! “Che delusione Brigitte!”, sbuffai abbandonandola alle sue turpitudini per consegnarmi ad una nottata indigesta finalmente riannodando i fili dell’improvvisa serenità esibita da quei due sin dal secondo giorno di viaggio.

L’indomani tenni sempre lo sguardo oltre la tendina sul panorama d’alberi che scorreva via. Stanchezza, nervosismo e confusione mi offuscavano la mente. Non rivolsi una parola né a mio marito né a mia figlia. Non sarei stata in grado di dir nulla. La situazione era così fuori dal mondo che sul serio non sapevo affrontarla. Fortuna volle che la nostra fuga potesse finalmente aver fine!

La carrozza fu bloccata da qualcuno che gridò: “Vive le roy!”. Ci precipitammo fuori assecondando quei motti con giubilo davanti a soldati che ostentavano le insegne della monarchia. Eravamo euforici, tra loro eravamo al sicuro e capimmo subito che avremmo potuto dire addio a Bernard. E tra quelle figure, elegante su un destriero bianco, si fece largo un giovane ufficiale... La bianca bandiera gigliata coprì il sole impedendoci di guardare il suo volto, ma ne riconoscemmo la voce: "Maman, papa, Brigitte! Comment ça va?". Sì, che gioia! Era mio figlio Gilbert, disertore al seguito di Luigi-Giuseppe di Borbone-Condé nell'Armée des Princes!

Gli abbracci abbondarono, la gioia di ritrovarci uniti vinse ogni oscurità. Marcel si impettì davanti al figlio divenuto uomo e soldato, Brigitte tornò la coccolona di sempre, la tenera fanciulla che amavo, ed io… io mi strinsi forte al braccio di Gilbert e piansi. Mi accarezzò il viso, mi baciò la fronte. Mio marito gli raccontò tutto o almeno tutto ciò che potevamo raccontare e Gilbert si prodigò per rasserenarci, per farci stare bene. Ignaro del patto che avevamo con lo stalliere, gli concesse un compenso ma Bernard, completamente sbigottito e terrorizzato, lo rifiutò. Coi suoi commilitoni allora scortò la nostra carrozza in direzione del confine prussiano: l’avremmo raggiunto l’indomani.

Calò la notte. Bernard restò in solitudine, tutto abbottonato nella sua giacca a dormire sotto un albero, ritornato il servo di sempre, noi invece condividemmo il nostro cibo attorno ad un fuoco.

Eravamo felici, uniti come una volta poi Brigitte e Marcel si dissero stanchi. Mi innervosirono. Scapparono con la scusa di voler risposare ma a me non la diedero a bere. Li vidi entrare nella carrozza e trasalii. Quel porco di mio marito si sarebbe scopato Brigitte anche quella sera! Dannazione. E mia figlia poi! Che troia, cavolo aveva proprio preso da me!

Indispettita, presi sotto braccio Gilbert allontanandolo dal fuoco della comitiva ed iniziammo a passeggiare in direzione della carrozza. Mi accesi di pensieri indecenti. Tenni mio figlio stretto a me, in silenzio, cercando con le narici il profumo del sesso represso che i soldati dell’Armée royale si portan dietro.

Poggiai il capo sul suo petto, poi gli rubai il copricapo. Ne rise. “Ti sei fatto un bel uomo”, detti spessore alla mia voce. “Grazie mamma”, rispose spensierato ed io continuai ad adularlo: “Aitante, forte…”. Si imbarazzò: “Sono avances?”. “Forse”, risposi e gli ridiedi il cappello. Rise ancora, evidentemente colto dall’impaccio, e tossì quando gli chiesi: “Come sei con le donne? Intendo a letto… sei prepotente nel sesso? Feroce? Sai esserlo?“. Eravamo a pochi passi dalla carrozza e spinsi la mano dal braccio ai suoi pantaloni. “Che fai…”, si contorse, preso alla sprovvista. Tastai ancora col sorriso sulle labbra, tastai sfidando i suoi tabù ed il suo corpo rispose bene. “Da quanto non stai con una donna?”, tastai ancora. “Da quanto?”, insistetti muovendomi con lui verso la carrozza. “Un po’”, mormorò spiegandomi la precipitosa erezione. Mi allungai sulle punte e lo baciai. Quando ci staccammo sembrò spiritato, colto dal raccapriccio, mi guardava allibito con una nota orripilante sul viso. Lo presi per mano, aprii la porta della carrozza ed entrammo.

Come immaginavo Brigitte e Marcel erano lì a scopare, mi spostai subito per far vedere subito a Gilbert cosa stessero combinando. Lui impietrì e fu difficile per me trascinarlo dentro. Mia figlia era lì col padre dietro che si dava da fare, sulle ginocchia, i gomiti poggiati sullo schienale, gli occhi straziati dal piacere, la mente in un lussurioso visibilio. Marcel gridò di spavento. Brigitte lo pregò di continuare. “Ma che cazzo fate?”, sgolò mio figlio poi si arrese alla bellezza della mia figa. M’ero disposta accanto a Brigitte, come lei assisa sulle poltroncine della carrozza, ed avevo sollevato il gonnellone denudandomi. Gli presi il cappello e lo indossai: “Su trattami come la tua puttana…”. Sgretolai le sue reticenze: “…proprio come tua sorella lo è del padre”.

Gilbert mi guardò, non fiatò, si tinse di pallore e si precipitò verso di me con una volontà completamente annichilita. Fu mio, nella mia carne, con la sua deliziosa erezione. Entrò secco, pigiò, spinse con due botte ruvide e cominciò così a fottermi con la tracotanza di chi è a secco da un pezzo. “Sputami in faccia”, gli urali. Non mi accontentò. “Sputa!”, tardò a farlo ma lo fece ed io risi grassa ad occhi chiusi spalancandoli davanti allo stupore di mia figlia. La guardai, volli baciarla, le nostre lingue si intrecciarono. Mi volsi ancora verso mio figlio, scopava stralunato e lordo accanto al padre infervorato. Ci dava dentro, ma io volli di più: “Sputa ancora e strozzami…”. Stavolta lesto mi accontentò: mi ghermì il collo e lo schiacciò fino a darmi il dolore che volevo. Una tempesta di umori mi smontò completamente. Mi lasciai andare a quella pioggia torrenziale e voluttuosa e venni ancora una volta, due, tre e mio figlio continuava, agile, appassionato, mi strattonava e sputava, mi strapazzava e sputava ancora, stringeva il collo, lo serrava levandomi il respiro ed il piacere mi assaliva, mi ci perdevo. “Mamma baciami ancora…”, supplicò Brigitte e Gilbert mi lasciò libera di baciarla di nuovo. Senza dubbio, come la mia, la sua figa pulsava e stillava umori su umori. Guardai Marcel, continuava a stantuffarla e la faceva impazzire con l’ennesimo orgasmo. Accaldata, era sbalestrata, proprio come me preda del piacere più depravato. Eravamo protagoniste di un godimento eclatante che, presto, si manifestò in suoni profondi e voluttuosi. Mio marito fotteva mia figlia come un forsennato, con lei mostrava una frenesia che con me raramente aveva avuto, e Brigitte spasimava sognante con contorsioni e tremiti, mi baciava, sbavava, godeva travolta da quella gioia carnale. La baciai ancora, lei pure mi cercò, limonammo, poi Gilbert si riprese il mio collo. Assordanti gemiti, sospiri, parole farfugliate e gridolini soffocati ci accompagnarono fino a quando prima l’uno e poi l’altro, Marcel e Gilbert spararono i loro dardi di sperma.

“Vive le roy!”, canzonai sorridente mio figlio che, venuto, si staccò da me spiaccicandosi sulla parte opposta. “Che c’è bel soldatino?”, apparve terrorizzato, di nuovo avvinto dall’indecenza di quel crimine. Guardò noi che ci riprendevamo con naturalezza, insensibili allo smottamento di pudori e morale che stava vivendo, e più ci guardava più sembrava caricarsi d’orrore per lo spettacolo di cui era stato partecipe. Si ricompose e provò a sfuggirci, aprì la porta, non riuscì a fare un passo. La sorella se lo tenne stretto a sé, bisbigliandogli qualcosa… capimmo solo l’indomani cosa.

Ci svegliammo che la carrozza era in marcia. Cercammo Gilbert, non si concesse neppure alla nostra vista. Quando al confine ci vennero incontro guardie prussiane, sentimmo la sua voce fornire spiegazioni ed, inaspettatamente, dare un ordine.

Un trambusto si scatenò con urla ed accuse. Bernard imprecò in un putiferio di sussulti, provammo a scendere, ci fu impedito. Poco dopo la carrozza riprese la marcia. Brigitte sollevò la tendina ed assistemmo alla fucilazione di Bernard comandata da Gilbert.

Erano giorni di lutto e frivolezza, di confusione di aristocratici valori, cavallereschi in una società senza più cavalieri. Era la stagione del trapasso rivoluzionario e dell'agonia della conservazione in cui si incrociavano l'aspra voglia di vivere di rovine del vecchio mondo che provavano, almeno loro a star in piedi, e la violenza giovanile del mondo nuovo, ingordo di sangue e libertà. E se una carrozza superava il confine, il piacere esplodeva forte come il fragore di una fucilazione.