i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

| Sexy Video Chat | Gay Cam | Messenger - NEW |

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Per la precisione, oggi cinque del mese di novembre dell’anno 1999 ho conosciuto la mia prima padrona. Quella mattina, infatti, mi trovavo in treno e stavo raggiungendo l’università, perché dovevo seguire alcune lezioni e incontrarmi con alcuni miei amici. La carrozza era praticamente vuota, nel mio scompartimento c’erano soltanto due persone, io e un vecchio quando lei rapidamente entrò, l’uomo era seduto a un capo dello scompartimento, io viceversa all’altro. La dea salì e si sedette vicino a me sul sedile al di là dello stretto corridoio centrale, giacché notai subito che c’era qualcosa di speciale in lei. Non lo so di preciso, forse era il modo di camminare elegante e maestoso, oppure i capelli lunghissimi e splendidi, poiché tutto in lei richiamava un’atmosfera di grandiosità immensa, di sontuosità imponente.

Lei indossava una gonna nera che le arrivava al polpaccio e una maglia anch’essa di colore nero, ai piedi calzava dei sandali dal tacco altissimo che le lasciavano quasi del tutto scoperti i piedi, alla fine il mio sguardo cadde immancabilmente sulle unghie delle sue mani. Erano lunghe e ordinate nei minimi dettagli dal profilo al colore dello smalto: io gliele osservai per lungo tempo, perché nella carrozza non vi era praticamente nessuno che mi potesse vedere. Lei era voltata verso il finestrino e sembrò non degnarmi della minima attenzione, sennonché trascorsero alcuni minuti durante i quali i miei occhi non si staccarono mai dall’immagine delle sue mani eleganti e dei suoi capelli lunghissimi, poi all’improvviso lei si voltò, io distolsi in fretta lo sguardo dissimulando quegl’istanti:

“Ti piacciono?” - chiese lei.

Reagii un poco stupefatta, perché sapevo perfettamente che mi stava chiedendo il motivo del mio insistente sguardo sulle mani, con tutto ciò in quel momento ritenni più prudente e riguardoso far finta di non capire:

“Che cosa dici, scusa?” - domandai in modo rispettoso celando la tematica.

“Dai, non far finta di non capire. Ho visto benissimo che mi stai guardando le unghie da dieci minuti buoni”.

Io rimasi del tutto con la bocca aperta, prevedendo che stesse guardando in direzione della finestra pensando a lungo a quel concetto. Come se m’avesse letto nel pensiero la ragazza indicò con il dito indice della mano destra il vetro del finestrino, poi batté leggermente la punta ben limata dell’unghia sul cristallo:

“Sì, l’ho visto dal riflesso sul vetro”. Ero stata meno accorta di quel che avevo previsto.

“In effetti, non capita tutti i giorni di vedere delle unghie tenute bene come le sue” - mormorai io un po’ intimidita dalla circostanza.

“Vorresti vederle meglio?” - aggiunse lei.

“Ecco, veramente sì, se questo non t’infastidisce”.

“Stai scherzando? Vieni qui davanti a me” - e m’invitò a osservargliele.

Io mi sollevai e la raggiunsi, eppure già in quel momento mi resi conto di non aver seguito il suo consiglio, bensì d’aver obbedito esplicitamente a un suo ordine, che beninteso non era fondamento né sensatezza. La dea non aveva invero alcuna intenzione di costringermi a compiere qualcosa, fui io sennonché a decidere che quella sarebbe ben presto divenuta la mia indiscussa padrona. Desideravo inginocchiarmi ai suoi piedi, supplicarla d’adottarmi come sua schiava, farmi impartire da lei gli ordini più avvilenti, sminuenti e umilianti che fossero, perfino i più assurdi, crudeli e insensati. In quella precisa occasione mi sedetti di fronte a lei e la dea sorrise, sollevò una mano collocandola davanti al viso distendendo e aprendo a ventaglio le dita. Non mi ero per nulla sbagliata, le sue unghie erano veramente curate, smaltate d’un colore rosso acceso, dato che parevano brillanti lingue di fuoco che mandavano riflessi dorati. Le presi la mano fra le mie e le avvicinai il viso alle unghie, restando per un tempo che a me sembrò lunghissimo per fissare queste ultime come una cretina:

“Sono molto belle, seriamente” - dissi io estasiata beandomi.

Lei rise, aveva inoltre una bella voce nitida e una risata vivace come quella d’una bambina, perché lasciò che me ne restassi là ad adorare la sua mano come una regina che onora rispettando amabilmente i propri sudditi, lasciando ammirare loro la propria regale bellezza. Confesso che avrei voluto avvicinarmi un po’ di più e baciarle il dorso della mano e tutte le sue lucide e splendenti unghie, la paura sennonché mi fermò: chissà che cosa avrebbe pensato di me se avessi fatto una cosa simile:

“Ti piacciono?”.

“Sì, molto. Io al contrario devo tenerle molto corte altrimenti si spezzerebbero” - dissi in maniera delusa e sconfortata.

“Vanno sapute curare, giorno per giorno. Le unghie sono la mia passione, in quanto mi è sempre piaciuto tenerle molto lunghe” - rispose lei piuttosto sicura di sé.

Ritirò la mano e la poggiò sul bracciolo del sedile, io mi chinai per continuare a osservarla estasiata e lei mi lasciò fare, anzi, s’accomodò meglio sulla poltroncina dello scompartimento e accavallò le sue belle gambe, snelle e lisce. Fu in quel momento che i miei occhi caddero sui suoi sandali, per il fatto che avevano un tacco veramente molto alto e ai suoi piedi risaltavano ancor di più in bellezza. Notai che anche le unghie dei suoi piedi erano molto lunghe e piuttosto curate, poiché erano smaltate con la stessa tonalità del colore rosso ciliegia delle unghie delle mani:

“Ho notato che pure le unghie dei piedi non sono niente male, riguardo alla lunghezza intendevo” - balbettai io ammaliata e manifestamente conquistata.

La ragazza non m’aveva ancora detto il suo nome né io mi ero presentata al suo cospetto, per il fatto che si portò rapidamente una mano alla bocca coprendo un sorrisetto furbo e malizioso, poi con una disinvolta eleganza sollevò una gamba portandola all’altezza del mio petto. La punta delle sue unghie era a non più di dieci centimetri da me e lei aveva piegato la caviglia, in modo tale da puntarmi contro la punta del piede, rimase per qualche secondo senza parole. La mia prima preoccupazione fu quella di vedere che nessuno ci stesse osservando, perché non conoscendo ancora molto a fondo la mia dea mi venne da pensare che potesse essere solamente una delle tante esibizioniste che si vedono ogni tanto in giro. Che cosa avrebbe pensato qualcuno potendoci guardare in quel momento? Lei aveva un piede sospeso in aria, alla distanza d’un palmo dal mio mento, io me ne restavo ferma come un bastone di legno. Per l’occasione mi voltai e guardai alla mia sinistra dalla parte del corridoio, eppure non c’era nessuno, cercai allora di voltarmi ancora di più per vedere che non vi fosse nessuno nei sedili dietro di noi che potesse vedere. Scoprii di non potermi muovere più di tanto, senza andare a sbattere contro la punta del piede della ragazza, ma ancora una volta come se avessi avuto la capacità di ascoltare i miei pensieri, la ragazza sorrise tranquillizzandomi:

“E’ inutile che ti guardi intorno, chiaramente non l’avrei fatto se vi fosse stato qualcuno oltre a noi, ma ora siamo da sole. Per tua fortuna così potrai guardarmele meglio” - mi riferì lei, rivelandomi quella garbata confidenza con un’occhiata abile e astuta. Annuii, ero stata veramente molto fortunata, perché quella era una dea e sarebbe divenuta la mia signora e padrona, in tal modo agguantai il suo piede fra le mani, sostenendolo da sotto la suola con le dita della mano sinistra e per il tallone con l’altra mano. La sua pelle era liscia e vellutata, lei si rilassò completamente lasciando che fossi io soltanto a reggerle quel piede bellissimo e sfrontato:

“Toglimi pure il sandalo, se vuoi vedere meglio le unghie” - disse la ragazza, ecco un sogno che si stava deliziosamente avverando.

“Sì, grazie”.

Sfilai il sandalo e lo posai sul sedile di fianco al mio, mentre poggiavo il piede della ragazza sulle mie gambe:

“Ha dei bellissimi piedi” - dissi io con reverenziale timidezza.

Nel frattempo mi era venuto spontaneo darle del lei, la ragazza se ne era accorta e sorrise del mio palpabile impaccio:

“Curo molto anche le unghie dei piedi”.

“Sì, lo vedo”.

Riportai le mani sulla pianta e sul dorso della sua estremità, mentre lei iniziò a giocare con l’alluce e le altre dita piegandole e dondolandole. Mi venne istintivo massaggiarlo, sotto le dita, sul tallone e sulla caviglia. Le mie mani procedettero con lentezza sulla sua pelle, cosicché passai all’incavo della pianta e poi al dorso, giacché la ragazza sembrò gradire, lasciò che le mostrassi tutta la mia devozione, intanto che squadrava il panorama fuori dal finestrino e accarezzandosi i capelli non mi guardò neppure:

“Senti, mi massaggeresti anche l’altro?” - disse poco dopo.

Lei si era già tolta il sandalo e stava sollevando la gamba, in quanto non c’era bisogno che aggiungessi nulla. Quando dissi sì, molto volentieri, l’altro suo piede era già comodamente appoggiato accanto all’altro sulle mie cosce:

“Hai veramente un tocco molto piacevole” - si complimentò la dea lusingandomi.

“Grazie, lei ha dei piedi molto belli” - risposi, mentre riprendevo il massaggio con ambedue le mani.

“Anche le mie unghie?”.

“Sono bellissime”. Lei rise.

“Vorrei un trattamento come questo, però più spesso”.

“Tutte le volte che vorrà” - esclamai io prendendo la palla al balzo. Era l’occasione che attendevo per rivederla ancora.

“Soltanto che non saprei dove potremmo incontrarci nuovamente”.

“Sei molto gentile, non vorrei però causarti troppo disturbo”.

Lei si era accorta benissimo che desideravo divenire la sua serva, eppure voleva che fossi io a supplicarla per proseguire nell’intento.

“Nessun disturbo, anzi, ha dei piedi così belli che per me sarebbe un gradevole onore poter diventare la sua donna di servizio”.

In quel frangente mi mancò la parola, in quanto mi ero lanciata troppo in fretta senz’aver formulato prima la frase nella mente. Non potevo certo dirle che avrei voluto essere la sua serva, tuttavia lei in maniera insperata mi venne in aiuto:

“La mia cosa? La mia massaggiatrice? La mia schiavetta forse?” - sorridendo. Io arrossii come un pomodoro, però annuii di buon grado approvando appieno.

“Che brava. Va bene, per me non c’è alcun problema. Possiamo trovarci benissimo a casa mia quando sarò sola” - annunciò lei, divertendosi del leggero solletico che le procuravo alle piante dei piedi. Per l’occasione mi ripeté dove alloggiava e la fortuna fu dalla mia parte anche questa volta, per il fatto che non abitava molto lontano da me.

Io mi chiamo Alberta” - disse, sollevando una gamba e sfiorandomi per scherzo il mento con la punta del piede destro.

“Marta” - risposi io sorridendo benevolmente per il simpatico buffetto.

“Bene, hai un buon tocco, credo proprio che userò spesso le tue mani. Sai, la sera dopo aver camminato tutto il giorno con questi tacchi, spesso mi fanno un po’ male i piedi”.

“Capisco, in questo caso sarò sempre a sua disposizione” - affrettandomi nel risponderle.

“Che cara che sei. Tu sai anche come si curano per caso le unghie? Come dare lo smalto, come pareggiarle in punta, tagliarle e tutto il resto?”.

“Non sono un’esperta, malgrado ciò proverò con vero piacere”.

“Imparerai molto presto, giacché è essenziale. Sarai d’ora in avanti la mia manicure, pedicure e massaggiatrice”.

“E’ un immenso onore”. In quel momento il treno iniziò a rallentare.

“Questa è la mia fermata” - disse Alberta.

“Sì, davvero, di già?” - ripetei con dispiacere, perché m’infastidiva seriosamente dover lasciar andare via quei piedi in quella maniera.

“Rimettimi i sandali” - ordinò lei dolcemente però con fermezza, come se ciò gli fosse dovuto.

In quel contesto mi chinai, raccolsi i sandali e glieli sistemai. Le calzai prima il destro e poi il sinistro. Quando terminai anche con il secondo sandalo avevo ancora il suo piede nelle mani, così m’accucciai in ginocchio e baciai la punta delle dita sperando che lei non s’offendesse. Quando sollevai la testa per vedere la sua reazione la vidi soddisfatta e sorridente, adagio m’accarezzò la testa, dal momento che avevo ancora il busto chinato e il suo piede fra le mani come si fa con un cane:

“Poverina, devono proprio piacerti, vero?” - domandò lei, avvicinando ulteriormente il piede alla mia bocca.

“Sì, è così”.

“Fa’ pure allora, avanti, il treno non si è ancora fermato”. Io non potevo credere a ciò che avevo appena udito.

“Grazie” – dissi io in modo allegro e gioioso.

Poi, non sapendo come chiamarla, Alberta mi sembrò troppo amichevole, in tal modo aggiunsi padrona. Lei rise, mi sfiorò le labbra con le unghie dei piedi, io in quella circostanza gliele baciai, dopo eseguii lo stesso con il dorso delle dita, con il piede e con il sandalo. Agguantai il dovuto coraggio, dischiusi le labbra e m’avvicinai per leccarle, però a quel punto la dea ritirò lestamente la gamba:

“E’ tardi, devo andare” - disse, alzandosi velocemente e lasciandomi lì in ginocchio, finché sulla porta del vagone mi lanciò un’ultima lasciva quanto impudica e maliziosa occhiata:

“Fatti trovare domani sera davanti a casa mia. Alle sette, sii puntuale”.

“Sì, padrona, ci conti pure”.

“A domani, t’attenderò, schiavetta mia prediletta”.

Lei scese, io restai ancora qualche secondo in ginocchio fra le poltrone della carrozza, rimuginando fermamente in maniera dubbiosa e incerta, se credere o meno a ciò che avevo appena ascoltato.

Lei m’aveva interpellato rispondendomi schiavetta, sì, ero la sua schiava, anzi, lo sono presentemente eccome. Lei m’aspetterà domani a casa sua e alle sette io sarò là con puntualità.

{Idraulico anno 1999}