i racconti di Milu
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Mi chiamo Martin Smythe e sono un poliziotto afroamericano. Detective della Omicidi di un quartiere periferico di Philadelphia, per la precisione.
Quello che sto per raccontarvi è successo un paio d'anni fa.
Erano già le 23 passate di un venerdì sera, quando vengo chiamato perché è stato trovato un corpo.
Scritto l'indirizzo sul taccuino delle indagini, con l'auto di servizio mi recai sul luogo.
Trovai un assembramento di autopattuglie, molto più del solito. Mi venne incontro un giovane agente e mi informò sul motivo di tante auto.
— È uno dei nostri, detective. È un agente in divisa. Ma c'è una cosa strana, non manca nessuno all'appello.
Strano, pensai.
— Ok agente. Mi porti da lui.
Il giovane mi portò nel vicolo dove, riverso a terra in una pozza di sangue, c'era un uomo. Sulla trentina, ad occhio e croce. Mi chinai su di lui e non lo riconobbi. Non l'avevo mai visto.
L'uomo riverso a terra era di una bellezza incredibile. Chiesi a nessuno in particolare se il medico legale fosse già stato chiamato. Una voce mi disse che sarebbe arrivato entro dieci minuti. Cercai di notare più particolari possibili senza toccarlo, quando mi resi conto che il distintivo appeso alla camicia non era come i nostri. Presi i guanti di lattice dalla tasca, me li infilai e lo presi in mano. Era stranamente leggero, e lessi a voce alta la scritta.
— DIPARTIMENTO 5EX. Qualcuno di voi lo conosce? È di qualche contea vicina?
Quasi tutti borbottarono no, sempre più nervosi per il fatto che non si riuscisse ad identificare il compagno caduto.
Ad un tratto la folla si aprì e si avvicinò il medico legale.
— Ciao Martin. Come va?
— Ciao doc. Fai in fretta, perché stanno diventando nervosi — indicando gli agenti attorno.
— Certo, non preoccuparti. Allora… — chinandosi sul cadavere — ferite da coltello, a priva vista, saprò essere più preciso poi, recisa l'aorta addominale, a giudicare dal sangue a terra. È morto in pochi minuti per emorragia. Ehi, Martin, guarda qui. I bottoni sono finti. La camicia è chiusa col velcro, e anche i pantaloni. Le cuciture sono fatte col velcro. Questo qui non è un agente. È solo travestito. E c'è un solo tipo di persone che usano gli abiti col velcro.
— Sì, doc, ho capito. È uno spogliarellista.
Mi rialzai e urlai — Ok gente, non è uno di noi. Andate adesso, avete già perso troppo tempo!
Pian piano la folla si diradò, lasciandomi solo col medico e la scientifica che nel frattempo era arrivata.
— C'è altro che devo sapere, doc?
— A prima vista direi di no. Ti farò sapere quando inizio a tagliarlo.
Se ne andò e i tecnici presero il suo posto. Mi spostai per lasciarli lavorare. Dopo un po' si avvicinò uno con un foglio spiegazzato in una busta delle prove.
Il foglio, macchiato di sangue in un angolo, era stato aperto e si leggeva chiaramente. Era la carta intestata di una nota agenzia di modelli. L'uomo in questione era stato incaricato di recarsi ad un indirizzo poco distante, alle 19 di oggi (no, ieri, secondo il mio orologio) per un servizio.
— Martin, manca solo il portafogli ed il cellulare. Sembrerebbe una rapina — mi disse il capo della squadra.
— Va bene Tommy (lo conoscevo da anni). Io vado a questo indirizzo. Forse c'è ancora qualcuno. Come al solito fammi avere la relazione prima possibile.
Tommy era giovane, ma sapeva fare il suo lavoro. Era il migliore.
— Contaci.
E mi avviai. Non presi neanche l'auto. Era giusto 200 metri più avanti sulla strada. Intanto iniziai a pensare a quello che poteva essere successo. Finito il lavoro, qualunque fosse stato l'incarico, era uscito ed era stato avvicinato da un balordo, un drogato, o che altro, e con la minaccia di un coltello si era fatto consegnare le cose sottratte. Magari lui si era ribellato e ne era uscito con una ferita mortale all'addome. Poi il ladro era fuggito dopo aver preso il bottino, ed il tizio era andato a morire in quel sudicio vicolo. Era la cosa più probabile.
Raggiunsi l'indirizzo. Era un palazzo elegante con portiere. Mostrai la foto fatta al morto e lui lo riconobbe immediatamente.
— Sì, è stato qua, ma non so come si chiami. È arrivato ieri sera un po' prima delle sette ed è uscito più o meno alle dieci. È stato all'interno 54. È l'attico della signorina Desmond.
Mi annotai il nome sul taccuino e presi l'ascensore. Dodicesimo piano. Doveva esserci una bella vista dall'appartamento. Appena sbarcato udii la musica sparata ad alto volume filtrare dall'unica porta presente al piano. Suonai il campanello, sperando che qualcuno mi sentisse. Mi aprì la porta una giovane latina, di sicuro messicana o di quelle parti, mi identificai e lei mi fece entrare.
La musica era alta, ma si riusciva a parlare. Spiegai il motivo della visita e lei mi chiese di aspettare mentre andava a chiamare la padrona di casa.
Poco dopo arrivò una donna, sui 28-30 anni, elegante e chiaramente ubriaca.
— Guarda guarda chi abbiamo qui. L'agenzia ne ha mandato un altro.
Mi afferrò per la mano e mi trascinò sulla terrazza.
— Ehi, ragazze, ne abbiamo un altro!
C'erano cinque donne, più o meno della stessa età, visibilmente ubriache, ed una aveva sulla testa un velo da sposa che le ricadeva sulle spalle.
La "sposa" era bionda, capelli lunghi, occhi di un azzurro brillante, evidenziati dal trucco. Stava seduta su un finto trono. Chiaramente era un addio al nubilato e mi spiegai anche la presenza del modello. Aveva fatto il suo servizio, e quando aveva finito se ne era andato.
La "sposa" si alzò dal trono e mi si avvicinò. Con voce sensuale e biascicata dall'alcool mi chiese come mi chiamavo.
— Sono il detective Smythe, polizia di Philadelphia.
Cercai di spiegare il motivo della mia presenza, ma erano talmente ubriache che avevano in mente solo di divertirsi.
— E dimmi, poliziotto, dove lo tieni il tuo pistolone? — allungando le mani sul mio inguine.
— Signora — cercando di afferrarle la mano per farla smettere — sono davvero un poliziotto e sono qui per un motivo serio.
— Lo sappiamo — disse un'altra, mentre mi stava sbottonando la camicia.
Ovviamente non le credevo. Pensavano che stessi recitando una parte.
— Devi fare le tue indagini — disse una terza.
Erano riuscite a togliermi la giacca e la camicia. Se non me ne andavo di lì alla svelta poteva finire molto male per me.
La "sposa" mi slacciò la cintura dei pantaloni e mi afferrò i genitali.
— Ma che bel pistolone che hai!
La sua mano andava su e giù accarezzandomi. Iniziavo a sentire un certo turgore.
— E quanti colpi spara il tuo bel pistolone?
— Signora, io non sono qui per questo.
— Sbagliato! Non sono ancora una signora! Sono la signorina Sophie Miller — calcando la voce su signorina.
Cazzo! Se era di "quei" Miller, dovevo andarmene al più presto.
La famiglia Miller era la più influente della città. Tra le sue fila c'erano nell'ordine (a partire dal capofamiglia) un senatore, l'amministratore di una multinazionale, il proprietario di una banca, ed in ultimo, un socio fondatore di uno studio legale specializzato in contratti societari.
Ero proprio nei guai.
D'improvviso tre delle donne mi spinsero all'interno di una camera. Mi spogliarono e mi fecero sdraiare sul letto.
Una mi si sedette sul torace, immobilizzandomi. Sarei riuscito a liberarmi solo facendo loro del male e non mi pareva il caso. Non volevo ritrovarmi addosso una causa civile per lesioni a cinque donne ubriache.
Poi sentii che il mio cazzo era tra le labbra di una e mi stava succhiando.
Lo sentivo diventare sempre più duro.
— Megan, guarda che attrezzo tiene tra le gambe! Non ti andrebbe di farci un giro? Un cazzo così te lo sogni anche di notte!
Ero sempre stato orgoglioso delle mie dimensioni. Ventidue centimetri di puro orgoglio nero.
— Sì… — disse una in ubriaco tono sognante.
— Dai allora, datti da fare, perché voglio anch'io la mia parte — disse quella che c'era seduta su di me.
Si spogliarono tutte (tranne quella che mi teneva fermo) e a turno mi montarono.
Non riuscivo a vedere niente di più del petto della donna seduta, e ai lati quando giravo la testa. Ma riuscivo a sentire a pelle quello che mi stavano facendo. Una delle quattro donne stava per infilarsi il mio cazzo dentro di sé.
— UNO, DUE, TRE, QUATTRO, CINQUE, SEI, SETTE, OTTO, NOVE, DIECI! — contò una che non era quella che mi stava cavalcando.
Poi quella si sfilò e un'altra ne prese il posto.
— UNO, DUE, TRE, QUATTRO, CINQUE, SEI, SETTE, OTTO, NOVE, DIECI!
Un'altra ne prese il posto.
— UNO, DUE, TRE, QUATTRO, CINQUE, SEI, SETTE, OTTO, NOVE, DIECI!
E si spostò.
— UNO, DUE, TRE, QUATTRO, CINQUE, SEI, SETTE, OTTO, NOVE, DIECI!
Quella che era seduta su di me si alzò, si svestì rapidamente, e anche lei si infilò sul mio cazzo. Le altre contarono fino a dieci, e poi ricominciò da capo.
Avevo sempre avuto un'ottima resistenza. Infatti fecero a turno ciascuna per tre volte, prima che iniziassi a sentire il principio dell'orgasmo.
Erano già partite le scommesse su chi si sarebbe presa la mia dose di sperma.
Al quarto giro, avevo capito che presto sarei venuto.
Si infilò la prima, niente. La seconda, niente. La terza, quasi. E finalmente venni nella quarta. La quale rimase ferma su di me fino a quando non singhiozzai l'ultima goccia.
Le quattro donne si congratularono con la festeggiata. Infatti era la futura sposa che si era presa il mio sperma. Poi mi lasciarono e andarono di nuovo sulla terrazza per un altro giro di bevute.
Io non sapevo cosa fare. Mi avevano violentato, perché non avevo avuto voce in capitolo, ma diciamocelo chiaramente, non avevo nemmeno fatto molti sforzi per impedirlo. E poi erano ubriache. Dubitavo fortemente che l'avrebbero fatto se fossero state sobrie.
Mi sollevai a sedere e mi rivestii lentamente. Avrei dovuto fare loro delle domande riguardo il modello che si era esibito, ma nello stato in cui erano non avrei avuto risposte sensate. E poi da quello che avevo compreso, loro non c'entravano niente. Mi chiedevo se almeno sapessero il suo nome.
Comunque quello non era un problema, avrei chiesto agli impiegati dell'agenzia il lunedì successivo, se il suo nome non risultava dal catalogo del sito internet.
Me ne andai dall'appartamento, senza risposte, ma col cazzo più leggero. Era da un po' che non facevo sesso. Era il problema più comune per noi poliziotti. Assenza di vita sociale. I pochi che si sposavano, divorziavano in pochi anni e finivano la loro esistenza dedicandosi al lavoro.
Infatti la mia donna si era stufata di chiamate in piena notte, orari impossibili da gestire, e un paio di mesi prima mi aveva mollato.
Comunque, il lunedì successivo seppi il nome del tizio ammazzato, e due giorni dopo arrestai l'assassino. Come avevo immaginato, era stato un drogato, passato di lì per caso. I contanti che aveva trovato li aveva già spesi tutti in svariate dosi, ma il cellulare ce l'aveva ancora. Fu così che lo trovammo.
Caso risolto.

Il giovedì stavo al distributore del caffè, quando notai il giornale a fianco. Era il quotidiano locale, e l'articolo in prima pagina, con tanto di foto, descriveva con dovizia di particolari la cerimonia del matrimonio della rampolla Sophie Miller con un altro rampollo della famiglia Ford. Due patrimoni che si univano.
— Ehi, hai visto — mi disse un collega — i due principini sposini. Sembrano fatti l'uno per l'altra.
— Già… chissà se è per amore o se è stato combinato — risposi io.
— Chissenefrega! Magari lei è frigida e lui è impotente! — sghignazzò lui. — Quelli sono di un altro mondo, amico.
“No, amico, lei non è per niente frigida” pensai tra me e me, al ricordo di quello che era successo la settimana precedente.

Non pensai più al fatto per oltre un anno.
Il resto accadde piuttosto rapidamente.
Ricevetti una ingiunzione dal tribunale in cui mi si ordinava di presentarmi presso un laboratorio di analisi per una non meglio specificata visita medica.
Chiamai mio fratello, che è avvocato, per vedere se poteva avere maggiori dettagli su quello che mi si chiedeva. Ma anche io ero piuttosto afferrato in materia. Sapevo bene che non avevo appigli per oppormi.
Perciò mi presentai a digiuno un paio di mattine dopo all'indirizzo specificato. Quando chiesi spiegazioni, il tecnico non ne sapeva nulla, ed il medico aveva l'obbligo del segreto professionale fino ai risultati degli esami. Se quello che ne risultava confermavano i dati acquisiti, mi avrebbero messo al corrente, altrimenti non ne avrei saputo nulla.
Pace, amen.
Un mese dopo, quando ormai avevo smesso di farmi domande, ricevetti un'altra ingiunzione. Ero stato convocato e dovevo presentarmi presso il tribunale dei minori e della famiglia.
Tribunale dei minori!?
Telefonai a mio fratello e lo pregai di accompagnarmi. Non volevo andarci senza un avvocato.
Il giorno in questione, io e mio fratello andammo nell'aula indicata. C'erano un sacco di avvocati, almeno quattro, e una donna con una carrozzina.
La riconobbi subito. Era Sophie Miller.
Si alzò e prese parola uno degli avvocati.
— Vostro onore, siamo qui per la tutela della minore Rebecca Miller, nata dalla qui presente Sophie e dal signor Smythe. Noi chiediamo che la minore venga affidata congiuntamente ad entrambi i genitori.
Guardai negli occhi la donna, ma lei distolse lo sguardo.
Mi alzai io, anche se non ero un avvocato.
— Vostro onore, prima che si proceda oltre e che lei decida in merito, desidererei parlare con la signora Miller in privato. Me ne da facoltà?
— Va bene. Quindici minuti di sospensione.
E batté col martelletto.
Io e lei ci alzammo, e lo stuolo di avvocati prese a seguirci.
— Cosa non vi è chiaro di "in privato"? — dissi seccato agli avvocati.
— Ma… — prese a dire quello che sembrava il capo.
— No, va bene così. Ha diritto di sapere — disse Sophie. — Badate voi a Rebecca.
Uscimmo dall'aula ed entrammo in una vuota.
— Cos'è 'sta storia? Io non ho mai avuto figli.
— Perché non si siede, detective Smythe.
— No, resto in piedi.
— Si sieda per favore. È già abbastanza imbarazzante quello che le ho fatto. C'è voluto del tempo, sa', per mettere insieme dei ricordi nebulosi di una serata di tanto tempo fa. Se lo ricorda, vero, che l'anno scorso mi sono sposata.
Annuii ma non mi sedetti.
— Bene. Il punto è che qualche giorno prima ho festeggiato il mio addio al nubilato. Quella notte io e le mie amiche abbiamo abusato di lei…
— Non me ne sono mai lamentato. Si vedeva che eravate ubriache.
— Sì, ed ha tutta la mia comprensione e mi vergogno per quello che ho fatto, perché a seguito di quello sciagurato episodio è nata Rebecca. Inizialmente credevo di essere rimasta incinta di mio marito durante il viaggio di nozze, ma quando è nata ho capito che non poteva essere stato lui. Rebecca è una bambina di colore. Ed allora ho compreso che quello che mi sembrava un gioco sognato tanto tempo fa, era accaduto realmente. Mio marito ha chiesto immediatamente il divorzio, non riconoscendo nemmeno la bambina. Ho dato mandato agli avvocati di mio padre di investigare su quello che era accaduto e ne è saltata fuori la verità, grazie anche alla domestica della mia amica. La verità è che io e le mie amiche abbiamo abusato di lei, detective. Rebecca è sua figlia. Anche le analisi che le abbiamo fatto fare lo hanno stabilito. So che io e le mie amiche siamo passibili di una denuncia da parte sua per molestie sessuali e stupro. Ma devo pensare anche a mia figlia. A nostra figlia. Quello che le offro è questo: affidamento congiunto di Rebecca. A patto che nessuno venga mai a sapere delle circostanze del suo concepimento. Non le chiedo nemmeno l'assegno di mantenimento.
Iniziai a camminare avanti e indietro per l'aula. Era piccola, con poche sedie.
Mi ricordavo, mi ricordavo tutto di quella sera. Dell'umiliazione di essere stato usato e subito dimenticato, in un angolo.
— Allora ho una figlia. Lei è rimasta incinta ed ha avuto mia figlia.
— Sì detective. Rebecca è sua figlia. È una bellissima bambina, molto sveglia. Ora ha poco più di quattro mesi.
— Va bene, accetto, signora Miller. Possiamo tornare in aula.
Il giudice riprese l'udienza. Stabilì i diritti di visita settimanali, e per le vacanze del Ringraziamento, quelle di Natale e quelle estive. E anche l'assegno di mantenimento. Avrei dovuto versare in un conto vincolato cinquecento dollari al mese.

Il tempo passava e Rebecca cresceva. Ho imparato anche a conoscere meglio Sophie. Non era affatto la donna che mi ero immaginato. Non era viziata e snob, come mi era parsa all'inizio. Col tempo nacque affetto per la madre di mia figlia.
Non si risposò, dedicando anima e corpo a far crescere nostra figlia.
Rebecca era davvero la bellissima bambina che Sophie vantava. Dolce e soprattutto buona. Quando veniva a stare con me voleva sempre andare a trovare i nonni o gli zii (mio fratello) per giocare con i cuginetti.
La mia famiglia non ha mai saputo la verità sulla sua nascita. Ho sempre raccontato che era stato un incontro casuale con sua madre, che lei era rimasta incinta, ma non lo aveva mai capito fino a che era nata.

Una sera, che era particolarmente in vena di confidenze, Sophie mi disse che si sentiva sola, anche se era sempre circondata da persone. Le chiesi se volesse restare con noi. Accettava sempre volentieri. La mia famiglia la faceva sentire sempre ben accetta e poco contava dei soldi che teneva in banca. Era facile volerle bene.
Rebecca aveva già sei anni e mi sedeva sulle ginocchia, mentre stava giocando a carte coi cugini. Si stava divertendo un mondo. Anche Sophie rideva. Sembravamo quasi una vera famiglia.
Verso le dieci lasciammo casa dei miei genitori per tornare a casa mia.
Misi a letto Rebecca, che si era addormentata in auto.
— Perché non resti, Sophie. È tardi e tu hai bevuto un po' troppo. Non sei in grado di guidare.
— Potrei sempre farmi venire a prendere dall'autista.
— Perché non resti, Sophie. Sarà una bella sorpresa per nostra figlia.
Alla fine si convinse a restare. Qualche volta era già capitato che restasse. Avevo un letto in più nella camera della bambina proprio per queste occasioni.
Restammo sul divano a chiacchierare fin oltre la mezzanotte. Era bello stare in sua compagnia.
Poi ci avviammo per le scale, stando spalla contro spalla, ognuno nei suoi pensieri. Lei indugiò sulla porta della camera, e si voltò a guardarmi.
— Posso venire da te, Martin?
Ci pensai forse tre secondi, le allungai la mano, e lei la afferrò. Entrammo in camera mia.
Ci baciammo dolcemente, mentre ci spogliavamo a vicenda. Non avevamo fretta. Non avevo nessuna fretta di concludere quella serata. Ci sdraiammo sul letto, accarezzandoci lentamente.
Le baciai il volto, il collo, i seni ancora sodi e turgidi, il ventre piatto, dove era cresciuta nostra figlia. Tornai su, mentre Sophie mi faceva spazio tra le sue gambe. Il mio cazzo si infilò dentro di lei con una naturalezza spaventosa, come se fosse sempre stato quello il suo posto. Sophie inarcò la schiena e buttò la testa all'indietro, grata di quella piacevole intrusione. Mi cercò le labbra. Presi a muovermi dentro di lei lentamente, assaporando il calore della sua fica. Era piacevolmente stretta. O forse ero io che ero troppo grosso per lei. Era piacevole sentire l'umido dei suoi umori sul mio cazzo.
Mi girai sulla schiena, e Sophie mi seguì. Si tirò su a sedere col mio cazzo ancora dentro di lei. Prese le mie mani e se le mise sui seni. Erano morbidi e soffici al tatto. Le mie dita insistevano sui capezzoli duri che spuntavano come cime di vulcani. La tirai verso di me. Ripresi a baciarla. Mi girai di nuovo sopra di lei. Mi mossi a lungo nella sua fica. Le regalai tre orgasmi. Poi ad un orecchio le sussurrai che stavo per venire. Dentro, mi rispose lei. Non ho nemmeno pensato di usare un profilattico. Accelerai i movimenti e le riempii la fica col mio sperma. Ebbe il quarto orgasmo mentre venivo e sentivo il suo utero massaggiarmi il cazzo, chiedendo dell'altro sperma.
Ci addormentammo abbracciati.
Mi svegliai presto, la mattina successiva, e Sophie dormiva ancora. Andai a fare la doccia. Quando tornai in camera, con l'asciugamano attorno alla vita, lei era sveglia.
— Buongiorno, Martin. Grazie per la bellissima giornata di ieri, — poi si alzò, ancora nuda, — e grazie per la splendida notte.
Ci baciammo ancora. Sophie mi trascinò a letto. L'asciugamano cadde sul pavimento.
Facemmo di nuovo l'amore, inondandole ancora la fica di sperma.
Verso le nove Rebecca si fiondò in camera mia. Per fortuna avevamo già finito e ci eravamo rivestiti.
— Mamma! Sei rimasta! — saltandole in braccio.
— Sì, tesoro, ero troppo stanca e papà mi ha fatto restare.
— Grazie papi. Mi piace quando la mamma mi prepara la colazione. Tu non sei capace di fare i pancake — sentenziò Rebecca.
— E allora pancake per tutti!
Sophie se ne andò subito dopo colazione, perché a sua detta aveva da fare.
Io e Rebecca ci organizzammo per la giornata. Voleva andare ad un parco giochi nelle vicinanze, e visto che non faceva ancora freddo, acconsentii.
Passammo insieme una bella giornata, poi a sera la riportai dalla madre.

Passò un paio di mesi e poi un giorno mi telefonò Sophie e mi disse che doveva parlarmi. Meglio se Rebecca non fosse presente.
Le dissi che se voleva poteva passare in giornata. Dopo neanche due minuti bussò alla porta.
— Ero qui fuori — si giustificò.
— Vieni, entra.
Sophie si sedette sul divano, poi si alzò e andò alla finestra. Non contenta ritornò al divano, ma senza sedersi.
— Sono incinta — buttò lì. — Sono sicura che sia tuo. Non mi vedo con nessuno da tanto di quel tempo che ormai non prendo più nemmeno la pillola da più di un anno.
Mi avvicinai a lei. Le presi le mani tra le mie.
— Sei sicura?
Annuì. — Ho fatto il test la settimana scorsa. Sono piuttosto affidabili e da dieci settimane non ho il ciclo. Sì, sono sicura.
— E lo vuoi tenere?
— Ma che domande mi fai!? Certo che lo tengo! È tuo figlio! Perché tu non vuoi? — mi chiese quasi disperata.
— Certo che lo voglio, Sophie! Voglio solo essere sicuro della tua decisione.
— Sì, sono sicura. Lo tengo. E voglio che tu venga a vivere con me e Rebecca. A casa mia. Oppure qui. Verrò qui a vivere con te.
— A questo ci penseremo con calma. Abbiamo ancora otto mesi per decidere dove andare ad abitare.
Ci baciammo con passione. La presi per mano e la trascinai in camera. Facemmo l'amore per ore, gustandoci ogni attimo. Verso sera telefonò a casa per chiedere all'autista di portare Rebecca. Avremmo dovuto spiegarle un po' di cose.

E così fu. Rebecca accettò la cosa come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. I suoi genitori stavano per darle un fratellino.
Io e Sophie avemmo un maschio, stavolta, Micheal.