i racconti di Milu
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Tu mi sfiori lentamente una spalla mormorandomi in maniera rammaricata all’orecchio:

“Sono veramente desolata, devo sbrigarmi, perché fra alcune ore decollerà l’aeromobile” - successivamente però estromettendo e scostando la morbida colorata trapunta e toccandomi delicatamente le terga sino alle caviglie, tu nel frattempo astutamente e instancabilmente in modo lusinghiero prosegui il discorso:

“Io vorrei rievocarti in questo modo, giacché per un mese dovrò fare a meno di te, però ti telefonerò di frequente, dato che sono affezionato e legato in maniera premurosa anche alla tua voce, perché questo mi farà badare e meditare immancabilmente al letto”.

Io viaggio bighellonando frattanto nel beato e gioioso dormiveglia, nell’estasiato sfinimento dopo l’amore, perché abbiamo trascorso il pomeriggio tra le lenzuola visitando i porti d’ogni fantasia e d’ogni genialità erotica possibile. Dentro di me io ho un sole che illumina e che riscalda, visto che faccio le fusa come una gatta, eppure non sono allenata né preparata per quello che succede ora, poiché tu m’afferri per una mano portandola sul tuo cazzo già di nuovo sull’attenti e pronto all’opera, poi ti sposti sopra di me e mi sollevi le natiche, dopo passi velocemente una mano a taglio tra di loro, in seguito mi brandisci da dietro in silenzio con un colpo solo, ripercorrendo vivacemente una via appena esplorata e ancora bagnata di te. Ecco il maschio, che fino all’ultimo vuole marchiare per bene la sua femmina, penso io dentro di me, adattandomi subito alle tue spinte, eccitata dal tuo desiderio ancora così tumultuoso e travolgente nonostante i nostri molteplici giochi pomeridiani. Io mi tocco tra le gambe bagnate intrise dal tuo denso e lattiginoso seme, sennonché tu allontani la mia mano per sostituirla con la tua che accarezza, preme e scava senza sosta, poi arrivi al piacere gemendo, visto che è quasi una sofferenza riempiendomi a tal punto di nuovo. Alla fine boccheggianti ed esausti ci abbandoniamo sulle lenzuola impregnate dall’odore dolciastro del sesso, che è poi quello della nascita:

“Tu non sei venuta, vero? Non ce l’ho fatta a trattenermi, perdonami”.

“Non importa, forse sono troppo stanca anche per un altro orgasmo. Va’ adesso, che io mi rimetterò di certo a dormire”.

Tu mi baci una guancia e i capelli, mi risistemi addosso la trapunta e alla fine te ne vai. Io scivolo nel sonno per breve tempo, sennonché all’improvviso mi sveglia il perenne soffiare del vento, che in modo chiassoso infuria forte sul mare, dato che frusta senza pietà sui rami delle palme da datteri e dei pini marittimi accanto alle vecchie finestre della grande casa. Fuori fa molto freddo, mentre all’interno la temperatura è fin troppo alta, io ho sete, scendo giù in cucina per bere e lì trovo la tua camicia abbandonata in fondo al letto e me l’infilo. Al momento io sono scalza, eppure apprezzo il contatto dei piedi sulla moquette che riveste addirittura le scale: qui ci proteggiamo adeguatamente dal freddo, dopodiché arrivo in cucina, mi verso un bicchiere d’acqua e guardo il mare al di là dell’ampia finestra, perché adesso, osservando con attenzione gli alberi, questi ultimi sembrano piegarsi sotto le folate del vento, le acque s’agitano e nel buio di questa serata invernale le luci sulla riva opposta sembrano quasi salutarmi.

In quel momento, improvvisamente, come un lampo in un cielo libero da nubi il pensiero corre verso te, a te che non incontro da mesi, ma che adesso vedo al di là dalla vetrata, i tratti del viso sono netti come se tu fossi davvero qui, i capelli scuri agitati dal vento e quegli occhi azzurri che sanno sorridere prima della bocca. Tu sei il mio uomo proibito, quello di cui non si può parlare, l’altro, quello che non potrà mai stare con me, perché sono le leggi e le norme degli dei e degli umani, ma non è forse ciò che non si può avere che spesso diventa un movente, una ragione e una causa di vita? L’inguine mi provoca assillo, dolore e pure patimento per tutto l’amore appena fatto, giacché ho ancora addosso l’odore e non solo di lui, eppure adesso è te che desidero e che ricerco come non mai. Al presente io stringo forte le cosce, però un crampo mi fa contrarre il ventre, mentre inizio a muovere le labbra in un’inesperta, silenziosa e per di più profana supplica:

“Dimmi perché non posso averti subito? Non so se è amore quello che provo per te in questo momento, ma se non lo è gli assomiglia però molto. Quando c’incontriamo ci sbraniamo a vicenda nel tentativo di placare una lussuriosa antica fame, tu mi ripeti che nessuna è come me, che sarà per sempre così. Allora vorrei francamente sapere, se una volta tornato nella lontana antica città, ormai ridotta a un cumulo di macerie, ti capita di desiderarmi come ti vorrei io adesso, nonostante il mio uomo m’abbia appena lasciato, perché se è così allora le cose cambiano parecchio. Amore mio, non è assurdo, non è concepibile che tu non sia qui vicino a me, che in questo momento io non possa baciarti, accarezzarti, eccitare ed eccitarmi con il tuo odore, che non ti possa prendere in bocca per saziarmi e riempirmi di te? Che non ti possa permettere di saccheggiare né di svaligiare tutto il mio corpo, dai seni, al sesso, al sedere, in modo che tu possa saziarti della mia carne quanto e come vorresti? Perché non c’è la tua lingua dentro di me, quando tanto accanitamente e disperatamente la voglio per penetrarmi con abilità e perizia, facendomi sussultare dal piacere? E le tue mani, dalle dita lunghe e snelle, perché non sono sui miei seni a racchiuderli, mentre accarezzano i capezzoli eretti come piccoli soldati?”.

Il vento insiste nel soffiare proseguendo in modo accanito e per di più vendicativo, mentre io all’improvviso sono avvilita, disperata e scoraggiata, perché niente sembra che abbia più valore, forse neppure la mia vita. Fino a cinque minuti fa ero una giovane donna competente, fiduciosa e sicura che si sentiva bella, intelligente e in carriera, con accanto un uomo altrettanto giovane, innamorato e spontaneo, perciò ti domando:

“Che cosa ci fai attualmente tu qui tra le mie cosce, tu che non fai parte della mia vita, ma che entri ed esci a tuo incontestato piacimento?”.

Io mi ritrovo con la mente piena e carica di questi pensieri, che ormai non riesco più a governare né a pilotare in modo consono, in quanto è fatale che la mia mano scenda ad accarezzare il sesso. Frattanto guardo fuori verso il mare, adesso il vento è cessato, al momento sta piovendo, io bramo te, soltanto te, però non t’avrò in nessun caso: addosso mi scorre il dolore, la rabbia e la rassegnazione, dato che mi piega in un orgasmo violento, definirei acuto, che a dire il vero è peraltro piacere e dolore messi insieme. La carne è momentaneamente addolcita, chiaramente placata, eppure i pensieri s’affannano angustiandosi maggiormente mentre la mia preghiera continua:

“Perché non mi è possibile offrirti il buchetto tra le colline gemelle delle natiche, affinché tu lo penetri cospargendomelo in ultimo di sperma anche lì, per poi stare distesi e vicini, per parlare di qualsiasi cosa anche degli angeli con disinvolta e naturale confidenza, mentre io t’accarezzo il cazzo piccolo e indifeso, giusto così per un eccesso e una sfrenatezza di vitalità? Perché, non posso stenderti sulla schiena e mordicchiarti i capezzoli e leccarti l’ombelico e prenderteli in bocca fino a farti mugolare per l’eccitazione? Dopo salirti di sopra per permetterti di scivolare dentro di me e imprigionarti, per poi farti uscire e leccare con ingordigia i miei stessi fluidi? Perché non posso farti finire nella mia bocca, in modo che il tuo sapore penetrante mi rimanga sulla lingua, e qualunque cosa tu mangi per un po’ abbia ben impresso il sapore di te? Perché non posso appoggiarti le gambe sulle spalle e lasciarmi guardare da te, aperta in modo freddo e distaccato, scostando le mie labbra di femmina, in quanto tu sei talmente vicino che ne avverto il respiro e vengo senza neanche aver bisogno della tua lingua? Com’è successo a Cagliari, nel piccolo appartamento sul lungomare vicino al promontorio di Sella del Diavolo, ti ricordi? Eravamo due ragazzini allora. Perché non sei qui, per mettermi a pancia in giù e disegnarmi con le unghie sulle natiche decorazioni simili a quelle delle uova pasquali, fino a farne zampillare piccole gocce di sangue? Perché non posso fare l’amore con te, usando tutte le parole morbose e volgari che conosciamo soltanto noi due, termini che riempiono la bocca per poi prenderci con pudore, quasi timidamente? “Come mai non posso aprire gli occhi al tuo fianco, predisporti ignuda una splendida colazione, sventolando le tette sopra le tazze di cioccolato caldo e il pane tostato, per poi stare seduti vicini con quelle occhiaie gloriose per testimoniare una notte memorabile trascorsa, conversare stancamente di golosità, di quanto è buona la torta di mele, come la divoreremmo volentieri e alla fine sazi guardarci negli occhi scoppiare in ultimo a ridere e ricominciare a fare l’amore?”.

Un fare all’amore che duri questa volta a lungo, perché non è faticoso né logorante, perché non siamo mai stati vicini come in quest’istante, tenuto conto che i nostri corpi si sfregano così intimamente da lasciare tra noi due uno spazio tanto esiguo, da non riuscire a farci passare una mano per accarezzarci. Tutto ciò è un fare l’amore in cui s’insinuano movimenti convulsi e incontrollati soltanto poco prima di raggiungere l’acme del piacere. Io sono stanca di pensare, di rimuginare, dato che potrei masturbarmi di nuovo, ciononostante non voglio fare l’amore da sola, io voglio te e le tue dita, non le mie, voglio la tua lingua e il tuo cazzo, perché da questo desiderio le mie mani non riusciranno davvero a liberarmi.

Domattina avrò di nuovo tutto sotto controllo, certo sarà una lunga e interminabile notte, ma la bravura, la capacità e la destrezza d’annusare e d’avvertire in ogni centimetro di pelle assieme a quel dissennato, folle e stolto desiderio e rimpianto di te, mi fa sentire davvero viva come non mai.

Perché? Per quale ragione, per quale motivo? No so veramente illustrarlo né interpretarlo né spiegarlo. Ma che importa, chissenefrega.

{Idraulico anno 1999}