i racconti di Milu
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Indice
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Il giovane guerriero guardò la preda, l'arco teso nella sua mano. Scoccò la freccia, centrando il cinghiale al collo.
L'animale morì dopo qualche istante. Il giovane rese grazie agli déi per quel dono.
Caricatoselo in spalla tornò verso il campo.
Il giovane vestiva dei pantaloni usurati e lisi, in testa aveva una zazzera nera arruffata e degli occhi vispi e feroci. Come tutti, era figlio dell'isola.
Fin da piccolo aveva affrontato malattie e bestie feroci, come tutti loro. I Rakyat erano sopravvissuti, passando inosservati lungo l'arco della storia umana.
-Alla buon'ora!-, esclamò una voce femminile.
La voce apparteneva a una giovane. Poco più giovane di lui. Capelli lunghi, gambe scultoree, un seno in crescita e un'espressione canzonatoria in viso.
-È stata dura trovarlo.-, protestò il guerriero.
-Devi ascoltare la Giungla. La Via del Guerriero prevede che tu lo faccia, Vaas.-, disse lei.
-Non so se sarò capace da solo, sorella..-, disse lui.
-Dovrai riuscirci.-, disse la giovane. Lui annuì. Ce l'avrebbe fatta.

Il suo rapporto con sua sorella era... bizzarro. Lui lo sapeva bene. Avevano ucciso insieme i primi animali, a dodici anni. Citra, così si chiamava, era particolare. I sacerdoti anziani parlavano di lei come di un'eletta.
Vaas invece... lui era solo un guerriero, neanche molto bravo in quel che faceva.
"Ma migliorerò. Lo prometto!".
Sapeva anche perché. Per amore di sua sorella.
Non l'amore fraterno, no. Lui provava qualcosa per lei.
Lo aveva scoperto a sedici anni, quando l'aveva vista fare il bagno nuda. Ma lei pareva inavvicinabile.
"Farò tutto quello che dovrò per averti!", si era ripromesso. Ancora non immaginava quanto in là quelle parole lo avrebbero spinto.

Il Tempio era chiuso ai più. Solo i guerrieri ne conoscevano la corte interna. L'esterno aveva visto i secoli passare. Era in rovina ma manteneva una tale espressione di potenza da non apparire diroccato.
-Citra! In te vedo i segni del comando!-, esclamò il vecchio sacerdote accarezzandole la schiena.
Lei sorrise fiera.
-Stranieri sono giunti sull'isola a sud. Come sai non é bene. Quest'isola é nostra e nostra soltanto!-, proruppe il sacerdote. Tossì. Ma riprese presto il controllo. Citra ascoltava. E basta.
-Vanno sterminati! Così come i miei padri sterminarono gli stranieri venuti dall'Europa e io sterminai i diavoli giapponesi e gli americani che osarono calpestare il nostro sacro suolo!-, esclamò.
Citra ascoltava, senza parlare. Il vecchio sorrise.
-So che non vedrò la fine dell'inverno.-, disse il vecchio, -E ormai tu sei divenuta una donna. Pronta a prendere il mio posto. Citra, Talmugai dei Rakyat!-.
-Cosa desideri che faccia?-, chiese Citra.
-Tuo fratello... Vaas. Io vedo su di lui stelle infauste. Giunge il tempo in cui dovrà scegliere.-, disse.
Citra annuì. Suo fratello. Un giovane guerriero ma ancora così... insicuro.
-Saprò motivarlo.-, disse lei.
-Lo saprai? Io vedo su di te stelle diverse. Uomini verranno. Alcuni abbracceranno i nostri usi e il nostro credo. Altri saranno distruttori. Uno, in particolare...
Lui sarà come la folgore sulla giungla e scatenerà un incendio da cui tutto muterà!-, esclamò il vecchio.
Citra annuì. Non capiva sino in fondo ma sapeva che il sacerdote stava parlando del futuro. E lei, come tutti, aveva ascoltato i racconti degli avi. Sapeva che quelle isole appartenevano ai Rakyat. E ai Rakyat sarebbero dovute tornare.
-Fai ciò che va fatto. Forgia tuo fratello nell'uomo che dovrà divenire.-, le ordinò il sacerdote. Tossì nuovamente. Nella veste sacerdotale vecchia e stracciata pareva tremante e giunto alla fine.
Ma Citra non si fece impressionare: sarebbe divenuta il capo della tribù. E avrebbe condotto i Rakyat alla gloria.

Vaas passeggiava lungo la costa. Aveva un occhio nero. Si era azzuffato con Abdul e quel bastardo gli aveva dato tante legnate che ora il giovane non riusciva quasi a camminare. Si sedette.
Sabbia bianca... Uno squalo che nuotava in acque basse. La sera che calava su di lui.
Bellissima. E terribile, lo sapeva bene.
La amava e la odiava. Vaas odiava quell'isola e odiava i Rakyat per averlo costretto a vivere all'ombra di tradizioni ed esempi che non riusciva a eguagliare.
D'altronde come avrebbe potuto eguagliare Shistar, il guerriero che da solo uccise mille nemici? Come poteva correre più rapido di Danath, o esser versato nella caccia come Ildevith?
Come poteva eguagliare quegli uomini se non si sentiva così vicino affine a quella vita?
Lui dalla vita voleva altro. Molto altro.
-Fratello.-, disse la voce di Citra. La giovane si sedette accanto a lui. Vaas sorrise.
-Citra. Che bello vederti!-, esclamò. Bello per ovvi motivi e, se la giovane avesse osservato meglio avrebbe anche capito quali ma non parve interessata ad essi. Guardava l'oceano che sciobordiava piano.
-Che hai fatto?-, chiese.
-Una rissa... Abdul mi ha picchiato.-, disse lui.
Solo allora lei lo guardò e Vaas notò del disprezzo nei suoi occhi. La rabbia tornò, decuplicata. Desiderò uccidere Abdul. Picchiarlo fino a ucciderlo.
Ma non poteva.
-Ti fa male, vero? Vorresti aver vinto, vero?-, chiese Citra. Vaas avrebbe solo voluto starsene in pace.
-Sì.-, rispose invece, consapevole che nessun'altra risposta avrebbe soddisfatto sua sorella.
La desiderava. Voleva farsela lì e in quel momento. Sulla spiaggia. Come un cazzo di animale.
In fin dei conti era quello che erano tutti loro, no?
-Allora vai: prenditi la rivincita. Picchia Abdul. Fallo per me.-, disse Citra. Vaas sorrise.
Sentì una volontà implacabile svegliarsi. Si alzò.

Citra sorrise. Sapeva che Vaas provava qualcosa per lei ma non si sarebbe fatta scrupolo a usare quel sentimento per i suoi fini. Il Talmugai voleva che Vaas divenisse un guerriero? E lei l'avrebbe accontentato.
Guardò lo squalo. Girava in tondo, come alla ricerca di prede. Ecco, quello Vaas doveva diventare, no?
Da sempre lo squalo era simbolo di forza tra i Rakyat.
Era uno dei tre animali sacri per antonomasia, gli animali che i guerrieri incidevano nella loro pelle per ottenerne la forza. Ragno, Squalo e Airone.
I guerrieri più forti e più vecchi avevano il Tatau dipinto su tutto il corpo, finanche sul volto, Vaas invece no. Doveva ancora rivelarsi degno di esso.
E Citra avrebbe dovuto far sì che lo fosse.
Per poi inviarlo verso l'Isola a Sud. A uccidere gli stranieri.

Vaas trovò Abdul che rideva, appoggiato alla parete di un bar mentre parlava con una ragazza. Strinse i pugni. Dimenticò l'idea di fare piano e con calma.
-Hey!-, esclamò. La ragazza e Abdul si girarono.
Abdul fece per reagire ma Vaas si era già lanciato contro di lui. Pura furia. Non perse tempo a parlare: iniziò a picchiarlo, ancora e ancora e ancora. Dopo averlo fatto cadere con un primo pugno si accanì ancora. La ragazza fece per mettersi in mezzo ma lui la spinse via. Continuò a infierire.
Infine dovettero staccarlo da Abdul a forza.
Abdul sarebbe sopravvissuto ma sicuramente non avrebbe mai osato mettergli una mano addosso. E Vaas si sentì bene. benissimo. Potente.
Sorrise. Citra aveva ragione.

Di ritorno da Citra, sorrideva. Sapeva che avrebbe approvato. Le sorrise mentre raccontava ciò che aveva fatto, fieramente. Si era battuto e aveva vinto.
-Hai fatto un buon lavoro.-, disse la giovane.
Profumava di fresco, aveva un profumo che mandava i sensi di Vaas in visibilio. Fosse stato per lui...
Ma non lo era, per niente. E cercare di forzare Citra avrebbe voluto dire perderla. Per sempre.
-Vieni.-, disse lei. Si alzarono e andarono verso la foresta. Vaas la seguì col cuore in gola.