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L’INSOSPETTABILE – Episodio 2: La Scommessa

By 1 Settembre 2026No Comments

Episodio 2: La Scommessa

Questo è il secondo episodio della storia di Alex ed Elena. Quello che leggerete è accaduto. I nomi sono cambiati, i dettagli modificati, ma la sostanza è vera.

Le persone non si leggono quando parlano.

Si leggono quando smettono di farlo.

Elena aveva lasciato la porta del suo ufficio aperta. Non era un invito. Era il modo più discreto che aveva per farmi capire che potevo passare, purché non mi trattenessi.

Naturalmente mi sono trattenuto.

A: «Il report del tecnico dell’ERP» ho detto, entrando.

E: «Lo lasci sulla scrivania.»

Ho appoggiato il fascicolo accanto al computer. La playlist del giorno prima era chiusa.

A: «Oggi niente musica?»

E: «Oggi lavoro.»

A: «Pensavo che fossero due cose diverse.»

Ha alzato gli occhi.

E: «Lei pensa troppo.»

A: «È il mio lavoro.»

E: «Il suo lavoro è sistemare computer.»

A: «Quello è il lavoro per cui mi pagano.»

Per un istante ho visto un sorriso. Non è arrivato fino agli occhi.

E: «E l’altro?»

A: «Scrivo.»

E: «Racconti erotici?»

A: «Anche.»

E: «E di cosa parla?»

A: «Di persone che mostrano una cosa e ne desiderano un’altra.»

E: «Una fantasia piuttosto banale.»

A: «Le fantasie banali sono quelle che fanno più paura.»

Elena ha chiuso il file sul monitor.

E: «Lei crede di conoscermi.»

A: «No.»

E: «Eppure parla come se mi avesse già capita.»

A: «Capire qualcuno richiede tempo.»

E: «Allora si prenda tutto il tempo che vuole. Non arriverà da nessuna parte.»

Ha pronunciato quelle parole con il tono che usava nelle riunioni. Freddo, secco, conclusivo.

Poi ha aggiunto:

E: «E non si permetta di usare mio marito per fare il brillante. Non sa niente di me. Non sa niente del mio matrimonio.»

Quella volta la rabbia era vera.

Avevo una risposta pronta. Una frase sulla distanza, sulle telefonate interrotte, sul modo in cui alcune persone cambiavano quando il marito tornava a casa.

Non l’ho pronunciata.

Il marito non era una crepa da premere. Era una ferita. Se avessi insistito, Elena avrebbe chiuso la porta e con quella anche tutto il resto.

Mi è tornata in mente una frase che le avevo sentito dire il giorno prima a Luca, un ragazzo dell’IT interno.

Le sfide vere sono le uniche che valgono la pena di essere giocate.

L’aveva detta sorridendo.

A: «Va bene» ho detto.

E: «Va bene cosa?»

A: «La sfida.»

E: «Non c’è nessuna sfida.»

A: «Ha appena detto che non arriverò da nessuna parte.»

E: «Era un’osservazione.»

A: «Le osservazioni possono diventare scommesse.»

Elena ha lasciato passare un istante. Poi si è alzata.

E: «Lei è insopportabile.»

A: «Solo quando mi ascolta.»

E: «Quale sarebbe questa scommessa?»

A: «Indovino il colore del suo intimo dal profumo.»

Elena è rimasta ferma.

Poi ha riso. Una risata breve, incredula, quasi liberatoria.

E: «Questa è la cosa più ridicola che abbia sentito da anni.»

A: «Allora sarà facile vincere.»

E: «Dal profumo non si capisce il colore della biancheria.»

A: «Se è così, non ha nulla da temere.»

E: «E se non volessi giocare?»

A: «Mi dice di no e me ne vado.»

E: «E se sbaglia?»

A: «Non mi vedrà più.»

E: «Non basta.»

Il tono era cambiato. Non stava più scherzando.

Ha incrociato le braccia. Non stava più giocando: voleva una posta che mi costringesse a rischiare davvero.

E: «Se perde» ha continuato, «chiederò alla mia azienda di non farla più entrare qui. Non come consulente. Mai più.»

La posta era alta. Più alta di quanto mi aspettassi.

A: «È sicura?»

E: «Assolutamente.»

A: «E se vinco io?»

E: «Cosa vuole?»

Ho guardato il suo viso. Era convinta di vincere. La scommessa la incuriosiva, ma il suo orgoglio le aveva già raccontato come sarebbe finita.

A: «Mi basta poter rimanere.»

E: «Rimanere a fare cosa?»

A: «A vedere se ho ragione.»

E: «Per quanto tempo?»

A: «Un mese.»

Lei ha stretto gli occhi.

E: «Un mese in cui lei può continuare a entrare nel mio ufficio?»

A: «Con discrezione.»

E: «E cercare di entrare nella mia testa?»

A: «Se me lo permette.»

E: «E trovare la mia fantasia?»

A: «Quella che non dice a nessuno.»

Elena è rimasta in silenzio.

Lo sguardo le brillava. La scommessa la intrigava. Ma era sicura che avrei perso e che, tra pochi secondi, avrebbe potuto rimandarmi al mio lavoro con una frase tagliente.

E: «Accetto» ha detto.

A: «Una volta stabilite le condizioni, non si torna indietro.»

E: «Non ho l’abitudine di tornare indietro.»

Si è avvicinata.

E: «E adesso?»

A: «Adesso mi lascia sentire il suo profumo.»

E: «Lo sente già.»

A: «Non abbastanza.»

E: «Faccia in fretta.»

Ha raccolto i capelli dietro l’orecchio e si è sporta per prendere una cartellina. In quel movimento ho visto il profilo del reggiseno sotto la camicia.

Bianco.

L’avevo notato poco prima, quando si era chinata sul fascicolo. Un lampo di stoffa, niente di più. Ma io non avevo bisogno di molto.

Mi sono avvicinato al suo orecchio. Ho sollevato una mano e le ho sfiorato la pelle accanto al lobo, senza trattenerla.

Elena ha inspirato bruscamente.

Ho respirato il suo profumo a pieni polmoni, lasciando che il fiato le passasse vicino all’orecchio.

Quando mi sono ritratto, i suoi occhi erano lucidi.

A: «Bianco» ho detto.

Il suo viso è rimasto immobile. Ma negli occhi è comparso un lampo.

E: «Ha perso» ha detto.

La sua voce aveva una soddisfazione che non riusciva a nascondere. Era rassegnata al fatto che la scommessa finisse, ma anche sollevata. Aveva vinto. Io sarei uscito dal suo ufficio e lei avrebbe ripreso il controllo.

Ho visto quello sguardo e ho capito.

A: «Non così in fretta» ho detto. «Io non ho finito.»

La sua espressione è cambiata.

E: «Cosa significa?»

A: «Ho detto soltanto il sopra.»

Ho lasciato passare un istante.

A: «Sotto sono nere. Di cotone.»

Elena ha avuto un singulto.

È durato meno di un respiro, ma dentro c’era tutto: la sorpresa, il brivido della tensione, la soddisfazione che diventava rassegnazione e qualcosa di più caldo, quasi una scossa di eccitazione.

Per un istante mi è sembrata davvero sorpresa dalla precisione della mia risposta. Come se non fosse una cosa che avevo osservato, ma una magia.

E: «Ha tirato a indovinare» ha detto.

A: «No.»

E: «Allora come fa?»

A: «Oggi aveva palestra.»

Il colore le è salito sulle guance.

E: «E questo cosa c’entra?»

A: «Lei indossa sempre quelle dopo la palestra.»

Non ha risposto.

A: «Le ho viste una volta» ho continuato. «Aveva lasciato la borsa aperta in ufficio. Era tornata dalla palestra e si era rimessa a lavorare al computer. Io ero lì.»

Elena ha portato una mano alla giacca. Non poteva nascondersi dietro la stoffa. Non più.

E: «Lei mi osserva troppo.»

A: «È quello che le ho detto.»

E: «È un’invasione.»

A: «È una scommessa.»

E: «Ha barato.»

A: «No. Ho ricordato.»

Il respiro le si è fatto più corto.

E: «E adesso cosa succede?»

A: «Adesso ha perso.»

La soddisfazione nei suoi occhi si è spenta.

E: «Aspetti. Ha appena detto che avevo perso io.»

A: «Aveva perso la prima parte.»

E: «Non era questa la scommessa.»

A: «La scommessa era sul colore dell’intimo.»

Elena ha aperto la bocca, ma non ha trovato subito una risposta.

A: «Quindi lei deve rimanere» ho detto.

E: «Per un mese.»

A: «Per un mese.»

E: «Con discrezione.»

A: «Con discrezione.»

E: «E senza usare mio marito.»

A: «Non ne ho bisogno.»

Quella risposta l’ha irritata più di tutte le altre.

E: «Lei è arrogante.»

A: «Forse.»

E: «Crede davvero di potermi leggere?»

A: «No.»

Mi sono diretto verso la porta.

A: «Credo che lei voglia essere letta.»

Elena è rimasta immobile.

E: «Alex.»

Mi sono voltato.

E: «Se cambia idea, la scommessa è annullata.»

Ho annuito.

A: «Lo so.»

E: «E non si avvicini più così senza chiedere.»

A: «Se non vuole, non lo farò.»

La risposta le ha tolto per un momento la possibilità di attaccarmi. Non era abituata a uomini che lasciavano una scelta sul tavolo senza usarla come debolezza.

A: «Domani» ho detto, «comincia il mese.»

E: «Non ha ancora trovato la mia fantasia.»

A: «No.»

E: «E non crollerò.»

A: «Non ancora.»

Ho chiuso la porta alle mie spalle.

Il mese non era cominciato quando avevo indovinato il colore.

Era cominciato quando Elena aveva capito che, per la prima volta, qualcuno ricordava dettagli di lei che nemmeno lei pensava di avere mostrato.

Se avete letto fin qui, potete scrivermi.

Mi interessano i vostri commenti, le vostre impressioni e i suggerimenti sulla storia. Se volete sapere cosa succede a Elena, se avete una fantasia che non avete mai raccontato a nessuno, o se vi incuriosisce l’idea di un gioco mentale vissuto in coppia o da soli, potete contattarmi.

Forse avete una moglie che vorrebbe essere scoperta. Forse siete una coppia che vuole mettere alla prova la propria complicità. Forse volete soltanto raccontarmi una parte di voi che non mostrate a nessuno.

Non prometto giudizi. Prometto attenzione.

Scrivete a:

alepaolozzo@gmail.com

Alex

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