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Il cuoco – Capitolo 4: “Marco prepara la piadina a sua sorella” – Epilogo

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Lavorare in un fast food in cui l’unico piatto era la piadina, declinata in metà di mille varianti proposte, non rientrava nei sogni di Marco, quando si era iscritto all’alberghiero, sette anni prima, ma era sempre meglio che dover dipendere completamente dai genitori a livello economico. Non poteva permettersi una macchina migliore di una di seconda mano, non poteva uscire spesso a mangiare fuori (non che la cosa lo ispirasse particolarmente, dopo un turno in cucina), quegli abiti firmati e quei cellulari costosi a lui destinati sarebbero rimasti negli espositori dei rispettivi negozi, ma almeno lavorava, e un giorno avrebbe magari potuto far passare quel tempo trascorso a girare della pasta rotonda riempita di qualunque cosa edibile come “esperienza”.

Nel frattempo, comunque, passava parte della giornata davanti ad una piastra calda a guardare piadine che si scaldavano, formaggio che si fondeva e carne, verdure, frutta o pesce, per non dimenticare creme dolci, che cuocevano, destinate ad altri individui. Si allontanava poco dalla piastra, se non mentre il collega, che doveva essere addetto alla cassa, era momentaneamente al bagno o a farsi una fumata, e allora era per qualche attimo al bancone a prendere ordinazioni; se non fosse stato per quegli attimi, nessuno l’avrebbe visto dalla saletta dove sedevano i clienti: non c’erano finestre che permettessero di vedere il lavoro in cucina, e anche la porta che li metteva in comunicazione non lasciava che si sbirciasse molto.

A Marco la cosa andava più che bene. Lui era un cuoco e doveva fare le sue magie nell’intimità della cucina, ambiente che più era bello a vedersi, almeno per lui, meno era funzionale. E lì dentro, andava detto, di esteticamente ammirabile c’era ben poco. Il cliente doveva godersi la piadina con il gusto e l’olfatto, non contemplare fornelli e frigoriferi industriali.

Il suo collega di quel turno, nonché suo superiore, era Piero, un uomo di trentaquattro anni che aveva scoperto la passione per la cucina quando la mancanza di liquidi aveva troncato l’amore per le spiagge del Pacifico meridionale e il surf tra le onde che lambivano isole sconosciute. Vi aveva passato anni con solo un costume addosso, come dimostravano un’abbronzatura che non se ne sarebbe più andata e tatuaggi che coprivano le braccia ed il petto. Di tanto in tanto, quando non c’erano clienti, intratteneva Marco raccontandogli delle sue avventure sull’isola di Kokovoko, da qualche parte in Polinesia: si perdeva nei ricordi narrando quanto fossero limpide le acque, dissetanti le noci di cocco e soprattutto calde le donne.

Era un mercoledì pomeriggio, una giornata fiacca nel centro commerciale dove si trovava il fast food in cui lavorava Marco, e lui da quasi un’ora che la piastra si scaldava al minimo. Lui e Piero chiacchieravano pigramente di argomenti che già il giorno successivo sarebbero stati scordati.

Il superiore lanciò un’occhiata all’orologio appeso alla parete sopra la cucina mentre raccontava di un cane che era stato il suo migliore amico a tredici anni. – Adesso che lo noto, devo fare un salto dal direttore del centro commerciale. Ho l’appuntamento tra dieci minuti.

– Per cosa?

Pierò sollevò le spalle. – Solite menate burocratiche, bisogna rinnovare il contratto per il magazzino.

– Capisco. – rispose Marco. Era a conoscenza delle rogne che si creavano lì dentro per quanto riguardava i vari affitti, ma al tempo stesso era uno dei luoghi migliori nelle vicinanze dove trovare clienti, con gli imprenditori che facevano la fila per accaparrarsi un lotto dove aprire un nuovo negozio. – Non preoccuparti: ci penso io, qui.

Ma proprio in quel momento il suono della campanella accanto alla cassa sul bancone attirò la loro attenzione.

– Vado io. – disse Piero, sciogliendo le braccia davanti al suo petto e staccandosi dal frigorifero a cui era appoggiato. – Arrivo, coglione. – Marco lo sentì aggiungere sottovoce, in risposta al folle rintoccare della campanella colpita in rapida successione da qualche imbecille.

L’uomo scomparve attraverso la porta, subito accolto da una voce che fece sobbalzare il cuore del ragazzo, l’ultima persona che avrebbe voluto trovare al lavoro.

– Ma come, sono venuta qui solo per vedere il vostro chef stellato, e non c’è? – sbottò Cinzia, senza il minimo sforzo per nascondere la derisione che colava dalla sua voce. – Si è nascosto in cucina o proprio non si è mai nemmeno presentato?

Piero rispose qualcosa che il ragazzo non riuscì a capire. Nonostante questo, quando la ragazza rispose, aveva completamente cambiato atteggiamento. – Io una a… uhm… provo quella originale.

Poi una seconda voce femminile seguì quella di Cinzia, e questa gli diede una coltellata al cuore.

– Io ne prendo una al tonno. – ordinò gentilmente Chiara.

Piero ritornò un istante dopo nella cucina, trovando Marco turbato, una mano sugli occhi.

– Non darle ascolto. – gli disse, sottovoce, senza farsi sentire dalle due clienti. – È solo una povera troia. Ho il dispiacere di conoscerla anch’io, Cinzia, e posso assicurarti che farà una brutta fine. Tu preoccupati solo della tua vita e del tuo futuro: quando, tra qualche anno, lei sarà una poveraccia costretta a darla via per arrivare a fine giornata, invidierà la tua lungimiranza.

Marco non ribattè se non lanciando al suo amico uno sguardo di ringraziamento. Non poteva che accettare il suo consiglio, ma al contempo si rese conto che Piero non aveva riconosciuto sua sorella nella ragazza che accompagnava Cinzia o avrebbe compreso il vero dramma del suo collega.

Sullo schermo accanto al frigorifero erano comparse le comande, con gli ingredienti richiesti per ognuna delle piadine richieste.

Piero indicò la ricetta originale, richiesta da Cinzia. – Sai, ci sono modi per renderla ancora migliore. – gli sussurrò, celando malamente un sorriso d’intesa. – Tipo aggiungere della saliva.

Marco non si sarebbe aspettato un simile consiglio dal suo superiore, che, dopo un’occhiolino di intesa, si avviò verso la porta di servizio. – Mentre cucini, vado a fare un salto dal direttore a fare quella firma. Torno tra cinque minuti. Poi le servo io, le piadine.

La porta si chiuse alle sue spalle, mentre Marco aveva già messo le piadine a scaldarsi sulla piastra che era già stata posta alla temperatura corretta. Il giovane cuoco aveva già preso dal frigorifero i contenitori in plastica in cui erano stati posti durante la mattina i formaggi ed i salumi a pezzi, pronti a guarnire le piadine.

Sparse la mozzarella e il tonno sgocciolato su quella destinata a sua sorella, mentre sull’altra, per Cinzia, mise lo squacquerone, il crudo e la rucola, passando su entrambe un po’ di spezie, soprattutto  pepe nero in quello per Chiara, che apprezzava molto.

“E Cinzia apprezzerà davvero uno sputo?”, si chiese, guardando la piadina, ancora aperta sulla piastra, pensando a quanto gli aveva consigliato Piero. Fu sul punto di sporgersi e lasciar colare un po’ di saliva, quando ebbe un pensiero che lo folgorò per la sua malvagità.

Si ritrasse, sbattendo gli occhi, ritorcendosi nella mente l’idea, chiedendosi quanto fosse realizzabile. Aveva solo pochi minuti per renderla reale, e non doveva perdere tempo. Non si pose nemmeno il dubbio che potesse essere una follia: se Cinzia voleva che sua sorella si bevesse la sua sborra, perché non l’assaggiava anche lei?

Lanciò un’occhiata alla porta da cui era uscito Piero, sperando che restasse chiusa ancora per qualche attimo, si aprì il bottone dei jeans, abbassò la zip ed estrasse il cazzo. Avvicinando la piadina con lo squacquerone al bordo della piastra e vi pose sopra il pene.

Cominciò a segarsi ad una velocità insensata, più determinato che eccitato, la mano che si muoveva con una tale frequenza che, sapeva, i muscoli dell’avambraccio gli avrebbero bruciato per un bel momento e l’uccello fatto male, ma non si fermò. Il suono della pelle che si muoveva sembrava quello che aveva accompagnato la sega mal riuscita della sera precedente: iniziò a pensare di avere in ginocchio davanti a lui prima Tori Black, poi Cinzia, ed infine Cecilia. Quando la giovane amica di sua sorella comparve nella sua mente, la sua testa che si muoveva avanti e indietro con i capelli neri stretti tra le dita di Marco, un insensibile fiotto di sperma schizzò dalla cappella spargendosi sul crudo e la rucola, colando tra lo squacquerone. Un altro quasi più consistente tracciò una nuova linea accanto alla precedente, poi qualche goccia si sparse attorno.

Una delle seghe meno soddisfacenti della sua vita, si rese conto Marco, ma non era un piacere sessuale quello che stava cercando con quella eiaculazione.

Controllò che niente del suo liquido seminale fosse finito sulla piadina della sorella, che aveva allontanato per sicurezza, e soddisfatto della propria mira, dopo aver tolto un pelo inguinale rimasto su una foglia di rucola, si ricompose. – E questo nuovo ingrediente potremmo metterlo nella lista come spermaceti. – pensò, sogghignando. – Solo per le migliori puttane.

La porta si stava aprendo  alle sue spalle quando stava finendo di allacciare il bottone. Si mosse a chiudere la piadina con lo squacquerone prima che Piero, raggiungendolo, potesse scorgere uno strano liquido bianco, mai visto prima in quella cucina (sempre che la voce secondo la quale il suo collega si fosse scopato una bionda molto ben dotata che lavorava al McDonald’s una sera, dopo la chiusura, fosse falsa) e potesse comprendere cosa aveva fatto.

– E anche questa rogna è andata. – annunciò semplicemente Piero. – Quanto casino per una firma. E quelle piadine sono a posto?

Prima di rispondere, Marco passò la spatola sotto quella di Chiara e la fece scivolare in un involto di carta azzurro, ponendola su un vassoio. Un istante dopo le fece compagnia quella “corretta” di Cinzia, sebbene in una carta verde. – Ecco qui. – disse Marco, facendo un passo indietro, consegnando le piadine a Piero e la sua vendetta al proprio destino. – Vado un attimo in bagno, se non è un problema.

Il collega afferrò il vassoio, dirigendosi verso la porta che dava sulla sala. – Vai pure, che di gente oggi ce n’è poca. Ah! – si voltò verso Marco, – Non hai… – e simulò uno sputo, scuotendo la testa per palesare la sua speranza che non avesse davvero fatto quello che gli aveva consigliato. – Non che te ne farei una colpa comunque, eh.

Marco sorrise, e non per l’idea di sputare nella piadina. – No, assolutamente. – lo rassicurò.

Un grugnito di Piero chiuse la questione, che si rigirò per andare a fare la consegna.

Il ragazzo corse fuori dalla cucina passando per la porta che aveva preso il collega e che dava su un corridoio di servizio che collegava i vari negozi di quella zona del centro commerciale, conducendo anche ad un paio di gabinetti. Ma non fu lì che Marco si diresse, ma dall’altra parte, dove una porta nascosta dietro una colonna dava sulla passeggiata del megastore. Controllando che nessuno dalla saletta del ristorante lo vedesse, scivolò fuori dalla colonna, passò dietro ad un paio di incastellature che sostenevano dei cartelloni pubblicitari al centro della passeggiata. Si infilò nell’edicola accanto al ristorante, nascondendosi dietro ad alcuni espositori di fumetti. Fingendo di controllare le ultime avventure dei supereroi americani, fissò i tavoli vuoti tranne quello con Cinzia e sua sorella, sedute, per sua fortuna, in una posizione perfettamente visibile.

Non si era perso nemmeno un secondo della sua vendetta: proprio in quel momento Piero era intento a consegnare le due piadine alle ragazze. Come dovuto, Chiara prese quella nell’incarto azzurro, dando un morso al suo pasto, apparendo subito soddisfatta, e la troia quello verde.

“Volevi che mia sorella si beva la mia sborra?”, le chiese mentalmente, pregustando lo sguardo di Cinzia quando avrebbe ingoiato inconsciamente il suo seme. Quella sarebbe stata una gran bella sorpresa, si disse. Chissà se si sarebbe accorta che, oltre allo squacquerone e al crudo, c’era pure qualcos’altro di origine animale?

Osservò Cinzia prendere la sua piadina, guardarla un attimo, e, nonostante Marco non stesse più nella pelle nel vederla addentare ed inghiottire, lei non la morse. Non l’avvicinò nemmeno alla bocca, sulla quale un angolo si abbassò in senso di disgusto.

Il ragazzo ebbe un sussulto, credendo che Cinzia, per qualche motivo, avesse scoperto il suo trucco, ma non era quello il motivo per il suo tentennamento.

– Ah, ma c’è la rucola, che schifo… – sbottò la mora.

“Dannazione…”, imprecò Marco dentro di sé, accalorandosi, “Fottuto da dell’insalata che quella…”

Ma se il suo piano sembrava essere andato a gambe all’aria, all’improvviso ebbe un risvolto anche peggiore. Chiara, che aveva smesso di degustare la sua piadina quando aveva notato anche lei che la sua mentore non stava mangiando, la porse a Cinzia. – A me la rucola piace. – disse, con un sorriso. – Prendi la mia.

– No! – esclamò Marco, con il cuore che perdeva un colpo, facendo voltare le tre persone presenti nell’edicola, chiedendosi cosa stesse accadendo, credendo che il dramma si stesse svolgendo sulle pagine di qualche fumetto, ignari di Chiara che stava addentando il pranzo destinato ad una puttana, con un paio di gocce di liquido biancastro che le colarono sul mento.

La sorella di Marco, notando qualcosa che le scivolava dalla bocca, si portò un dito ad intercettarla, osservò il liquido chiaro che aveva raccolto, poi se lo porse tra le labbra, assaggiandolo. Una luce di approvazione si accese nel suo sguardo. – Mh, – commentò, – buona questa cremina. Devo chiedere a mio fratello come la fa.

FINE

Per contattarmi, potete scrivere all’indirizzo email william.kasanova@email.it

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