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Il tiranno? Racconto Fantasy

By 2 Settembre 2026No Comments

Dedicato a William e ai suoi ottimi racconti.
Ti avevo promesso un fantasy, ed eccolo.

Sedevo sul mio trono, ascoltando distrattamente i rumori della battaglia sotto di me. L’armatura era comoda addosso, non m’impacciava, era il risultato del lavoro di un fabbro elfo. Leggera, ma resistente come nessun altra. La lama, di contro, era un’arma umana. Un ricordo delle mie origini? No. Ero oramai sicuro che nessuno di quelli illusi che combattevano nella pianura e tra le mura della mia rocca potevano onestamente dirmi umano… Non più, quantomeno.
Ma quella riposava accanto al trono, nel suo fodero. Come accanto al trono riposava la mia arma d’elezione.
Una bardica, un’arma ad asta. Micidiale connubio tra lancia e ascia, arma ibrida, con cui avevo dotato i migliori delle mie schiere e successivamente mosso guerra alla totalità dei regni della Terra di Oleahm.
Oleahm era un regno ricco, lussurreggiante, e perennemente in conflitto.
C’erano stati prima gli elfi, un lungo regno che aveva visto quegli esseri più vicini agli déi divenire potenti e abili. Poi era sopraggiunto Gunnar, il Dominatore Barbuto. Nano, al comando di nani corazzati da capo a piedi. E i nani avevano imposto la loro egemonia. Infine era giunto Thormund, primo sovrano del regno umano di Fryssia nonché primo dominatore umano di Oleahm. La sommossa contro Thormund era durata cinquant’anni, ma alla fine, gli umani si erano ritagliati il loro regno sulle pianure, gli elfi il loro e i nani il proprio. Ed erano giunti altri. Orchi, belligeranti e fieri, robusti ma orgogliosi e nobili, poi Hisskari, uomini-rettili nomadi…
Popoli che giungevano e a ogni nuovo contatto, il copione era lo stesso. Guerra.
E poi, quando infine il nobile Re Amato dagli Dei, M’shenaksheldich degli Hisskari aveva lasciato ai vari regni la libertà di pensiero e di azione, rinunciando al predominio sulla Terra di Oleahm, esattamente vent’anni dopo, ero arrivato io.
Il clangore sotto di me era stata la costante colonna sonora della mia vita. E del mondo.
E io sapevo benissimo cosa spronava ogni singolo elfo, uomo, nano, orco o hisskar a combattere là.
L’illusione stupida che abbattendomi il ciclo si sarebbe spezzato. Che tutto sarebbe finito bene.
Che quando l’eroina predestinata avrebbe varcato i cancelli della mia sala del trono e avrebbe affondato la sua lama nel mio petto, tutto si sarebbe compiuto e che dal mio sangue sarebbe sorta la pace.
Pace eterna, badate bene, non una pace temporanea. Pia illusione. Sospirai. Sentii dei passi.
“Ci siamo.”, pensai senza apprensione. Non feci nulla per raggiungere le armi. Non intendevo farlo. Almeno non nell’immediato.
La porta a doppio battente si spalancò con forza, lasciando entrare una figura snella.
La studiai. Era un’Elfa delle Sabbie Brune. Oltremodo rara. Ma la profezia di un veggente aveva parlato di lei. Pochi brani di pelle scura facevano capolino sotto la corazza che indossava. Di fatto, l’armatura copriva il petto, il ventre, i fiancali le difendevano le cosce scendendo sino a mezza gamba, e i bracciali le ricoprivano le braccia dai polsi sin quasi ai gomiti, il tutto senza impedimentarla.
E poi c’era l’elmo, a foggia di leone. Gli Elfi delle Sabbie avevano una predilezione per quell’animale.
Cosa ci trovassero, ancora non lo so: il leone è l’animale più pigro e fancazzista del mondo. Li ho osservati, passano due ore a muoversi, combattono solo se la loro supremazia è minacciata, muoiono giovani per le ferite, ma in compenso non cacciano (a meno di non essere costretti) e scopano.
L’esatto opposto dell’Elfa che avevo davanti. Mi concentrai sul pettorale. Eccolo là: il simbolo dei Popoli Liberi, un cerchio con diagonali in mezzo. Semplice proposito di unità.
La sua spada era particolare. Arma a una mano e mezza, lama dritta, guardia a croce, metallo brunito tranne che per una singola scalanatura centrale color cremisi acceso. Oh. un’opera nanica, quasi sicuro, forse persino hisskari. Insomma, un capolavoro, in ogni caso.
-Ti aspettavo.-, dissi senza nessuna emozione, -Lysca, giusto? O quello è il tuo nome… umano.-.
-Il mio nome è Lyshyia, bastardo. E tu lo sai bene. Hai ucciso i miei genitori!-, ringhiò lei.
Marciava a grandi passi verso di me. Non mi mossi.
-Lyshyia. Piacere. Immagino tu conosca il mio, di nome. Quanto ai tuoi genitori… penso di poter dire che siano state vittime collaterali.-, risposi senza mutare espressione. Lei si tolse l’elmo.
Occhi verde smeraldo, animati da un furore immortale capace di solcare il tempo e lo spazio.
Viso contorto dalla rabbia, denti bianchi, labbra scure, tatuaggi rituali lungo le gote e forse anche lungo il collo, ancora protetto dalla gorgiera, e più giù. E i capelli… una treccia scura che le scendeva lungo la schiena. Il prototipo dell’eroina del nostro tempo….
-Vittime collaterali?! Erano persone! Mia madre era Rehya, mio padre era Narvaridram! Non ricordi neppure i loro nomi! Non ricordi nulla di chi hai calpestato nella tua smania di potere!-, scattò lei.
-Davvero?-, chiesi, -Elhs, Kanneth, Grimr Piepesante, Antor, Jyshai, Krogg, Lehse… Devo continuare?-.
-Chi… chi sono? Vittime tue? Perchè loro sì e…-, sul viso della giovane si era palesata la perplessità. Per una volta la sua tirata si era ridotta a una serie di domande.
Voleva sapere. Avrebbe avuto risposta.
-No, Lyshyia. Sono vittime tue. Erano miei soldati, credevano in me, nella mia causa. E tu li hai uccisi. Senza neppure ricordare i loro nomi.-, dissi. La giovane alzò la spada, preparando il colpo. Ora era furente.
-Non osare! Hai ucciso moltissimi uomini più di me! Noi stiamo solo rivendicando la libertà, quella che tu vuoi togliere al mondo!-, ringhiò.
-Allora vai avanti!-, esclamai, stizzito. Odiavo quella retorica. Mi annoiava. L’avevo già sentita da migliaia di persone, ben prima di lei. Non come lei, però…
Lo fece: Lyshyia eseguì un fendente magistrale a due mani. La lama fese lo spazio, verso di me.
E un bagliore improvviso respinse quella e la sua proprietaria di cinque metri indietro.
-Uno scudo magico. Piccola protezione che mi permetto di prendere, in casi come questi.-, spiegai, -Lo abbasserò tra poco, prima stammi a sentire.-.
-Non c’è nulla che tu possa dire che m’interessi, mostro!-, ringhiò lei rialzandosi.
-Mostro…-, ripetei riflettendo, -Come se fossi l’unico. I tuoi uomini là sotto non sembrano intenzionati a smettere di maciullare i miei, eppure odo grida di resa. Dimmi, Lyshyia, sei sicura che non ricevano la risposta dell’acciaio?-, chiesi.
-Questo non ti assolve! Tu vuoi distruggere tutto ciò che amiamo, il nostro mondo! E io sono qui per fermarti!-, scattò l’Elfa. Si avvicinò, quel tanto che bastava a sentire lo scudo magico crepitare contro la sua arma, divenendo visibile. Una cupola color turchese.
-È un sigillo semplice. Non dubito che potresti romperlo, volendo. Ma come ti ho detto, lo disattiverò presto. Ora… circa il… mostro. Cosa sai di me?-, chiesi.
-So abbastanza! So che minacci la mia gente e tutti i popoli di Oleahm!-, rispose lei.
-Sì, questo lo hai già detto almeno due volte. Ma cosa sai veramente, di me?-, chiesi.
-Ti chiami Kyther. Sei il Tiranno di Roccanera. Hai attaccato prima le marche degli uomini bruni, poi, sottomessi quelli, hai proseguito verso il regno degli Elfi di Jezez-arsy. E una volta ridotti anch’essi in schiavitù, hai marciato sul Regno dei Silvani, dove sei stato respinto… E dopo hai attaccato i regni dei Nani, le miniere di Ebur e le città-fortezza del Re Mirr. E poi…-, elencò lei. Sospirai.
-Va bene. In pratica non sai niente.-, dissi, stanco. Lei mi fissò, ancora arrabbiata.
Fece per parlare. Alzai appena la mano. Mormorai la formula. Le labbra dell’elfa si aprirono… e si chiusero. Non ne uscì un suono. Provò di nuovo, ma pur muovendosi, quelle labbra non partorirono verbo. Era una magia da principiante qual’ero.
-Ora che ho un po’ di silenzio… Ascolta bene. Visto che usi quella bocca solo per dirmi cose che ti hanno inculcato in quella bella testolina bruna, ho ritenuto saggio sollevarti dal dovermele ribadire, le ho già sentite e non m’interessano. Dunque, partiamo da me.-.
-Sono nato in un piccolo villaggio del regno di Annar. Immagino che lo conosci, no? Bene. La mia vita da adolescente l’ho passata a subire angherie da gente più grande, e a venire rifiutato dalle ragazze. La mia terra era sotto Re Noberlaum, attraverso il suo balivo, Marnak. Ed è inutile dire che quell’uomo ci dissanguava di tasse. Crescendo, decisi di diventare un mercenario, ma ovunque adassi vedevo sempre lo stesso paradigma. I potenti dei popoli liberi opprimo i poveri. Sempre.-, dissi, -E questo forse l’hai visto.-.
Feci un gesto. L’elfa parlò, e stavolta si sentì la sua voce.
-Servire il proprio signore è il fondamento dell’ordine e della civiltà… E non è sempre come dici tu…-, disse.
-Uhm. Ho visto anche diversi regni democraticamente retti, sai? Fammi indovinare, tu vieni da Loshas, giusto? Un regno “democratico”. Peccato che la vostra democrazia sia inapplicabile. La gente non sa cosa vuole, ognuno ha un’idea e crede sia giusta. D’altro canto, anche la tirannia di un sovrano troppo egocentrico e incapace di vedere il proprio ruolo come quello che è veramente, ossia di detentore del potere in nome della sua nazione, è intrinsecaente sbagliata.-.
-Cosa vorresti dimostrare?! Che tu saresti meglio?-, chiese Lyshyia.
-Io lo sono. Non te lo devo neppure dimostrare. Basta che guardi il mio esercito. Di cosa è fatto? Chi lo compone?-, chiesi.
-Schiavi! Illusi! Gente che governi con la paura! Che hai plagiato!-, sputò la nera guerriera.
-No, Lyshyia. È qui che sbagli. Ognuno di loro è convinto di star combattendo per un sovrano giusto. A nessuno di loro ho puntato una spada alla gola obbligandoli a servirmi. Ho dovuto fronteggiare alcune rivolte, ma non quante ne ho estirpate per conto di quegli stessi sovrani che vedi così infinitamente superiori in ambito morale rispetto a me.-, replicai pacato, -Ogni uomo, elfo, nano, orco o hisskar che combatte sotto le mie bandiere lo fa pagato, lo fa senza sentirsi dire che deve sennò verrà ucciso e lo fa sapendo che a casa ha ancora una famiglia, dei figli, gente che lo aspetta. Se venisse ferito, il mio soldato saprebbe che i miei maghi sarebbero pronti a curarlo, se morisse, cadrebbe sapendo di star lasciando un mondo migliore…-.
-Questo non è vero!-, m’interruppe lei, -Tu hai preso gli uomini bruni con la forza, come almeno altri cinque popoli ti servono per mano della tua spada e…-. Feci il gesto.
La frase continuò in muto. Sospirai. L’elfa batté il piede a terra, stizzita. Le ridiedi la parola.
-Allora? Vuoi ascoltare almeno un decimo di quel che ho da dire, o vuoi proprio buttar via la tua vita e il destino del mondo per questo sfacciato eroismo da poema decadente?-, chiesi. Ora cominciavo anche io ad averne piene le tasche della sua spocchia.
-Gli uomini bruni erano in una guerra civile. Il loro re era morto senza eredi. Da un lato la casa di Nathaber il Folle rivendicava la corona, dall’altro Althanabeo il Sanguinario. Nessuno dei due aveva le doti per regnare, erano poco più che predoni. Avevano ridotto il loro paese a una landa in rovina, prima che io pacificassi quelle terre. Ora, se tu ci andassi, trovesti un popolo sereno, che prospera ben più dei loro padri.-, dissi.
-Gli esuli dicono ben altro!-, esclamò Lyshyia. Roteai gli occhi, frustrato.
-Certo! Come avrebbero potuto avere il vostro aiuto se vi avessero detto diversamente? Immagina, te li vedi? Arrivano e ti dicono “ah, sì, siamo stati invasi! Dovete aiutarci! Un tiranno malvagio ha messo fine alla lotta per il trono e ha fatto sì che le marche conoscessero pace! Vi prego, aiutateci ad abbatterlo!”, non è patetico?-, chiesi scimiottando con un sogghigno che l’elmo celava.
-Io questa tua pace non l’ho mai vista! Ho combattuto i tuoi sgherri da quando sono stata in grado di brandire una lama.-, sibilò l’elfa.
-Già. Non hai conosciuto altro. Niente dubbi, nessuna domanda, sempre avanti a spada tratta. E guai ad aver qualche rimorso, vero?-, chiesi, pungente, -La guerra ti ha tolto tutto, mi dirai, ma sappiamo bene che la verità è molto diversa. I tuoi genitori sono morti perché hanno pensato, come te ora, che io sia un mostro, e che anche i miei uomini lo fossero.-.
-Non è vero!-, scattò lei.
-Come vuoi… ma riprendiamo dal resto… Eravamo agli elfi, giusto? Jezez-arsy. Le città sotterranee dei Drow.-, dissi io. Lei annuì, suo malgrado.
-Bene! Devi sapere che a Jezez-arsy e nelle città sotterranee limitrofe, era in corso un’epidemia. Una che nessuno dei vostri regnanti ha minimamente pensato di verificare. Io mandai i miei maghi. Ma i Drow sono territoriali. Furono loro a colpire per primi. Ma quando capirono che portavamo medicine e aiuti, compresero anche che lottare fosse vano… La maggior parte, almeno. Gli altri preferirono continuare, anche contro i propri consanguinei.-, raccontai.
-Come faccio a sapere che è vero? Come faccio a sapere che la malattia non l’hai sparsa tu?-, cheise lei.
-Perché ti è così difficile fidarti di me? Se quel che tutti dicono è così importante, perché fai questa domanda? Forse perché cominci a capire che in ciò che dico c’è del vero? O magari perché ti fa ribrezzo fidarti del Tiranno di Roccanera?-, chiesi.
-Non ci sono prove di quel che dici! I Drow ti servono, ma potresti averli ingannati.-, ribatté Lyshyia, aspra. Annuii. Glielo concessi.
-Se è così, allora passiamo ai regni dei Silvani. Ho offerto loro la pace in cambio di un ragionevole tributo in uomini e risorse. Nulla di eccessivo. La loro risposta… i miei ambasciatori sono stati decapitati. I loro invece sono tornati a casa, incolumi. Ma dubito che il “benevolo” Re Thelingol te l’abbia mai accennato. Forse ha inventato che li ho fatti scuoiare e bruciare vivi… Mi sbaglio?-, chiesi.
-Non avrebbe mentito! Thelingol è…-, iniziò lei. Feci il gesto.
-Thelingol è un re privo di ogni remora morale. Ha fatto impiccare diversi mercanti delle Isole Esperiadi. Domandati perché tanti di loro servono nelle mie armate quando attacco il regno dei Silvani. Thelingol ha spremuto gli Elfi Silvani come acini d’uva nel tino. E tu l’hai visto. Conosco la tua armatura, è opera degli elfi. Attraversando il suo regno avrai sicuramente visto la sua gente. Non navigano nell’oro.-, dissi. Le restituii la voce.
-Vivono vite frugali… morigerate…-, mormorò la guerriera.
-Ah! È questo che ti han detto?! Certo! Re Thelingol fa uccidere chi dice altrimenti!-, esclamai con un ghigno, -E ovviamente lui cela le sue ricchezze…-.
Vidi il viso dell’elfa improvvisamente farsi stupito, scioccato. La lessi come un libro.
-Ah! Lo hai visto! Hai visto una delle sale del tesoro! Sai che dico il vero.-, dissi.
-Questo non ti autorizza a…-, iniziò Lyshyia.
-A far guerra a un tiranno? A cercare di rendere il mondo un posto migliore per chi verrà dopo di me? A ergermi contro le ingiustizie dopo averle viste? Quindi… non mi autorizzerebbe a essere come te!-, affondai. Il silenzio si posò tra noi.
-Io non… non sono come te! Non mi difendo dietro eserciti di fedeli! Ho lottato per raggiungerti!-, esclamò lei.
-Sì. E solo perché i miei maghi hanno detto che avrei dovuto restare qui. Ad aspettarti. Sostenevano fosse più sicuro, e sentendo i rumori dalla finestra avevano ragione. Ma tu sai che non arretro dinnanzi al sangue e alla morte, Lyshyia. Non temo di combatterti. Temo piuttosto che uno di noi morirà invano. E vorrei davvero che tu capissi questo.-, dissi con un accenno di sincera tristezza.
-E i nani?! Anche loro erano retti da un tiranno?!-, chiese la nera elfa.
-I nani erano in piena carestia ma molti dei loro signori vedevano solo l’oro e come estrarlo dalla terra. Non ho fatto altro che dar loro ciò che chiedevano: sollievo, e la possibilità di rifiatare. Certo, ora sono dominati da un sovrano che non è un nano, ma vai pure a chiedere a chiunque di loro come si sentono e se vogliono che sul trono torni un re dei nani… ti diranno che prediligono me, ed è giusto così.-, dissi.
-Non tutti, però.-, disse Lyshyia.
-Eppure guardacaso, quelli che sono giunti presso di voi, sono i ricchi. Non riesci a capire? Ai poveri non era dato andarsene, ma i ricchi sì. E sai bene cos’accadrà se vincerete: i poveri saranno di nuovo schiacciati dal tallone dei tiranni.-, commentai.
-Tu… tu stai cercando di ingannarmi!-, esclamò l’elfa. Notai che non attaccava, ciò voleva dire che sapeva che non stavo mentendo, anche se le sarebbe piaciuto crederlo.
-Sei tu che t’inganni! E t’inganni spietatamente anche dopo tutto quel che ti ho detto! Popoli liberi? Casomai, anarchici! Ditemi… avete mai veramente discusso di come dovrà essere il mondo dopo di me? Io ci ho pensato, i tuoi capi? Le tue guide ti hanno mai davvero detto come immaginano il mondo dopo questa guerra? Io dico di no.-, ribattei.
Lyshyia scosse il capo. Mi fissò, con rabbia.
-Re Mirr sapeva. Sapeva che era nel torto. Domandati perché tra i miei soldati vi sono tanti nani. La risposta è di per sé chiara e ovvia.-, dissi.
-Supponendo che tu abbia ragione… perché attaccare anche gli altri?!-, chiese l’elfa nera.
-Senti Lyshyia, mettiamo in chiaro una cosa: io non ho attaccato… Siete stati voi, i Popoli Liberi, a incaponirvi ad attaccare i miei sottoposti. Le nazioni che prosperano sotto di me si sono sentite minacciate e hanno richiesto il mio aiuto, visto che voi eravate così decisi a liberarle da non badare minimamente al fatto che erano già libere, più di quanto fossero state prima. E, una volta iniziato, questo scontro non ha avuto modo di fermarsi.-, dissi protendendomi verso di lei col viso.
-Avresti potuto trattare!-, esclamò la guerriera.
-Ci ho provato, cosa credi?! All’epoca probabilmente eri una bimba in fasce, ma ti rendo attenta al fatto che ho veramente tentato di farlo. E i miei ambasciatori furono respinti con insulti e dichiarazioni altisonanti quando osarono denunciare i problemi dei “Popoli Liberi”. Ed è da allora che combatto. Per tutti voi, non solo per i miei sudditi.-.
-Non può essere… nessun umano vive tanto a lungo.-, disse lei. Tolsi l’elmo.
Il mio viso non era cambiato in quegli anni, era ancora quello dei miei quaranta. I capelli erano giusto un filo ingrigiti, ma io restavo lo stesso, fedele a me stesso e ai miei ideali.
-Durante le mie guerre come mercenario, a venticinque anni, capii la verità. Il mondo non è un luogo di giustizia e armonia, è un luogo corrotto, dagli uomini e dalle altre razze che non fanno altro che bramare il potere e la ricchezza, anche oltre i limiti della morale. Si ammantano di ideali, ma compiono stragi. Così chiesi ad alcuni maghi d’impormi un sigillo. Mi avrebbero mantenuto in vita, finché il mondo non fosse stato davvero in pace. Per mano mia. Il tempo su di me non ha effetto, perché questo è il prezzo che ho scelto di pagare. Eppure questo non mi ha mai protetto da lame o frecce, ma come già sai, non mi sono mai vergognato di lottare in prima linea. Sono partito con pochi seguaci, poi sempre più. E ora… Beh, l’hai visto. Il rispetto dei miei uomini, la loro fedeltà, l’ho guadagnata sul campo, Lyshyia, come te.-, dissi, -Un’altra cosa che nessuno dei tuoi sovrani può vantare…-. L’elfa mi fissò, non riusciva a parlare, o forse non voleva farlo.
-Tu e io siamo diversi. Da tutti loro.-, dissi.
-Io non sono come te! Io ti odio! E ti devo annientare! È scritto!-, sputò lei.
-Ah, la famosa profezia del cieco veggente… Certo… Me la ricordo a memoria: “nascerà una giovane, scura come la notte, elfa delle sabbie, la cui vita sarà la battaglia e che il settimo giorno dell’ottavo mese dell’anno delle Rondini Canute metterà fine alla tirannia…”.-, recitai, -Sei veramente certa di star mettendo fine alla tirannia giusta?-.
-Sei un codardo! Usi le parole, quando il tempo di parlare è finito. Ora siano le spade a parlare.-, replicò la guerriera. Sospirai. Che testarda idiota.
-Vedi, l’ordine va imposto, le creature di questo mondo non lo scelgono, né gli interessano pace e armonia, Lyshyia. E tu lo dimostri. Non vuoi parlare, non t’interessa ciò che dico. Vuoi il mio sangue. E solo quello. D’altronde, ti ha addestrato Amsio, vero? Già. Quel maledetto nano si è sempre rivelato molto tenace. Ma era una bestia già all’epoca…-, dissi. Lei mi fissò, stupita.
-Non fare quella faccia… Fummo compagni d’arme. Combattemmo presso le marche, poi il Regno dei Fresioni e infine tra le montagne di Nuz-ad-nêm.-, dissi, -Suppongo sia ancora vivo, il vecchio bastardo.-, dissi alzandomi e prendendo la bardica. Lo scudo che mi proteggeva si dissolse a un mio mero cenno. Non serviva più.
-È vivo.-, ammise lei mettendosi in guardia, -E sarò fiera di raccontargli della tua morte.-.
-Più o meno di quanto fu lieto lui di uccidere gente innocente quando io cercai di fermarlo a Nahrva?-, chiesi. L’elfa urlò, e attaccò. Attaccava di forza. Agile, ma con fendenti calati a due mani, con rabbia. Pessima tattica.
Scansai. Colpii. Il piatto della lama impattò contro il braccio destro di Lyshyia all’altezza del gomito. Lei emise un verso di rabbia. Eseguì un tondo. Parai e colpii. Schivò.
-Sei lento!-, ringhiò. Attaccò. Parai. E le entrai nella guardia. Un colpo col controfilo della lama alla tempia. Si ritrasse, barcollando.
-E tu sei impudente, oltre che sgraziata.-, replicai. Si lanciò in una serie di fendenti corti.
Era agile, ma la sua tecnica era dettata dalla furia, dall’oltraggio, insomma, da tutto ciò che faceva sì che i guerrieri promettenti morissero male. Pessima cosa. Parai, schivai, parai e l’allontanai con un calcio. Sfilai la lama dal fodero, posando l’arma in asta.
-Non osare prendermi in giro!-, ringhiò l’elfa nera
-Sei solo tu a farlo, stupida. Stai combattendo il nemico sbagliato, in nome di una libertà che nemmeno conosci, solo perché hai ascoltato una delle due versioni di una storia che credi di conoscere. E ora ti convinci che io sia il cattivo, ma i cattivi veri sono dietro di te, sono quelli che volevano che io cadessi. E se potessi ti mostrerei il futuro, ma tu non mi crederesti, perché crederesti sempre e solo a loro!-, ringhiai a mia volta. Come poteva essere tanto stupidamente cieca?! Era un burattino, alla fine, non diversa da tanti idealisti illusi. Ma era un burattino che mi sarebbe dispiaciuto veder morire invano.
-Le tue parole grondano menzogne!-, esalò lei. Le attraversai la gurdia, affondando la sottile lama della mia spada tra le lastre dell’armatura della spalla destra. Fesi, e mi ritrassi. Niente sangue. Avevo tagliato qualcosa. Una cinghia, probabilmente.
-Il prossimo affondo non sarà altrettanto clemente, Lyshyia.-, dissi.
-Và all’inferno e che i nove demoni dell’Abisso banchettino con…-, attaccai. Lei preferì usare il fiato per difendersi. Parò, schivò, fintò mettendo a segno un affondo, che non penetrò la mia corazza. La sua lama scivolò oltre. E io fesi. Stavolta di forza.
Lo spallaccio destro di Lyshyia saltò sotto il colpo, ma fece il suo dovere evitandole lesioni vere. Lei emise un grido. Dolore? Forse.
-Ti avevo avvisata.-, replicai indietreggiando. L’elfa attaccò di nuovo. Stupidamente.
Parai, le entrai nella guardia e le sferrai un calcio. La catapultai a terra a due metri di distanza. E infine, sentii altri passi.
-Lhyshyia!-, esclamò una voce nota. Fissai il nuovo venuto.
-Amsio… veccho amico mio…-, sibilai. Era uguale a com’era all’epoca. Barba nera, basso, robusto e incattivito. Un guerriero tenace. Lo era sempre stato… anche se era un assassino.
-Non sono tuo amico!-, sbottò lui impugnando il martello da guerra a due mani.
-Già, quello l’hai reso ben chiaro. E dire che ne passammo così tante… Le marche, a caccia di briganti, poi tra i picchi… Ricordi quel villaggio? Ricordi?-, chiesi. Notai l’elfa che si rialzava. E fissava Amsio, non me.
-Dice la verità, Amsio? Hai ucciso tutta quella gente?-, chiese.
-Lyshyia… tutto quello che dice è una menzogna!-, esclamò lui. Ma notai qualcosa.
Sul viso dell’elfa era apparsa l’ombra del sospetto. Improvviso. Abbassai appena l’arma.
-Tutto, Amsio? Anche la storia di Thelingol? Anche le ambasciate che ha inviato ai Popoli Liberi? Anche la tirannia di Mirr?-, chiese lei.
-Non puoi credergli! Non adesso! Siamo così vicini alla meta! Coraggio, lo finiamo insieme!-, esclamò Amsio. Il nano era avvolto da una pesante corazza di piastre.
-Oh, non solo può credermi, ma comincia a farsi le giuste domande, come ad esempio… chi sono i genitori del caro Amsio qui presente? Ah, sì… Henra e Tfubert. Nientemeno che gli eredi più papabili dopo la morte di Mirr e dei suoi figli!-, dissi io.
-Amsio… è vero?-, chiese Lyshyia.
-E anche se fosse? Sì, potrei rivendicare il trono dei nani! Ma sarei un re giusto, migliore di quelli che mi hanno preceduto e…-, Amsio tacque, all’improvviso, ma ormai il danno era fatto. Aveva detto troppo, e lo sapeva.
-Era vero… Allora era vero anche il resto…-, mormorò l’elfa nera. Il dolore della rivelazione, lo shock di sapersi dalla parte sbagliata, dipinse un’espressione di orrore sul suo viso. Tacqui. Il mio silenzio non necessitava di parole per essere trionfale.
-Lyshyia… sei stata cresciuta per questo, ti sei addestrata per questo! Ricorda tutto quello che ti ha tolto! Se ora gli darai retta… I Popoli Liberi…-, iniziò Amsio.
-Lo saranno finalmente davvero.-, dissi io, -La libertà non è priva di regole, ma pare che ciò non valga per i potenti. Io potrò avere le mani macchiate di sangue, ma almeno non sono ipocrita, a differenza tua e di tutti gli altri.-.
-Lyshyia, là fuori stanno morendo i nostri compagni! Io sono giunto sin qui per miracolo! Per gli déi, abbattilo!-, la esortò Amsio.
-Sangue. Sangue e ancora sangue.-, sospirai, -Non sapete vedere altro.-.
-Taci, bastardo!-, ruggì il nano. Mi caricò. E improvvisamente, Lyshyia agì. La sua spada trapassò Amsio in piena schiena. Il volto del guerriero si tinse di stupore mentre la vita lo lasciava. Lei sfilò la lama. Rimasi zitto, immobile.
L’elfa adagiò il corpo del guerriero. Si rialzò. Mi fissò.
-Solo noi due.-, sibilò. Aveva ancora la lama in pugno.
-Se vuoi sangue? Sì. Ma se non lo volessi?-, chiesi.
-Una tirannia finisce oggi, diceva la profezia.-, ribatté la nera guerriera.
-Una tirannia finisce oggi.-, annuii. Non la mia. Aveva scelto, doveva solo accettarlo.
-Non mi perdoneranno mai per ciò che ho fatto.-, disse lei. Crollò a terra, la spada a poca distanza dalle dita, abbattuta. Mi avvicinai, piano. Combattei l’istinto di spingerle via la spada, non sarebbe servito.
-Loro no. Ma da parte mia, e della mia gente, hai la più completa e assoluta gratitudine.-, dissi. Le presi il viso tra le mani, -Ci sono altre possibilità, sai.-.
-Il tuo regno? Vuoi un generale?-, chiese lei, -Una campionessa?-.
-Forse.-, ammisi, -Ma pensavo a una regina.-.
-Ora corri troppo.-, disse Lyshyia.
-Pensi?-, chiesi, -In fin dei conti non sei né stupida né una pavida. E grazie al tuo operato… ho qualche generale in meno. Ma quel che mi manca è altro. Mi manca qualcuno che capisca davvero la mia visione. Qualcuno come me.-.
Lei tacque. Fuori il clangore della battaglia continuava.
-I tuoi uomini stanno ancora combattendo.-, notò.
-Oh, sì. Ma non è che io non disponga di riserve. Aspettavo solo questo momento per scatenarle.-, dissi. Diedi di piglio a un corno alla cintola e soffiai, sprigionando il suono.
Dalle colline giunsero suoni simili. E le voci nella piana si tinsero di panico.
-Sarà comunque una strage.-, disse Lyshyia.
-Ma sarà l’ultima. I Popoli Liberi sono allo stremo. Devono trattare. Non hanno scelta. E lo capiranno quando sarai tu a imporre loro di farlo.-, ribattei.
-Mi pare ragionevole… Ma non potrò farlo vestita così.-, disse lei.
-No, sono d’accordo.-, dissi io, -Seguimi.-.
La condussi tra i corridoi della rocca, sino a una camera.
-È… una camera matrimoniale.-, disse Lyshyia, stupita. Io annuii. C’era un letto matrimoniale, un armadio, vestiti, da donna.
-Era… di mia moglie.-, spiegai con un groppo in gola.
-È morta?-, chiese l’elfa nera.
-Mi ha abbandonato. Mi vedeva come un tiranno. Capisici, ora?-, dissi, -Io sono solo.-.
-E ora non più? È questo che dici?-, chiese lei.
-È questo che vorrei. Ma se tu non vorrai niente del genere… capirò. E sarai comunque regina. Vorrei solo che ci fosse un figlio, un discendente per l’impero che creeremo.-, dissi.
Lyshyia annuì appena. Si sfilò i bracciali, slacciò gli schinieri, tolse, o meglio provò a togliere la corazza toracica. La aiutai a sfilare i legacci danneggiati. La corazza cadde. Sotto l’elfa indossava una sottotuinica leggera.
-Anche io posso svestirmi… l’armatura è piacevole e tutto, ma la battaglia è praticamente finita, e lo sappiamo bene.-, dissi.
-Non credi sia il caso… di controllare la situazione?-, chiese Lyshyia.
-Sì. Diciamo che converrebbe farlo.-, dissi. Uscii, verificai a tutti gli effetti la situazione. Uno dei miei uomini mi ragguagliò sottolineando che le forze nemiche erano in ritirata.
-Necessitate del mio intervento?-, chiesi.
-Nossignore.-, disse lui, -Ma intendiamo procedere a inseguire le forze nemiche in ritirata. Aspettiamo il suo ordine.-.
-No. Non li inseguirete. Invierete un ambasciatore. Con una richiesta di tregua.-, ordinai.
-Signore? È saggio?-, chiese lui. Lo fissai. Lo conoscevo. Era un brav’uomo. Devoto e capace. Sorrisi battendogli sulla spalla.
-Non è solo saggio, è necessario. La vittoria finale è ormai giunta ed è tempo di porre fine a questa strage.-, dissi. Lui sorrise, intuendo che la mia non era solo retorica.
-Dirama l’ordine.-, lo esortai. Volò verso le scale.
Mi volsi verso la camera. Lyshyia ci stava mettendo del tempo. Sospettai che forse voleva tendermi un agguato? No. Ormai aveva tagliato i ponti col passato, glielo avevo visto negli occhi prima ancora che nelle azioni.
Dunque perché tardava? Mi avvicinai alla camera, poi aprii la porta.
Visione. Assoluta. Totale.
-Il mio re non gradisce la mia sorpresa?-, chiese Lyshyia. Era stesa nuda sul letto. Il copriletto in seta bianca faceva un magnifico contrasto con un corpo eccezionalmente snello e agile, seppur irrobustito dal mestiere delle armi.
Sentii la bocca secca. Il sesso che s’inturgidiva notevolmente e mi accorsi di essere ancora in armatura.
-Perché?-, chiesi, -Perché ora?-.
-Perché hai ragione, Kyther. E io sono stata una stupida. Mi sono fidata di gente che mi ha usata per i suoi scopi, che avrebbe voluto solo continuare ad affondare il grugno nella greppia. E sai qual’è la cosa peggiore? Che le cose che hai detto le ho viste! Le ho viste quasi tutte. I regni degli uomini non sono miserevoli come quello di Thelingol, ma la miseria vi cresce comunque, e nessuno la vuole fermare. Nel regno di Fryssia le dame nobili sono agghindate come divinità, ma il popolo comunque è ridotto all’osso. Forse l’unica vera eccezione è la contea di Murdskar, degli Orchi.-, disse lei.
-Neanche quella è interamente libera, te lo assicuro. Murdskar è un capo bellicolo, ma ha troppi rivali. Tuttavia non temere: potremo dare anche a lui il sostegno che serve.-, dissi mentre lottavo contro le cinghie della corazza. Sdraiata su un fianco, l’elfa nera mi osservava, divertita mentre io penavo per ricordare come togliere alla svelta la corazza.
-Non hai risposto alla mia domanda, però. Perché ora?-, chiesi riuscendo infine a sfilarmi il pettorale. Tolsi i fiancali e la corazzatura gambale in breve tempo. Lyshyia assunse un’espressione determinata, come quella che aveva avuto nell’affrontarmi.
-Sono la tua regina, no? Devo esserlo in tutti i sensi per poter parlare a tuo nome.-, disse.
-Non devi sentirti in obbligo.-, ribattei io. Ovviamente il mio membro dava ben altri segnali.
-Infatti non mi stai obbligando. Lo faccio perché voglio. Sarò anche una guerriera, la campionessa e tutto quanto, ma sono comunque una donna… e l’ultimo che è arrivato a farmi sentire tale era un mago, Samenno.-, disse.
-E che fine ha fatto?-, chiesi. Lei sbuffò. Pensai volesse evitare di rispondere, ma poi…
-Ha avuto la sua fetta di potere. È parte del Consiglio dei Maghi dei Popoli Liberi. Ha continuato a blaterare di libertà, l’importanza di proteggere la terra da te… tutto quanto. E ovviamente, questo dopo avermi fottuta. In più di un senso.-, ammise.
-Deprecabile.-, commentai. Sfilai la sottoveste. Ora ero nudo anche io. Mi avvicinai al letto.
Gli occhi di Lyshyia parvero scrutarmi. Affondarono verso il sesso. Sorrise.
-Hai diverse cicatrici.-, disse guardandomi. Era vero. Tutte sul petto. Nessuna alle spalle.
-Anche tu ne hai.-, dissi. Il suo corpo scuro era solcato da poche di quelle medaglie. Una sul braccio sinistro, all’altezza del bicipite, interrompeva un tatuaggio rituale che pareva una colata d’inchiostro che l’avvolgeva tutta, ogni tanto intervallata da parole in antico elfico. Una sorta di protezione incisa sulla pelle che la rendeva solo più bella, a parer mio.
Le sue altre cicatrici erano lungo le gambe. Una a destra lungo la coscia, l’altra appena sopra il ginocchio a sinistra. Il suo corpo raccontava una storia di battaglie. Come il mio.
-Ora, Kyther, fammi sentire donna. Fammi sentire una regina.-, disse quando salii sul letto.
La baciai, piano all’inizio, ma presto con tanto di lingua e con le mani che esploravano ciecamente quel corpo flessuoso. Lyshyia mi si avvolse addosso come edera a un pilastro, avvinghiandomi con un’agilità che la faceva sembrare priva di ossa.
Baciai quella pelle serica, e ogni sua cicatrice, senza stimolare zone particolarmente sensibili, ma con la tacita promessa che ci sarei arrivato. Carezzai il viso della giovane, sfiorando appena le orecchie puntute. Scesi piano lungo i seni, andando a suggere i capezzoli che reagirono al mio richiamo senza indugio, prima di stringerle dolcemente i seni. Lei di contro era ben decisa a prolungare il banchetto che le offrivo mentre scivolavo piano lungo li suo corpo, l’elfa si allungava lungo il mio. Andò a suggere il mio sesso, piano, con timore quasi. Io le baciai le cosce, poi m’immersi di faccia nella sua femminilità scura. Come tutte le sue pari del deserto, era glabra. In un modo che non mi spiegavo, a dispetto dell’aver combattuto per raggiungermi, il suo corpo emanava una fragranza simil-floreale. E il suo sesso stillava miele. Avevo già conosciuto elfe, e avevo avuto a che fare con loro a quel modo, ma quell’elfa delle sabbie, lei era… ben altro.
Continuammo in quel gioco amoroso per lunghi minuti, poi la feci distendere. Lei aprì le gambe, esponendo la vulva rosata, schiusa, come un’ostrica che celava la più preziosa delle perle.
-Ora, Kyther… fammi tua…-, sospirò. Aveva parlato in elfico, Sorrisi. Affondai.
L’elfa accolse la mia presa di possesso con un gemito compiacente. Mi avvinghiò mentre mi muovevo. Si protese a baciarmi. Cambiammo posizione e mi cavalcò come un’amazzone qual’era. Indomita e fiera, dettò un ritmo a cui non intendevo resistere e le strinsi i seni con foga mentre esplodevo dentro di lei e la sentivo godere con me.
Poi, distesi l’una sull’altro, rimanemmo in silenzio. Era fatto.
Era la mia regina. Era la mia campionessa. E avrebbe portato la notizia della nostra vittoria ai Popoli cosidetti Liberi.

Naturalmente i Popoli Liberi subirono lo shock. Le loro forze si ritirarono sulle frontiere dei regni alleati più vicini.
Lyshyia si presentò loro in vesti regali, con i miei colori e una scorta mirabile. Fu insultata, chiamata traditrice, e rispose con lo sdegno gelido di chi non ha bisogno di difendersi. Impose ai Popoli Liberi la pace, una che non poterono rifiutare.
E finalmente, Oleahm avrebbe conosciuto un epoca diversa.
Naturalmente qualche testa calda ci sarebbe sempre stata. Ma Lyshyia fu implacabile. Abbatté personalmente il Consiglio dei Maghi e mise fine alla rivolta dei Silvani, facendo incarcerare Thelingol che fu poi giustiziato dopo il giudizio della sua stessa gente.
I regni umani accolsero la pace, ma di malavoglia, e comunque, diversi dei Popoli Liberi compresero presto quanto convenisse continuare a schierarsi contro il mio regno. Le Isole di Sernapidia caddero dopo un breve assedio, e con la loro caduta, l’ultimo barlume di ostilità manifesta e organizzata, venne meno.
Nonostante non amassero farlo, i governanti dei regni restanti dovettero piegarsi e accettare la coesistenza con i regni da me governati. Per evitare il mio intervento, numerosi dei sovrani e dei governanti rimanenti preferirono mostrarsi più intergerrimi e liberali.
Oleahm si avviava verso un’epoca d’oro. Una che io e Lyshyia avremmo visto nascere, e che nostro figlio e i suoi figli avrebbero perpetrat

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