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Una notte folle e aliena

By 9 Settembre 2026No Comments

Lo so che a raccontarlo così sembra una follia, e che metà di voi penserà che mi sono inventata tutto o che sono semplicemente pazza. Ma vi giuro che non è così. Quello che mi è successo quella notte è stato assurdo, al limite dell’immaginazione, ma so per certo che è successo davvero.
Era sabato sera. Io e Kriztina ci eravamo viste con un unico obiettivo: andare a ballare e spaccarci di techno fino a non sentire più le gambe. I ragazzi che frequentava lei se ne erano usciti con la dritta giusta: c’era una festa clandestina nei boschi, giù in valle. Senza stare troppo a pensarci, ci siamo beccati e siamo partiti in quattro.
Io e Kriztina eravamo dietro, appiccicate e scomode, mentre i due ragazzi guidavano. In macchina c’era un’energia pazzesca: ridevamo, parlavamo a mille all’ora, con quella gasatura tipica di quando non sai dove stai andando ma ti sta già bene così. Uno di loro si voltava ogni tanto per caricarci ancora di più, spiegandoci che era un rave vero e proprio, nascosto in una radura in mezzo al nulla.
Ad un certo punto, nel bel mezzo del casino, dal sedile davanti spunta fuori una bottiglia di vodka. Ce la passiamo subito: io e Kriz ne beviamo un goccio, brucia da morire ma ci fa ridere ancora di più, poi la rimandiamo avanti. E andiamo avanti così, a passarsela di mano in mano, mentre la strada si fa sempre più buia e isolata, finché finalmente non arriviamo all’imbocco della stradina giusta.
Giriamo e ci infilamo in un sentiero sterrato in mezzo alla boscaglia. Ancora pochi metri e sbuchiamo in una specie di spiazzo pieno di macchine parcheggiate alla rinfusa. L’aria è già diversa: non si sente ancora la melodia, ma i bassi sì, quelli ti vibrano direttamente dentro lo stomaco, pesanti.
Scendiamo dalla macchina che io e Kriz siamo già belle cariche, con quel sorriso ebete e leggero che ti viene quando hai bevuto il giusto e la serata promette bene. Intorno a noi c’è uno scenario assurdo: da una parte un vecchio capannone industriale, dall’altra una parete fitta di bosco nero. Le uniche luci arrivano proprio da quel capannone, fendenti taglienti che sparano fuori dalle finestre come flash stroboscopici.
Marco, il ragazzo alto che guidava, prende Kriz per la vita e si avviano svelti verso l’ingresso. A quel punto rimaniamo indietro io e Andre, a camminare vicini e seguirli a breve distanza. Devo dire che Andre non è niente male: carino, alto, moro. A dir la verità sono mori ed entrambi carini, ma in quel momento non importa granché.
Appena varcata la soglia, il rumore ti investe come un’onda d’urto. Dentro, la musica è semplicemente assurda: un muro di cassa dritta così potente che non la senti nemmeno più con le orecchie, ti rimbomba direttamente dentro il cervello, facendoti vibrare i denti e le ossa.
Senza perdere un secondo, ci buttiamo in mezzo alla pista, infilandoci tra i corpi madidi di sudore che ballano al buio. E partiamo subito con il nostro solito copione. Io e Kriz, appena ci troviamo davanti a dei ragazzi, partiamo in quarta a fare le sceme. È più forte di noi: iniziamo a ballare strette, a strusciarci, a toccarci con quel fare malizioso che sappiamo accendere all’istante chi ci sta guardando. E lo facciamo apposta, perché sappiamo benissimo l’effetto che fa.
Kriz ha quel fisico pazzesco che non rispetta nessun cliché: è l’unica ragazza polacca della storia a non essere una stangona alta un metro e ottanta. Bionda ovviamente si, ma bassa più o meno quanto me, ma in compenso madre natura è stata generosa in un modo osceno. Ha due tette che sembrano finte tanto sono perfette: enormi e rotonde, ma così sode e dure manco avesse una seconda ed invece ha una quinta bella piena. E lo sa benissimo, eccome se lo sa. Tra l’altro, con la regola non scritta che ci siamo imposte per le serate calde: uscire rigorosamente senza reggiseno per entrambe… per la libertà prima di tutto e per lo spettacolo garantito.
Mentre balliamo, guardo la scena e penso che le sue curve si muovono da sole, ipnotiche, mentre le mie a confronto sembrano due meline. Ma l’effetto complessivo funziona alla grande.
Più andiamo avanti, più ci strusciamo l’una contro l’altra, muovendoci a tempo di cassa, e con la coda dell’occhio vedo perfettamente i due ragazzi. Sono lì immobile che ci guardano, con gli occhi fissi su di noi, pietrificati e visibilmente arrapati da quello spettacolo ravvicinato. La tensione nell’aria è densa quasi quanto il fumo della pista.
Nel giro di un secondo la situazione si rimescola: mi ritrovo Andre incollato dietro che balla seguendo i miei movimenti, mentre Kriz è finita tra le braccia di Marco.
Sento chiaramente il corpo di Andre dietro di me, e non serve a molto cercare di fare finta di niente: è già duro, preme contro i miei pantaloncini aderenti facendomi salire un brivido freddo lungo la schiena. È in quel preciso istante che mi prende per le spalle, mi fa fare un giro di scatto e mi azzanna le labbra in un bacio profondo, affamato.
Mentre mi bacia, sento qualcosa di duro muoversi tra le nostre labbra: con la lingua mi spinge dentro una caramella. È strana, ruvida. Sembra una di quelle zuccherate, ma ha un gusto fortissimo, incredibilmente dolce e acido insieme, che ti stende le papille gustative. Per la sorpresa mi stacco di un centimetro, mi viene quasi da ridere e, senza pensarci, la mordo. Subito i granelli croccanti si spaccano e si spargono in tutta la bocca, rilasciando quell’esplosione aspra. Forse me l’ha data per coprire l’alito alcolico della vodka, o forse era solo un modo per giocare. Non lo so, e in fondo in quel momento non me ne frega niente: gli sorrido, gli pianto gli occhi nei suoi e riprendo a ballare, tirandolo di nuovo verso di me.
La musica intanto continua a martellare, spingendo sempre più forte, un colpo dietro l’altro che ti entra nei muscoli. Dentro quel capannone l’aria è diventata irrespirabile, un mix pesante di calore corporeo, umidità e adrenalina. Sto sudando, e ogni volta che mi muovo sento il profumo del mio deodorante arrivarmi dritto nel naso, mescolato all’odore acre del fumo e della pista.
Il tempo sembra essersi azzerato, quando all’improvviso sento due mani calde stringermi i fianchi con decisione. Mi fanno fare un giro su me stessa e mi ritrovo faccia a faccia con Kriz. Ha i capelli bagnati di sudore che le si appiccicano alla fronte, gli occhi lucidi e un sorriso da vera complice. Si avvicina senza esitare un secondo e mi bacia.
Non è neanche la prima volta che ci scambiamo un bacio con la lingua, specialmente in pubblico. Di solito lo facciamo quando siamo sbronze o quando vogliamo dare la mossa decisiva per far arrapare ancora di più i ragazzi intorno, e scommetto che anche stavolta il motivo è esattamente questo.
Non ci penso due volte: le rispondo al bacio, e mentre le nostre lingue si incrociano, cazzo, sento che anche lei mi passa la stessa identica caramellina di prima. Ma allora è un vizio, penso tra me e me mentre trattengo una risata. Stavolta però decido di godermela un po’ di più: la tengo in bocca, la succhio e la faccio girare per qualche secondo prima di stringere i denti e farla scoppiare in un milione di granelli aspri.
Il problema è che la combinazione tra la vodka bevuta in macchina, il sudore, il caldo assassino del capannone e quel sapore così acido e particolare presenta il conto in tempo zero. Nel giro di un paio di minuti mi sale una sete bestiale, una gola secca che sembra carta vetrata, come se quell’affare mi avesse prosciugato ogni goccia di saliva in corpo.
Afferro Kriz per un braccio e le urlo nell’orecchio, facendole forza contro il baccano infernale: «Ho sete! Devo bere qualcosa!».
Lei si gira verso Marco, si scambiano due parole a gesti urlandosi addosso, poi mi prende per una mano e comincia a farmi strada, facendosi spazio a spintarelle tra i corpi madidi che ballano. Io mi fido ciecamente e mi lascio trascinare, perché in quel momento ho completamente perso l’orientamento. In compenso, la situazione peggiora: sento che l’ossigeno mi manca, i polmoni bruciano e il caldo dentro quel capannone è diventato totalmente insopportabile, un mix irrespirabile di corpi, fumo e sudore.
Dopo una specie di slalom tra la folla, arriviamo a un bancone artigianale improvvisato su dei cavalletti. Dietro c’è un ragazzo alto, con i dreadlock che gli scendono sulle spalle e l’aria da veterano di rave, impegnato a mischiare cocktail dentro bicchieri di plastica pesanti, pescando bottiglie e lattine da sotto il tavolo. Kriz si sporge e gli urla nell’orecchio: «Due vodka redbull!». Lui ride, un ghigno complice, e si mette subito all’opera.
I bicchieri finiscono sul bancone bagnato, ma c’è un momento di stallo: Kriz resta lì a parlarci fitto fitto, forse per pagare, forse per contrattare o semplicemente per fare la scema. Non ci capisco molto, ho il cervello che mi fischia e la gola che brucia dal desiderio di bere. Senza pensarci due volte, allungo la mano, afferro uno dei bicchieri di plastica e mando giù una sorsata prima che il barman riesca a dire o fare qualsiasi cosa.
Il tizio fa una faccia contrariata, si irrigidisce, ma Kriz non si scompone un attimo: continua a parlargli a un centimetro dalla faccia, poi con una mossa fulminea fa una cosa che mi spiazza. Alza la maglia di scatto e gli sbatte davanti le sue tette enormi. I capezzoli sono grossi, duri e lucidi di sudore sotto la luce fioca.
Il rasta si blocca di colpo, sbarra gli occhi e un secondo dopo si apre in un sorriso largo e compiaciuto. Kriz, a quel punto, si gira di scatto verso di me, mi afferra la testa con entrambe le mani e me la tira dritta contro il suo seno, urlandomi nell’orecchio con una voce eccitata: «Leccali!».
E io lo faccio. Senza un secondo di esitazione, perché in quel delirio mi sembra la cosa più naturale del mondo. Sento la pelle caldissima e tesa, il sapore salato del sudore. Con una mano tengo il bicchiere di cocktail per non rovesciarlo, e con l’altra le stringo un seno intero per avvicinarlo meglio. Cazzo, è così grosso che non mi ci sta nemmeno in mano. La bocca si riempie di quella consistenza, mentre lecco il capezzolo teso.
Il rasta assiste alla scena, fa un cenno secco con la testa in segno di totale approvazione e fa scivolare via il conto. Kriz tira giù la maglia con nonchalance, afferra il suo bicchiere e mi trascina via di peso, facendoci strada di nuovo tra la calca, ma cambiando direzione.
Spingiamo contro un’altra fiumana di gente finché non intravediamo una porta antipanico socchiusa. Ci buttiamo fuori.
L’aria estiva della notte non è affatto calda in quella radura in mezzo ai boschi, e appena i nostri piedi toccano l’erba umida mi viene un brivido freddo lungo la schiena. Ma in compenso, riempirmi i polmoni di quell’ossigeno fresco e pulito mi fa quasi gridare al miracolo.
Kriz tira fuori il pacchetto dalla borsina a tracolla che porta stretta sulla schiena, ne accende una al volo e me la passa, poi se ne accende un’altra per sé. Faccio un tiro profondo e chiudo gli occhi per un secondo.
«Cazzo, ci voleva proprio» esalo, lasciando uscire la nuvola di fumo nell’aria fresca della notte.
Lei ride, gli occhi le luccicano ancora di adrenalina, e mentre si porta la sigaretta alle labbra mi fa: «Visto? Le mie tette ci hanno salvate anche stavolta».
La guardo confusa, tossicchiando leggermente. «Che intendi dire? Non avevi pagato?»
Kriz scuote la testa, divertita da morire. «Ma va’! Quel rasta voleva il doppio per i cocktail, faceva il prezioso perché non avevamo abbastanza contatti o monete giuste. Allora, visto che non mollava, gli ho proposto lo sconto comitiva: gli ho fatto vedere la merce gratis. E quando ci hai messo pure la ciliegina sulla torta con la lingua… beh, diciamo che ha chiuso un occhio e si è accontentato dello spettacolo!»
Scoppio a ridere. Ma una risata di quelle stupide, incontrollabili, che partono dallo stomaco. Più rido e più mi viene da ridere, al punto che mi va di traverso un po’ di fumo e per poco non mi strozzo, tossendo con le lacrime agli occhi mentre mi batto i pugni sul petto.
Appena riprendo fiato, la fisso con un sorriso ebete stampato in faccia. Mi sono rimaste fisse in testa, troppo belle per fare finta di niente.
«Però… oh, seriamente, Kriz… hai delle tette stupende» le dico, scuotendo la testa e ridendo ancora più forte. «Cioè, sono proprio incredibili, te lo giuro».
Lei arrossisce appena, ma è troppo gasata per fare la modesta. Si gode il complimento con un ghigno soddisfatto. «Lo so, lo so, le mie bambine fanno sempre il loro dovere», dice guardandole un attimo con ironia. Poi, facendomi l’occhiolino, si lecca le labbra e mi fa: «Di la verità… le vuoi ancora? Visto che ti piacciono tanto…».
Annuisco subito, con gli occhi che brillano di nuovo. «Certo che sì, cazzo!».
Posiamo i bicchieri di plastica mezzi vuoti su una vecchia staccionata di legno lì vicino. Kriz fa un passo avanti, si stringe la sigaretta tra i denti per liberarsi le mani, e con una mossa rapida si tira di nuovo su la maglia, lasciandoli scoperti all’aria aperta. Con le mani si afferra i seni, spingendoli in avanti per offrirmi il meglio dello spettacolo.
Mi ci fiondo in mezzo senza esitare un secondo. La pelle è ancora calda, leggermente umida di sudore ma resa subito fresca dalla brezza della notte che soffia tra gli alberi. È una sensazione pazzesca, morbidissima e pazzescamente eccitante.
Affondo il viso tra quel ben di dio, respirando il suo profumo, mentre lei tiene la sigaretta in bocca e si gode la scena, ridacchiando felice sotto di me.
«Dai, lo so che vuoi leccarle ancora…», mi sussurra Kriz con la voce roca, passandosi lentamente la lingua sulle labbra e socchiudendo gli occhi.
E io non me lo faccio ripetere due volte. Mi ci fiondo sopra con la foga di una specie di fame primordiale, passando da un capezzolo all’altro senza tregua. Li solletico con la punta della lingua, li succhio con voracità facendoli scivolare tra le labbra e, ogni tanto, ci affondo i denti con un piccolo morso deciso che la fa sussultare, facendole sfuggire un gemito basso, strozzato e denso di piacere.
Continuo a muovermi in quel delirio di pelle e profumo, ma proprio mentre sono lì, con il viso affondato nel suo petto, alzo lo sguardo per cercarla negli occhi. E in quel preciso istante, il mondo si capovolge.
Per un secondo che sembra durare un’eternità, un flash allucinato mi attraversa il cervello, incasinando ogni cosa: sopra di me, al posto di Kriz, per una frazione di secondo vedo i tratti di mia madre. È lei. Riconosco la forma del viso, l’espressione, i lineamenti che conosco a memoria. Anche mia mamma è bionda, ma il seno seppur grosso non è certo come quello di Kriztina e nemmeno così sodo.
Un colpo di freddo violentissimo mi attraversa la spina dorsale, bloccandomi il respiro in gola. Un senso di colpa improvviso, viscerale, quasi nauseante mi si rovescia addosso, pesante come un macigno: sto toccando, leccando, desiderando una donna che, per un attimo folle e distorto dall’alcol e dalla stanchezza, ha il volto di mia madre.
Eppure, ed è questo che mi fa quasi impazzire, quel tabù così enorme, quel pensiero proibito e sbagliato non fa altro che accendere una miccia dentro di me. La vergogna si mescola a un’eccitazione improvvisa, fortissima, che mi fa stringere i muscoli della pancia e mi fa bagnare all’istante, come se la colpa stessa diventasse il motore di un piacere ancora più perverso.
Sbatto le palpebre con violenza, scuotendo la testa per ripulirmi la mente da quel cortocircuito. Chiudo gli occhi, li riapro, e per fortuna la nebbia si dirada: è di nuovo Kriztina in carne ed ossa, con quel sorriso malizioso e gli occhi lucidi che mi guarda con la bocca dischiusa. Il brivido resta, ma la realtà si riprende il suo spazio.
Quando Kriz decide che può bastare, si sposta con un sussulto, si tira giù la maglia e ride di gusto, con quell’aria complice e sfacciata. «Adesso però tocca a te, bella mia», mi sfida.
Butto via il filtro della sigaretta ormai consumata, recupero il mio bicchiere di vodka e redbull dalla staccionata e ne bevo una sorsata secca per bagnarmi la gola arsa. Poi, con un gesto deciso, mi tiro su la maglia fino al collo, restando a busto nudo nell’aria fresca della notte.
Kriz mi guarda, fa una smorfia divertita e scuote la testa, valutando la situazione con un ghigno. «No bella… non è quello che voglio! Quello che mi fa impazzire di te è il tuo culetto!!!».
Le lancio un’occhiata di sfida, gli occhi ancora annebbiati da quello che è appena successo nella mia testa e rido di gusto. «Ah sì? Vuoi metterci la faccia anche tu, allora?».
Lei fa cenno di sì con la testa, sorridendo con una faccia da vera depravata. Scoppio a ridere, dandole della gran porca mentre mi sistemo meglio sui piedi. Tra l’altro, il confronto non regge: il culo di Kriz è più grosso, morbido e di quel bianco latte tipico del nord europa, mentre il mio è piccolo, tondo, compatto e già bello ambrato grazie alle mie origini del sud.
Intorno ci sono gruppetti di ragazzi che bevono, fumano e parlano a voce alta, mentre la musica fuori è solo un basso sordo che vibra contro le lamiere.
Faccio qualche passo indietro, allontanandomi dall’ingresso principale, e mi sposto verso il fianco esterno del capannone. Giro l’angolo, trovando uno spiazzo più buio e riparato, con Kriz che mi segue passo dopo passo, tirando fuori il pacchetto e accendendosi subito un’altra sigaretta.
Mi appoggio con le mani aperte contro la parete fredda, spingo in fuori il sedere con un movimento lento e, ridendo tra i denti, la sfido: «Dai, serviti pure».
Kriz fa un tiro profondo dalla sua sigaretta, se la sposta con disinvoltura all’angolo della bocca e mi viene dietro, lenta e calcolatrice.
Con una mossa decisa mi afferra l’elastico dei pantaloncini neri, così aderenti da sembrare quasi da ciclista, e me li tira giù di scatto. Dà un’occhiata al mio perizoma e scoppia a ridere: «Mamma mia, ma questo è illegale! Da vera troia!».
In effetti ha ragione: è un pezzetto di stoffa microscopico, praticamente un filo invisibile sia davanti che dietro, così sottile e stretto da essere ormai completamente incastrato tra le labbra. Non so perché, ma sento un brivido assurdo e un tremito incontrollabile che mi attraversa le gambe, in attesa che ci metta la faccia. E quella stronza se la prende comoda, facendomi penare mentre si gode gli ultimi centimetri di fumo.
«Sbrigati, Kriz…» le lamento con un filo di voce, sentendo la gola secca. «Che se passa qualcuno sono cazzi!»
Lei fa spallucce, continuando a godersi la sigaretta. «Ma si, tranquilla… Nessuno ci guarda. E poi al massimo dai un po’ di spettacolo…», mi risponde ridacchiando.
Intanto il mondo comincia a girarmi intorno in modo strano. Appoggio la fronte contro la parete per trovare un po’ di stabilità, ma la superficie mi sorprende: è fredda, dura, ruvida. Spalanco gli occhi per mettere a fuoco e mi rendo conto che non è cemento industriale. È pietra vera, grezza, con blocchi irregolari che sembrano quelli di una fortezza antica, di un castello medievale o fantasy spuntato dal nulla in mezzo al bosco.
Fisso le mie mani appoggiate al muro e mi sembrano diverse, quasi estranee. Vedo le venuzze sottili della pelle che pulsano, e la cosa folle è che vanno esattamente a ritmo con la cassa della musica che arriva ovattata da dentro. È un’allucinazione totale, un cortocircuito pazzesco.
«Kriz… ma che cazzo di muro è questo?» sto per urlarle, ma le sue dita calde mi abbassano anche quel filo di perizoma e, con un movimento deciso, mi aprono le natiche.
Un istante dopo, sento il suo fiato caldo sulla pelle delicata, vicinissimo, e poi il suo viso che preme contro di me.
Spingo indietro il bacino, istintivamente, per cercarla di più ma subito dopo il respiro mi si blocca in gola quando sento qualcosa di viscido e bagnato strusciarsi proprio lì sul punto più sensibile, per poi scivolare fino alla fica.
Gemo forte, senza ritegno, lasciando che il suono si perda nella notte. «Oh cazzo… Kriz… Ma che fai?».
So di essere bagnata fradicia; lo sapevo già da prima, da quel momento di follia in cui leccavo le tette di mia madre e la colpa si era mischiata al desiderio. Ma ora sento proprio le labbra che si aprono, calde, e i miei umori che colano senza controllo.
La sua lingua si muove raccogliendo umori e portandoli al buchino dietro in una danza che mi fa impazzire.
«Ancora… ti prego, continua…» la imploro, stringendo le dita contro la pietra fredda.
Kriz insiste ancora per qualche secondo, poi si raddrizza, si alza in piedi, si pulisce la bocca con il dorso della mano e mi dà una leggera pacca sul culo.
«Sei proprio buona, c’è poco da fare… Ma ora basta giocare», mi dice con un ghigno compiaciuto.
Io rimango lì, immobile in quella posizione, con la fronte ancora incollata alla pietra antica del muro. Poi mi tiro su di scatto, mi giro e la guardo dritta negli occhi, con il respiro ancora corto. Senza dire una parola, mi ci avventuro contro e ci baciamo ancora, un bacio profondo, avido, che sa di fumo, di alcol e di sudore.
Quando finalmente si stacca, mi guarda con un sorriso furbo e mi fa: «Dai, dobbiamo tornare dentro», come se si fosse appena ricordata che all’inizio eravamo venute lì per ballare.
Io rido, un po’ stordita da tutto quel delirio mentre mi risistemo il perizoma e tiro su i pantaloncini neri.
Ma non sono ancora pronta a rientrare in quel tunnel di bassi e di follia.
«Aspetta un attimo, ho bisogno ancora di un minuto», le dico bloccandola per un braccio, mentre cerco di rimettere insieme i pensieri e il respiro. «Dammi una sigaretta, ti raggiungo subito dentro».
Kriz si ferma, mi guarda con un sorriso divertito e complice. Estrae il pacchetto dalla borsina insieme all’accendino. La fiamma illumina per un secondo il suo viso prima che tiri un’altra boccata e me la porga già accesa.
«Non far aspettare troppo i ragazzi là dentro, eh!» mi fa l’occhiolino ridendo. Poi si volta, spinge la porta antipanico e viene inghiottita di nuovo dal buio e dai bassi ovattati del capannone, lasciandomi sola nel silenzio della radura.
Rimango lì, appoggiata alla pietra fredda, a fumare lentamente mentre il fumo si disperde nell’aria umida della notte. Sono eccitata da fare schifo e mentre fumo infilo una mano direttametne nelle mutandine e mi tocco. Tra la mia voglia iniziale e la lingua di Kriztina ora sono un vero lago. Intorno a me c’è una calma surreale, rotta solo dal fruscio delle fronde degli alberi. Ma è una calma strana, che non mi convince.
Continuo a guardarmi intorno con la coda dell’occhio, perché mi sembra di cogliere dei piccoli flash di luce improvvisi, guizzi rapidi che svaniscono un attimo prima che io riesca a metterli a fuoco. Mi giro di scatto a destra, poi a sinistra, scrutando il buio fitto del bosco. Non c’è nessuno, o almeno così sembra.
Riprendo a toccarmi la fica, giocando con il clitoride cosi bagnato che le dita scivolano fin troppo facilmente e nel frattempo cammino e mi guardo intorno.
Poi, ad un certo punto, spostando lo sguardo poco più lontano, tra i tronchi scuri degli alberi, noto qualcosa che non torna. C’è una luce pulsante. A un primo impatto sembra il bagliore di un fuoco nascosto tra la vegetazione, ma più la fisso e più mi rendo conto che c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Non sono normali fiamme: i contorni di quel chiarore si scompongono e si ricompongono geometricamente, come se fossero frammenti digitali. Sembrano frattali di luce pura, un fuoco fatto di pixel che brucia nel bel mezzo della foresta.
Provo a chiudere gli occhi, a scuotere la testa per dar la colpa all’alcol, alla vodka scadente o alla stanchezza, ma quando li riapro è ancora lì, che pulsa e muta forma davanti a me. È troppo assurdo per far finta di niente, troppo ipnotico per ignorarlo.
Mossa da una curiosità mista a un brivido di inquietudine, faccio qualche passo in avanti, iniziando ad avvicinarmi a quella strana luce.
E proprio lì, nel punto in cui pensavo di aver visto tutto, succede la cosa più assurda e pazzesca di tutta la notte.
Vicino al limitare del bosco, la luce illumina i tronchi degli alberi, ma la vista mi si distorce ancora di più: anche la corteccia, le foglie, i rami… tutto sembra fatto di pixel vibranti, come se la realtà si stesse sgranando davanti ai miei occhi. Poi, all’improvviso, tre figure si voltano verso di me.
Il terrore mi paralizza all’istante, inchiodandomi i piedi a terra. Hanno occhi enormi, completamente neri e profondi come pozzi, e i loro corpi brillano di mille colori cangianti, innaturali. Sono altissimi, molto più di me. Vorrei scappare, urlare, correre dentro a cercare Kriz, ma non riesco a muovere un solo muscolo. Sono bloccata, con la sigaretta stretta tra le dita che continua a consumarsi, quasi arrivata al filtro. Vorrei buttarla via, ma non ho il controllo delle mani. Sento il calore improvviso e fastidioso del fuoco che si avvicina alle dita e, per fortuna, il mozzicone si stacca da solo e cade nell’erba.
Nel frattempo, i tre continuano a fissarmi. Parlano tra loro, o forse a me, emettendo suoni incomprensibili, una lingua strana, fatta di ticchettii e gorgoglii metallici. E poi due di loro si staccano dal gruppo e cominciano ad avanzare. Si avvicinano sempre di più, passo dopo passo, finché non sono a un solo soffio da me.
Da vicino fanno ancora più impressione: hanno le sembianze vagamente umanoidi, ma le loro teste e le loro facce sono completamente deformi e aliene. Uno ha la testa allungata a cono, spigolosa e geometrica, mentre l’altro ha il capo contornato da appendici molli che ricordano dei piccoli tentacoli fluttuanti. Emettono un sibilo sottile, meandrico.
Prima che io possa realizzare qualsiasi cosa, mi prendono delicatamente per le braccia. Non c’è violenza nei loro movimenti, solo una calma fredda e implacabile, e cominciano a trascinarmi verso quel fuoco fatto di pixel e frattali.
Io sono completamente di pietra, svuotata di ogni volontà, eppure le mie gambe continuano a muoversi in avanti in modo meccanico, seguendo il loro passo. È una sensazione agghiacciante: se mi lasciassero andare adesso, sento che continuerei a camminare per inerzia come un automa, senza sosta, fino a sbattere contro il primo ostacolo sulla mia strada.
Chiudo gli occhi di scatto, stringendo le palpebre fino a farmi male, sperando con tutta me stessa che, una volta riaperti, tutto questo svanisca e io mi ritrovi nel caos sudaticcio del capannone.
Ma quando li riapro, la realtà si è dissolta del tutto.
Sono sdraiata supina su una distesa di erba infinita, di un verde innaturale, fosforescente. Alzo lo sguardo e il cielo non è più quello della valle: è di un viola denso, profondo, e a dominare la volta celeste ci sono due lune enormi, argentee, che proiettano una luce fredda e geometrica.
Intorno a me, i tre esseri continuano a muoversi con movenze fluide, aliene. Emettono quei versi gutturali e ritmati che sembrano quasi risate metalliche, echi di un mondo che non appartiene al nostro. Le loro dita lunghe, affusolate e prive di unghie cominciano a sfiorarmi il viso, scendendo lente lungo il collo, le clavicole, il corpo. È un tocco leggero ma pesantissimo, quasi scientifico.
Mi scivolano sotto la maglia e mi prendono il seno, tastandolo con una curiosità fredda e metodica, come se stessero saggiando una forma sconosciuta, come se non sapessero minimamente cosa sia o a cosa serva. Poi, quello con la testa a cono mi sfila via la maglia con un movimento secco, lasciandomi a busto scoperto, mentre sento il suo fiato pesante e innaturalmente caldo soffiarmi sul collo. Nel frattempo, l’essere con i tentacoli si china e mi lecca i seni, con una lingua umida e rugosa che traccia cerchi lenti sui capezzoli.
Vorrei urlare, divincolarmi, dimenarmi con tutta la forza che ho in corpo, ma i miei muscoli non rispondono. Sono paralizzata, prigioniera di un incantesimo o di una trance che mi tiene bloccata a terra.
L’ultimo, quello che finora era rimasto in silenzio e che ha la testa perfettamente sferica, liscia come vetro lucido, mi afferra i pantaloncini neri e il microscopico perizoma, strappandomi via tutto in un unico gesto. Resto completamente nuda sull’erba aliena. Emette un suono basso e profondo, una specie di comando secco, e all’istante i due ai lati si spostano di colpo, indietreggiando.
Quello con la testa a sfera alza un braccio in avanti, tracciando una linea nell’aria. E in quel preciso istante, senza che io possa opporre la minima resistenza, le mie cosce si aprono automaticamente, divaricate per volere suo. Sono completamente sotto il loro controllo mentale.
Sento l’aria fresca della notte aliena accarezzarmi ogni centimetro di pelle nuda, concentrandosi soprattutto lì, sulla fica bagnata e pulsante. È un miscuglio assurdo e devastante di sensazioni contrarie: la paura viscerale che mi gela il sangue, un’eccitazione perversa che mi fa bruciare dentro, il freddo dell’aria e il calore innaturale dei loro corpi vicini.
Mentre cerco di mettere a fuoco la situazione, abbasso lo sguardo verso il basso e mi accorgo di un dettaglio pazzesco: non indosso più le mie sneakers consumate con cui sono uscita di casa. Ai piedi ho degli stivali strani, altissimi, lucidi e riflettenti come metallo argentato. Mi chiedo se me li abbiano messi loro, se facciano parte di questa metamorfosi folle, ma il tempo per le domande svanisce in un lampo.
I due esseri ai lati compiono un movimento impossibile. Cominciano a contortersi e, con un fruscio viscido, si tolgono la pelle cangiante che li copriva, proprio come fanno i serpenti quando mutano l’abito. Sotto c’è un’altra consistenza, liscia, biancastra, quasi translucida.
E la cosa più scioccante, che mi blocca il respiro in gola, è quello che vedo con la coda dell’occhio.
Si mettono di fianco, in ginocchio, pronti. E la luce delle due lune illumina chiaramente la realtà: sono dotati di attributi maschili. Cazzi enormi, perfettamente formati, incredibilmente simili a quelli umani ma di una tonalità più chiara, quasi perlacea, che pulsano di una vita propria in quel paesaggio impossibile.
Le mani mi si muovono da sole, guidate da una volontà che non è più la mia. Sotto quel blocco mentale assoluto, le dita si stringono attorno ai due attributi caldi e pesanti. Sono durissimi al tatto, fatti di una carne tesa e pulsante, con una consistenza che sembra quasi umana ma stranamente liscia, priva di imperfezioni. Li stringo nel palmo e comincio ad agitare le mani su e giù, con un ritmo lento e metodico, mentre la mente urla che è impossibile, che non farei mai una cosa del genere nella vita reale, ma il corpo ubbidisce inesorabile.
Non posso fare altrimenti: sono sotto il loro totale controllo. È l’unica spiegazione razionale per giustificare quello che sta succedendo.
Senza smettere di massaggiarli, mi sposto leggermente con il busto, mi avvicino al primo dei due e dischiudo le labbra. La carne calda sfiora il mio mento prima di entrare in bocca. Lo accolgo con la lingua, bagnandolo, passandogli sopra la punta con avidità, sentendo quel sapore insolito, leggermente ferroso e dolciastro. Poi passo subito all’altro, alternandoli in una sequenza meccanica ma febbricitante.
Sono sdraiata lì, in quella distesa infinita sotto le due lune, con le gambe spalancate, la fica completamente fradicia che pulsa di un calore liquido, mentre le mie mani e la mia bocca sono occupate a leccare e succhiare due cazzi alieni a turno.
Con la coda dell’occhio osservo quello con la testa perfettamente sferica. È chiaramente lui il capo, l’entità che coordina questa specie di perversa regia mentale. Lo capisco dai brevi impulsi visivi, dai minuscoli scatti del capo e dai suoni modulati con cui dirige gli altri due, tenendomi inchiodata lì con la vagina bagnata e aperta, esposta e in balia di tutto.
All’improvviso, un peso caldo si sposta sopra di me. Sento la mia fica allargarsi di colpo, stirandosi oltre ogni limite naturale sotto la spinta prepotente di un terzo corpo che si posiziona esattamente al centro. È lui, l’essere con la testa a sfera. Il suo cazzo preme all’interno, penetrandomi con una lentezza esasperante e profonda che mi mozza il fiato.
È incredibile, ed è la parte più malata e spaventosa: fa male, ma al tempo stesso è di una bellezza devastante. Sento che mi hanno completamente corrotta, che hanno riprogrammato ogni mio singolo centimetro di pelle e di desiderio. È come se stessero conducendo degli esperimenti profondi sul mio corpo, e la cosa peggiore è che io non posso opporre la minima resistenza, anzi, la mia mente cede al piacere.
Senza mollare la presa delle mani sui due cazzi che continuo a massaggiare ai lati, avvolgo le gambe intorno alla vita dell’alieno sopra di me, stringendolo forte. Con un filo di voce, soffocata dal respiro corto e spezzato, riesco a sussurrargli una supplica: «Sì… fammi sentire… di più…».
Lui emette un suono gutturale, una vibrazione che gli risuona nel petto e che sento trasferirsi dentro di me. Subito dopo, dice qualcosa agli altri due: sento le loro risate stridule, metalliche, che echeggiano nell’erba come un coro beffardo.
In quel preciso istante, l’alieno sopra di me comincia a muoversi, imprimendo un ritmo sempre più forte, pesante, travolgente. Ogni sua spinta mi scuote il bacino, facendomi esplodere ondate di piacere cieco e violento che mi costringono a gemere senza ritegno, con la voce rotta. E proprio mentre lui affonda i colpi dentro di me, riprendo con foga forsennata ad alternare la bocca sui due cazzi liberi ai miei lati, succhiandoli e leccandoli in un delirio totale di carne, fluidi e sottomissione.
Il mondo intorno a me comincia a frantumarsi in mille pezzi. I tre alieni si muovono con un’agitazione sempre più frenetica, le loro sagome che si scompongono in scie di pixel colorati mentre la testa mi gira in modo violentissimo, un gorgo di nausea e vertigini che minaccia di travolgermi.
All’improvviso, il capo si blocca immobile sotto di me. Sento una scossa secca, un sobbalzo improvviso che mi fa barcollare i sensi, e per un attimo mi sento sballottolata nel vuoto. Chiudo gli occhi di scatto per non vomitare, stringendo le palpebre mentre tutto continua a girare vorticosamente.
Quando la nausea si placa e li riapro, la prospettiva è completamente ribaltata: mi ritrovo a cavalcioni sopra di lui, con il suo membro mostruoso ancora conficcato profondamente dentro di me, e i due gregari bloccati ai lati, sempre lì, con i loro attributi duri e tesi a portata di mano.
Dal petto del capo esce un suono basso, una sequenza di parole aliene, ipnotiche e metalliche, che mi rimbombano direttamente nel cervello come un comando inequivocabile. Non sono io a decidere: il mio corpo parte in automatico, sollevandosi e riabbassandosi sul suo bacino a un ritmo preciso, cadenzato da quella voce che mi scava dentro. Ogni volta che pronuncia quei suoni assurdi, sento un’ondata di piacere elettrico che mi attraversa la spina dorsale, spingendomi a godere di quel cazzo enorme che mi riempie e mi possiede.
Mentre mi muovo in quella trance meccanica, sento qualcosa di affilato strusciarmi la pelle: sono gli artigli dell’essere sotto di me che mi premono con forza sui seni, affondando leggermente senza tagliarmi, come briglie invisibili che guidano ogni mio singolo sussulto.
Una parte di me urla disperata, consapevole che dovrei fermarmi, che dovrei lottare con ogni singola fibra del mio corpo per ribellarmi a questo scempio. Ma è una lotta inutile: la sua volontà è una morsa d’acciaio, infinitamente più forte della mia. Il suo potere psichico e quelle parole che continuano a ronzarmi in testa mi tengono inchiodata come una schiava perfetta, privata di ogni autonomia, ridotta a un burattino che trae fremiti di godimento dai suoi comandi.
È un contrasto devastante che mi dilania dentro. Provo un ribrezzo profondo, viscerale, misto a vergogna pura per quello che sto subendo e facendo. Eppure, nascosto sotto la repulsione, sento crescere inesorabilmente una specie di piacere perverso, un calore malsano e viscido che mi infiamma il basso ventre e mi costringe a cavalcarlo, ubbidiente.
Il corpo continua a muoversi senza che io abbia il minimo controllo, trascinato da quella specie di flusso ipnotico. Mi sposto in avanti, protendendo il busto verso il capo, offrendogli i seni. Subito la sua lingua lunga, fredda e viscosa si allunga, avvolgendomi i capezzoli e passando sopra la pelle più e più volte con una precisione meccanica, quasi chirurgica.
Il corpo continua a muoversi in quello spasmo meccanico e ipnotico, completamente asservito alla loro volontà. Mi sposto in avanti, protendendo il busto verso il capo e offrendogli i seni con un abbandono totale, sfacciato. Subito la sua lingua lunga, fredda e viscosa si allunga, avvolgendomi i capezzoli e passando sopra la carne tesa con una voracità perversa, leccando e succhiando con una precisione chirurgica che mi fa inarcare la schiena.
Con la coda dell’occhio, la scena intorno a me si fa ancora più malsana. Il gregario con i tentacoli afferra una specie di membrana viscida e traslucida, una pelle morta e liscia strappata a qualche creatura aliena, e se la avvolge stretta attorno al membro pulsante. Subito dopo sparisce dal mio campo visivo, rimpiazzato all’istante da quello con la testa a cono che si fa avanti.
Mi ricaccia la sua appendice in bocca e io, mossa da quel condizionamento cieco, riprendo istantaneamente a succhiare. Ma di colpo mi irrigidisco. Apro la bocca per urlare, ma nessun suono esce dalla mia gola: è un urlo muto, che rimbomba solo e disperato nella mia testa.
Qualcosa sta entrando da dietro. Il mio ano viene violato, ma non da un membro. Sento chiaramente che si tratta di qualcos’altro, forse una sonda esplorativa. È una struttura rigida, articolata, che si muove compiendo rotazioni circolari, allargando le pareti interne con una precisione millimetrica e tirandole come se stesse cercando qualcosa di preciso. Oh, mio Dio, penso mentre il panico mi devasta la mente. Ho una paura folle dei loro esperimenti. Mi stanno analizzando, sezionando dall’interno. Forse stanno usando quella protuberanza manovrata dal capo per stimolarmi e raccogliere i miei fluidi vaginali, chissà per quale ragione perversa: magari per studiarli, per capire come replicarci o come fecondare con le loro macchine le femmine umane.
Le sensazioni fisiche, però, sono troppo forti, un cortocircuito di dolore e piacere distorto. E proprio mentre quel pensiero mi attraversa la mente, sento la prima sonda ritrarsi ed estrarsi.
Tiro un sospiro di sollievo che dura lo spazio di un secondo, perché subito dopo il dolore aumenta in modo esponenziale. Una seconda sonda, molto più grossa, rigida e fredda, sta spingendo con forza inaudita all’interno, aprendomi a forza.
Intanto la mia bocca è completamente occupata dal terzo gregario. Dopo un tempo indefinito, lo sento emettere una sequenza di suoni acuti e striduli che mi trapanano il cervello, e un attimo dopo il mio palato si riempie di un liquido denso, caldissimo, dal sapore fortemente salino. Lo ingoio quasi senza accorgermene, ma più ne mando giù e più mi sale una sete feroce e innaturale, una gola riarsa che mi spinge a muovere la lingua con ancora più foga, bramandone dell’altro.
Lui però si ferma improvvisamente, estrae il membro, si sposta di lato e si lascia cadere pesantemente all’indietro, sdraiandosi esausto sull’erba fosforescente.
Il mio corpo non mi appartiene più, ridotto a un guscio scosso da spasmi continui e incontrollabili. Non riesco più a muovere un muscolo, paralizzata da quella morsa sensoriale che mi dilania. Sento le pareti interne completamente spalancate, violentate e riempite contemporaneamente davanti e dietro da sonde rigide, appendici estranee o membri pulsanti che mi scandagliano senza tregua.
È una tortura chimica e fisica: i miei recettori sono manipolati da forze aliene che fanno schizzare i miei livelli ormonali a vette inimmaginabili, trasformando ogni singolo nervo in un cavo elettrico scoperto. La sonda posteriore si muove dentro di me con la potenza implacabile e ritmica di un treno in corsa, avanti e indietro, in perfetta sincronia con la penetrazione anteriore. E, come se non bastasse, l’alieno sotto di me ha iniziato a imprimere al bacino un moto coordinato psichicamente con quel movimento posteriore, un ingranaggio perfetto e perverso che mi usa come un’unica, immensa valvola di sfogo.
Perdo ogni briciolo di controllo. Il fiato mi si spezza in gola, diventando un rantolo corto e disperato, mentre il cuore batte nel petto come un tamburo impazzito, pronto a esplodere.
Poi, in un millisecondo, la realtà si squarcia.
Un picco di piacere così violento, feroce e innaturale mi attraversa da parte a parte che la mia mente crolla sotto il suo peso. Alzo gli occhi verso il cielo violaceo e scorgo una luce di un biancore abbagliante, accecante: l’astronave madre. Un faro immenso, colossale, cala direttamente su di noi, investendomi in pieno con la sua energia pura.
In quel momento, l’orgasmo non è più una semplice reazione fisica, ma diventa un evento cosmico, quasi mistico, alieno e divino insieme. È una folgore che mi brucia le viscere, un’estasi feroce che fonde il sacro e il profano, riempiendo ogni mio atomo di un calore incandescente e sovrumano. Tutta la mia energia vitale, ogni goccia di sangue e di piacere viene risucchiata e concentrata in quell’unico, immenso istante di apoteosi totale.
Il mio corpo si arcua in un ultimo spasmo violentissimo sotto quella luce accecante, poi le forze mi abbandonano di colpo. Il buio mi inghiotte e mi accascio pesantemente sul corpo del capo, perdendo completamente i sensi.
Quando riapro gli occhi, la vista è un miscuglio di macchie sfuocate, scie di luce e ombre che danzano. La testa mi martella, pesante come se dentro ci fosse colato del piombo fuso. Sopra di me c’è Kriz. Mi guarda con gli occhi sgranati dalla preoccupazione, le labbra che si muovono velocemente, ma all’inizio i suoni mi arrivano ovattati, lontani, come se parlasse da sotto una campana di vetro.
«Mathi… oh, cazzo, mi senti? Mathilda!» la voce di Kriz comincia a farsi strada attraverso il ronzio nelle orecchie.
Solo dopo qualche secondo la nebbia si dirada e le sue parole prendono forma. Si è inginocchiata nell’erba accanto a me, mi scuote leggermente per le spalle e mi chiede con il fiato corto: «Ma dov’eri finita? Come stai? Che cazzo è successo? Oddio tesoro…»
Sento la testa che gira vorticosamente. Barcollando, mi guardo intorno: il bosco sconfinato, il cielo viola, le due lune e le sagome aliene sono svanite nel nulla. Sono di nuovo qui, nel buio dietro il freddo capannone industriale della valle. Di loro non è rimasta la minima traccia.
Kriz mi afferra per un braccio e mi aiuta a tirarmi in piedi, mentre mi rendo conto di una realtà agghiacciante: sono completamente nuda, sporca di sudore, umori e Dio solo sa cos’altro, e l’unica cosa che ho addosso sono le mie vecchie sneakers. Un brivido di gelo mi attraversa la schiena.
In quel momento Marco, il ragazzo alto che aveva guidato, mi guarda con un lampo di profonda apprensione negli occhi. Si sfila subito la maglietta di dosso e la porge a Kriz. «Coprila, presto, portiamola via di qui», dice con voce tesa. Kriz me la fa infilare in fretta e furia per coprire il busto, mentre tremo come una foglia.
È ancora notte fonda e la festa non è affatto finita. Lo sento prima ancora di vederlo: i bassi della techno continuano a martellare pesanti, vibrando sordi e insistenti direttamente dentro le mie ossa e nel mio stomaco.
«Riesci a camminare? Ti reggi in piedi?» mi chiede Kriz, stringendomi forte a sé per farmi da supporto.
«Sì… sì, credo di sì…» mormoro con un fil di voce, la gola completamente arsa.
Insieme mi sorreggono e mi accompagnano lentamente verso la zona del parcheggio. Si vede lontano un miglio che sono spaventati, confusi, forse convinti che io sia andata in overdose o che il mix tra alcol e caldo mi abbia steso il cervello. Ma io non so cosa dirgli. Come potrei spiegarglielo? Se raccontassi anche solo un centesimo di quello che ho vissuto laggiù, mi prenderebbero per pazza furiosa. Meglio il silenzio, meglio fare finta di niente.
Mentre ci muoviamo zoppicanti tra le auto, passiamo vicino a un vecchio furgone con il portellone laterale spalancato. Una luce gialla e fioca illumina l’interno.
All’interno, un ragazzo pelato e massiccio sta urlando e cazziando un tipo con un crestino sparato in alto dal gel, visibilmente alterato perché ha fatto cadere qualcosa per terra. Dando un’occhiata a terra vedo il disastro: decine di lattine di quell’energizzante sottomarca che ci aveva venduto il rasta prima erano sparse in giro.
Li scorgo appena con la coda dell’occhio, ma c’è qualcosa in loro, un dettaglio assurdo che mi blocca il respiro. Hanno qualcosa di profondamente familiare. I loro lineamenti, il modo in cui si muovono, la forma delle mani o forse lo sguardo… Vorrei fissarli meglio, capire il perché, ma loro si bloccano di un colpo e si girano a guardarci.
I loro sguardi si posano su di me: mi fissano straniti, quasi interrogativi, scrutando la mia aria stravolta, i capelli madidi e le mie gambe completamente nude. C’è un attimo di silenzio surreale tra di noi, un riconoscimento muto che mi gela il sangue.
«Forza, dai, cammina… ci siamo quasi», mi sussurra Andre all’orecchio, spingendomi dolcemente in avanti.
Finalmente arriviamo alla nostra auto, parcheggiata alla rinfusa sul limitare dello spiazzo. Apro la portiera e mi lascio cadere sul sedile posteriore, rannicchiandomi subito accanto a Kriz.
Andre gira la chiave nel quadro, il motore tossisce un attimo e poi parte, e pian piano ci allontaniamo da quel posto maledetto, lasciandoci alle spalle i bassi cupi della techno e il buio denso del bosco.
Sento il corpo che molla la presa, tradito dalla stanchezza estrema. Kriz mi avvolge le spalle con un braccio, tirandomi dolcemente verso di sé. Ha una voce che non le conosco, così morbida, quasi un sussurro caldo che si insinua tra il rumore delle gomme sull’asfalto: «Tranquilla, piccola… adesso è finita. Stanotte dormi da me, ti sistemo io».
Le sue parole sono un balsamo per i miei pensieri lacerati. In quel momento, sentita quella promessa, mi scivola via di dosso l’ultimo residuo di terrore e mi abbandono completamente.
Mentre l’auto scivola via nella notte fonda, cullata dal movimento fluido e costante della strada, appoggio la guancia contro il petto di Kriz. Affondo il viso nel morbido cuscino del suo seno, sentendo quel calore umano, familiare e rassicurante che cancella, un battito alla volta, il gelo di quell’incubo alieno. Il respiro le si alza e si abbassa lento, regolare. Chiudo gli occhi, lasciandomi cullare da quel dondolio gentile, finché il sonno mi avvolge come una coperta pesante, portandomi via tutto.

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