Una storia d’Amore e un pò di perversione.
Era settembre del 2022, un settembre che sapeva già di foglie bagnate e di cuori spezzati. Mi ero lasciato da appena una settimana con Livia, dopo quattro anni di un amore tumultuoso, viscerale, malato. Con lei avevamo vissuto tutto: io, eccitato fino alla follia dal vederla trasformarsi in una troia senza limiti, lei succube delle sue perversioni più oscure, usata, condivisa, umiliata e poi abbandonata dai suoi amanti. Un eterno saliscendi tra estasi e abisso che ci aveva consumati entrambi. Quando non ce l’ho più fatta, il vuoto che mi ha lasciato è stato immenso, un silenzio assordante dentro al petto.
Quel venerdì sera ero ancora in ufficio, solo, con l’anima persa. Il disegno CAD sul monitor era solo un’ombra sfocata davanti ai miei occhi. Non combinavo nulla. Ho aperto il browser quasi per disperazione, cercando qualcosa, qualunque cosa, che potesse riempire quel buco. E lì, tra mille annunci freddi, è apparsa lei.
Marika.
«Ciao, cerchi compagnia? Vuoi rilassarti? Vieni da Marika, la tua dea del sesso. Non pongo limiti… con me puoi tutto.»
Le foto mi hanno tolto il respiro. Il suo corpo era una promessa di peccato e di salvezza insieme: curve morbide, un seno generoso e invitante, e in una di esse, il suo décolleté lucido di seme maschile ancora fresco. Non le vedevo il viso, ma non importava. Quel dettaglio così crudo, così vero, mi ha trafitto come una lama dolce. Mi ha ricordato Livia, sì… ma stavolta era diverso. Era come se il destino mi stesse chiamando a casa, verso qualcosa di più grande, di più profondo. Ho sentito un languore improvviso, un calore che saliva dal basso ventre fino al cuore. Ho sorriso, ma era un sorriso malinconico, di chi sa già di essere perduto.
Con le mani che tremavano leggermente, le ho scritto:
«Ciao Marika, mi chiamo Gianni. Ho visto il tuo annuncio e… non so spiegare, ma mi hai colpito. Cerco compagnia, relax, ma soprattutto qualcuno che mi faccia sentire vivo di nuovo. Mi dici di te?»
La sua risposta è arrivata poco dopo, calda, avvolgente:
«Ciao tesoro 😘 Sono libera stasera. Non ho limiti. Vieni da me, ti aspetto. Ti farò dimenticare tutto.»
Mi ha mandato l’indirizzo e un’altra foto, stavolta con il viso appena accennato: quegli occhi, quel sorriso da puttana consapevole, hanno sigillato il mio destino. Sono uscito dall’ufficio con il cuore che batteva in modo strano… non solo di eccitazione, ma di una nostalgia anticipata, di un’attrazione profonda che già somigliava all’amore.
Ho guidato verso di lei attraverso la città che si spegneva, con una malinconia dolce nel petto. Non sapevo ancora che quella sera avrei incontrato la donna che mi avrebbe rubato l’anima. Mi sarei innamorato perdutamente di Marika, della sua natura selvaggia e senza freni, della sua essenza di vera puttana. E io, uomo perso, avrei scelto di diventare il suo fedele compagno cornuto, il suo schiavo devoto, colui che l’avrebbe amata proprio per quello che era: mia e di tutti, bellissima e irraggiungibile.
Mentre ero fermo al semaforo rosso, con la pioggia leggera che iniziava a velare il parabrezza, il telefono ha lampeggiato di nuovo. Era lei. Marika.
«Tesoro ti aspetto, vieni quando vuoi. Mi piace tantissimo la foto che hai nel profilo WhatsApp… Non ho altri appuntamenti stasera, sarò tutta per te. Toglimi una curiosità: sei veramente il Sig. Gianni xxxxx? Ho guardato su internet, ma davvero sei quello dell’azienda xxxxx?»
Ho sorriso da solo nell’abitacolo buio, con quel languore dolce che già mi stringeva il petto. Le ho risposto scherzando:
«Sì, perché mi fai lo sconto? Hehehe»
La sua replica è arrivata immediata, birichina e complice:
«Scemo! Non devi usare il cellulare di lavoro per queste “avventure”!»
Al semaforo successivo ho visto un venditore pakistano con le rose. Senza pensarci due volte mi sono fermato e ne ho prese tre, le più belle. Rose per una puttana, ho pensato tra me e me, ridendo piano. Eppure quel gesto mi sembrava giusto, quasi necessario. Come se una parte di me volesse corteggiarla davvero, come se già sapessi che quella donna sarebbe diventata molto più di un incontro a pagamento.
Sono arrivato sotto casa sua con il cuore che batteva in modo strano, un misto di eccitazione e malinconia profonda. L’ho chiamata per farmi spiegare il campanello.
«Gianni, vedi il cartello dello studio Avv. Yyyyy? Suona all’appartamento 33… Ti aspetto, pazzo!»
La sua voce vellutata mi ha sciolto qualcosa dentro. Era la prima volta che andavo da un’escort e mi sentivo un po’ stupido, un po’ ridicolo… ma la curiosità di conoscerla era più forte di tutto. Dopo un attimo di tentennamento ho suonato.
«Sali Gianni, quarto piano» ha detto lei dolcemente dal citofono.
L’ascensore saliva lento e io mi sentivo come un ragazzino al primo appuntamento. Ma che cazzo fai? Ti emozioni per una puttana? mi ripetevo. Eppure le mani sudavano e il petto era stretto in una morsa dolce.
Quando l’ascensore si è fermato al quarto piano e la porta si è aperta, il tempo si è fermato.
Lei era lì, sulla soglia, in tutto il suo splendore. Indossava un baby-doll nero semitrasparente che lasciava intravedere le sue forme generose, la pelle luminosa, il seno vistoso e invitante. I capelli sciolti, lo sguardo caldo e un po’ sorpreso quando ha visto le rose tra le mie mani.
«Ma Gianni… che mi hai portato?» ha sussurrato, con una voce che sembrava miele. «Che gentiluomo… non sai da quanto tempo nessuno mi regala delle rose. Mi emozioni…»
Le ho porto i fiori con un sorriso timido e lei li ha presi, avvicinando il viso per sentirne il profumo. Poi mi ha guardato, si è avvicinata e mi ha dato un bacio leggero sulla guancia. Il suo seno morbido si è premuto contro il mio petto per un istante, caldo, vivo, profumato. Quel contatto, quel sorriso sincero, mi hanno travolto. In quel momento non vedevo solo una bellissima puttana. Vedevo una donna affascinante, complessa, con una profondità che andava oltre il corpo che offriva a chiunque. C’era qualcosa di più, qualcosa che mi ha fatto perdere la testa all’istante.
Sono rimasto lì, sulla soglia, con il cuore che batteva forte e l’anima già persa. Sapevo che stavo per varcare una soglia da cui non sarei più tornato indietro. Marika non era solo sesso. Era la donna di cui mi sarei innamorato perdutamente, la mia dea, la mia puttana, la mia rovina dolce.
Lei mi ha preso dolcemente per mano e mi ha fatto entrare. Il suo appartamento non era lussuoso: i mobili erano semplici, quasi dozzinali, eppure ovunque si respirava un tocco femminile forte, intimo. Un foulard di seta abbandonato sul divano come per caso, una serie di piccole miniature dipinte con scene mitologiche che sembravano raccontare storie antiche di dei e mortali perduti nella passione, un buon profumo di pulito e vaniglia che avvolgeva tutto. Ogni cosa era maniacalmente in ordine, come se lei avesse bisogno di controllare almeno quello, in una vita fatta di caos e corpi sconosciuti.
Marika ha preso le mie rose con cura, le ha messe in un vaso di cristallo trasparente e le ha sistemate sul tavolo con un gesto quasi tenero. Poi è venuta verso di me, mi ha preso entrambe le mani e mi ha guardato dritto negli occhi con quel sorriso sornione, un po’ divertito e un po’ famelico.
«Gianni… ma cavolo, sei alto molto di più di quello che immaginavo dalle foto su internet» ha mormorato con voce calda. «Io sono piccolina… ma molto porcellina. Dimmi, cosa ti piacerebbe fare con me stasera?»
Il suo sguardo mi ha trapassato. Ho sentito un nodo in gola. Non potevo certo dirle che la foto che mi aveva colpito di più era quella dove era tutta schizzata di sperma altrui, che quel dettaglio mi aveva fatto sognare e tremare insieme. Ho sorriso, imbarazzato come un ragazzino, e ho risposto la prima cosa che mi è venuta in mente per prendere tempo:
«Beh… per prima cosa mi faresti un caffè?»
Lei ha riso, una risata cristallina, genuina.
«Hahaha ma dai, certo che ti faccio un caffè! Non dirmi che è la prima volta che vai con una puttana…»
«Con una puttana per piacere no di certo… hahaha. Ma con una professionista sì!» ho risposto io, cercando di sembrare più disinvolto di quanto non fossi.
«Hahaha che scemo… Non hai l’aria di essere un pischello. Mi sa che ne hai fatte di porcate con quel bel viso innocente che ti ritrovi! Dai, vieni accomodati qui che ti porto un caffè… ma lo vuoi corretto?»
A quelle parole, un ricordo improvviso con Livia mi ha attraversato come una lama calda: lei che mi portava il caffè “corretto” con lo sperma dei suoi amanti ancora fresco, e me lo faceva bere insieme a lei, condividendo quel gusto proibito. Ho sentito un brivido profondo, un misto di eccitazione e malinconia. Ma ho scosso la testa.
«No Marika, mi va benissimo un semplice caffè…»
Lei ha sorriso di nuovo, si è voltata e si è allontanata verso il cucinino ancheggiando sui tacchetti delle sue ciabattine piumate. Quel dettaglio mi ha colpito in modo strano: tacchi alti ma con le piume, proprio come me le ero sempre immaginate le escort nella mia testa. Era così naturalmente puttana, così autentica, che mi ha fatto sorridere dentro.
Mentre la guardavo muoversi, sentivo il cuore stringersi in un languore dolce e doloroso. Non era solo desiderio fisico. Era qualcosa di più profondo. In quel piccolo appartamento ordinato, tra foulard dimenticati e miniature mitologiche, stavo già capendo che mi stavo perdendo per lei. Per quella donna che era contemporaneamente dea e puttana, dolce e volgare, misteriosa e accessibile a tutti. E io, uomo già perso, non volevo più essere salvato.
Ero seduto sul divano, con il caffè ormai finito. Marika mi ha preso la tazzina dalle mani con un gesto delicato, l’ha appoggiata sul tavolo e si è voltata verso di me. Il suo sorriso era quello di una perfetta professionista del sesso, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di più caldo, quasi affettuoso. Senza dire una parola si è aperta lentamente il baby-doll nero, lasciandolo scivolare sulle spalle.
«Dimmi Gianni… ti piaccio?» ha sussurrato, guardandomi dritto nell’anima.
Sono rimasto senza fiato. Il suo seno era perfetto: pieno, morbido, con i capezzoli già turgidi che sembravano chiamarmi. Ho sentito un’ondata di calore salirmi dal petto fino al viso. Ero eccitato, sì, ma anche commosso in un modo strano, come se stessi ammirando qualcosa di sacro e proibito insieme.
«Dai, toccalo… è tuo» ha mormorato lei con voce sussurrata.
Ho allungato la mano quasi con reverenza. La sua pelle era morbidissima, calda, viva. Il capezzolo si è indurito ancora di più sotto le mie dita. Un gemito basso mi è uscito dalla gola. Lei se n’è accorta e, con un sorriso dolce e malizioso allo stesso tempo, mi ha attirato a sé offrendomelo.
Ho appoggiato le labbra su quel seno meraviglioso e ho cominciato a succhiare, piano, con devozione. Oddio… che sensazione bellissima. Sentivo il suo sapore, il suo profumo, il modo in cui il suo corpo reagiva al mio tocco. Mi sentivo un ragazzino, perso, innamorato e arrapato fino alla follia.
Marika, da vera professionista, non ha perso tempo. Ha notato il rigonfiamento nei miei pantaloni e con gesti esperti mi ha slacciato la cintura. Si è inginocchiata sul tappeto tra le mie gambe, ha tirato fuori il mio cazzo già durissimo e l’ha stretto tra le sue mani, massaggiandolo con dolcezza. Poi ha alzato gli occhi verso di me, uno sguardo che mi ha sciolto del tutto, e ha preso la cappella tra le labbra morbide.
Quel calore umido… quella lingua che leccava lenta, avvolgente… è stata una goduria pura. Ha cominciato a succhiarmelo piano, bagnato, succulento, poi sempre più profondo e veloce. Io mi sono disteso sul divano, lasciandomi andare completamente. Dentro di me bruciava la voglia di prenderle la testa tra le mani, di scoparle la bocca con forza e dirle quanto era puttana… ma mi sono trattenuto. Volevo lasciarla fare a modo suo, volevo assaporare ogni secondo di quella resa.
A un certo punto si è fermata, mi ha guardato con gli occhi lucidi di eccitazione e ha sussurrato:
«Ora tocca a te… Vuoi leccare la figa della tua puttana? Senti come mi si bagna, porco… Tu Gianni sei un porco, lo so. Dai, lecca la figa di una puttana!»
Quelle parole mi hanno trafitto come una dolce lama. In quel momento, inginocchiato davanti a lei, il cuore che batteva all’impazzata.
Marika si era messa a pecorina sul divano, il culetto alto e il suo sesso gonfio e luccicante offerto senza pudore. Le grandi labbra aperte, bagnate, con quelle stille di umori che scendevano lente. Ho affondato il viso tra le sue natiche e ho cominciato a leccarla con passione.
«Mmm sì… così, porco» ha mugolato lei subito. «Infila quella lingua dentro. Leccami tutta.»
Il suo sapore era dolce, mieloso, diverso da Livia, e mi stava facendo impazzire. Mentre la divoravo, con il naso premuto contro il suo ano pulsante, non ce l’ho più fatta e ho confessato, la voce soffocata contro la sua carne calda:
«Marika… si, sono un porco. Con la mia ex le leccavo la figa che grondava ancora della sborra degli altri uomini… mi faceva impazzire.»
Appena ho finito di parlare lei ha ringhiato di piacere e mi ha spinto la faccia con forza contro la sua figa, schiacciandomi il naso e la bocca contro le sue labbra bagnate.
«Lo sapevo! Lo sapevo che eri un lurido porco!» ha esclamato ridendo eccitata. «Leccami allora! Lecca la figa di questa puttana che ha preso tanti tanti cazzi! Pensa a quanta sborra calda mi hanno riversato qui dentro… e tu ora pulisci tutto con la lingua, sei uno schifoso! Lecca più forte!»
Le sue parole mi hanno incendiato. Ho cominciato a leccarla con foga, succhiando il clitoride, infilando la lingua più a fondo possibile. Lei ha iniziato a muoversi contro il mio viso, scopandomi letteralmente la bocca.
«Sììì così, porco! Mangiami la figa! Non ti fermare… cazzo che bello! Leccami il buco del culo, leccami tutto! Sei il mio porco leccatore… ahhh sì!»
La stringevo per i fianchi morbidi, la divoravo con tutto me stesso. I suoi gemiti diventavano sempre più acuti, le cosce le tremavano forte. Mi premeva la testa con entrambe le mani ora, strofinandosi senza vergogna.
Si è girata supina allargando le cosce e offrendosi completamente alla mia bocca e con la mano fra i miei capelli mi premeva forte contro di Lei.
La mia lingua vibrava nella sua figa aperta mentre con la punta del naso sgrillettavo il suo clitoride gonfio…
«Sto per venire! Non ti fermare porco! Lecca la figa della tua puttana! Voglio venire sulla tua faccia… ahhh sììì!»
L’orgasmo l’ha travolta violentemente. Ha urlato, il corpo scosso da spasmi forti, mentre la sua figa colava copiosamente contro la mia lingua e il mio mento. Non era uno squirt vero e proprio, ma un’onda calda e bagnata di umori che mi ha inondato la bocca e il viso. Continuavo a leccare velocemente, assaporando ogni goccia, mentre lei tremava e gemeva di piacere.
Quando è passato il picco, ha allentato la presa sui miei capelli e ha riso piano, ancora ansante.
«Bravo il mio porco… sei proprio come piace a me.»
Io ero in ginocchio, il viso lucido dei suoi umori, il cazzo durissimo e il cuore che batteva all’impazzata. In quel momento mi sentivo completamente suo.
Marika era li aperta davanti a me con la figa che ancora pulsava e colava.
Pensavo che avrebbe approfittato della mia confessione, che mi avrebbe umiliato ancora di più, invece il suo sguardo è diventato stranamente dolce, quasi affettuoso. Come se avesse capito di avermi già in pugno, suo.
«Dai Gianni, porco mio…» ha sussurrato con voce calda. «Ora scopami. Infila il tuo cazzo nella figa della tua puttana. Fotti questa troia… fammi sentire la cappella che sbatte contro l’utero, maiale, riempimi.»
Non me lo sono fatto ripetere due volte. Mi sono posizionato tra le sue cosce morbide, ho preso il cazzo durissimo e l’ho strofinato tra le sue labbra gonfie e bagnate. Poi ho spinto. Lentamente all’inizio, godendomi ogni centimetro mentre scivolavo dentro di lei. Era calda, stretta, bagnatissima.
«Oh cazzo… sììì» ha gemuto lei. «Così… spingi fino in fondo.»
Ho iniziato a muovermi, prima con spinte profonde e lente, poi sempre più forti, più affannate. Il rumore bagnato dei nostri corpi che sbattevano riempiva la stanza. Lei all’inizio si lasciava scopare, godendo passiva, ma poi ha cominciato a muoversi all’unisono con me, spingendo il bacino contro il mio. Si torceva i seni con forza, stringendo i capezzoli tra le dita come per trattenersi, per non godere troppo presto. Quel leggero dolore la faceva gemere ancora più forte.
«Più forte, porco! Scopami come si scopa una troia!» ansimava.
Ho perso il controllo. Le spinte sono diventate rude, animalesche. La sbattevo con tutto il peso del corpo, il divano che cigolava e si spostava sotto di noi. Marika ha lasciato andare i seni, si è abbandonata completamente e ha urlato di piacere mentre veniva fortissimo intorno al mio cazzo, contraendosi e pulsando.
Non ho resistito. Con un grugnito le sono venuto dentro, sborrando copiosamente nella sua figa calda, riempiendola fino in fondo.
Ma lei non era ancora soddisfatta. Appena sono uscito, si è toccata il clitoride gonfio, sfregandolo veloce con le dita. Io ho aggiunto la mia mano, l’ho sostituita e ho infilato due dita dentro di lei, cercando il suo punto del piacere. Ho cominciato a scoparla con le dita, veloce e forte, mentre il pollice le massaggiava il clitoride.
«Sììì così! Non fermarti!» ha urlato lei. «Scopami con quelle dita, porco!»
Pochi secondi dopo è esplosa di nuovo. Ha urlato di piacere, il corpo scosso da spasmi violenti, e ha squirtato forte sulla mia mano e sul divano, un getto caldo e abbondante. Eravamo entrambi in un bagno di sudore, ansimanti, esausti e appagati.
Quando si è ripresa un po’, mi ha guardato con un sorriso bellissimo, dolce e un po’ stupito.
«Gianni… oddio, era un po’ che non venivo così. Tu sai cosa vuole una Donna… mi hai fatto impazzire.»
Ho sorriso anch’io, ancora col fiato corto, e le ho accarezzato una coscia.
«Neanch’io mi ricordavo di provare una cosa del genere… Sei incredibile, Marika. Non pensavo che questa sera potesse finire… così.»
Lei ha riso piano, mi ha attirato a sé e mi ha dato un bacio leggero sulle labbra.
«Questo è solo l’inizio, porco mio. Dimmi la verità… ti è già piaciuto troppo, vero? Mica ti sei già innamorato un po’ di questa puttana?»
Io fra l’imbarazzato e mezzo rincoglionito balbettai… «Siiii Marika sei mitica…»
Ero sudato fradicio, la camicia appiccicata alla schiena come se avessi corso una maratona. Con un sorriso stanco le ho chiesto:
«Posso fare una doccia? Sono fradicio..»
«Certo, tesoro. Fai pure» mi ha risposto lei con voce morbida.
Sono entrato in bagno e ho aperto l’acqua. All’inizio fredda, per rinfrescarmi il corpo bollente. Poi, mentre diventava sempre più calda, sono rimasto lì sotto a sorridere come un idiota. Una felicità immotivata mi era salita dal petto. Ero felice. Felice di aver scopato quella donna con tutta quella passione, con tutto quel piacere. Felice di essere lì.
Ero sotto la doccia, l’acqua calda che scorreva sul mio corpo ancora vibrante dopo quella scopata selvaggia. Marika è entrata senza dire una parola, nuda e bellissima. Ci siamo insaponati a vicenda con lentezza, le mie mani sui suoi seni, sulla sua figa ancora piena della mia sborra, le sue mani sul mio petto e sul mio cazzo che riprendeva vita.
Mentre mi masturbava con maestria – prima dolce, poi sempre più stretta e decisa – mi ha guardato negli occhi:
«Raccontami tutto, Gianni. Voglio sapere quanto sei porco. Parlami della tua ex…»
Ho ceduto. Le ho raccontato di Livia, di come amasse essere sottomessa da uomini potenti e sporchi. Di come la guardavo mentre tre o quattro maiali la usavano senza pietà: la scopavano in tutti i buchi, la schiaffeggiavano, la insultavano chiamandola troia, puttana da quattro soldi. Di come uno di loro le pisciasse addosso, e lei godeva come una pazza. Di come io provassi ad alzarmi per fermarli, ma Livia mi bloccasse con lo sguardo: «No… mi piace. Voglio essere la loro troia».
E poi le ho confessato il resto: come alla fine mi facevano inginocchiare e mi obbligavano a pulire i loro cazzi sporchi di sborra, di figa e di piscio. Come leccavo tutto, umiliato ed eccitatissimo, mentre Livia mi guardava sorridendo con la figa distrutta che colava attendendo il suo turno di essere leccata e pulita dalla mia lurida lingua. Come cadevo insieme a lei in quell’abisso di depravazione.
Marika era visibilmente eccitata dal racconto. La sua mano sul mio cazzo accelerava sempre di più.
«Sei proprio un bel porco ed anche romantico…» ha sussurrato prima di baciarmi con passione.
Sono venuto forte sotto l’acqua, sborrando copiosamente sulle sue dita e sulla sua pancia. Quando ho finito di tremare, lei ha alzato la mano sporca del mio sperma, me l’ha portata lentamente alla bocca come fosse un test silenzioso.
Ho aperto le labbra e ho leccato le sue dita una per una, assaporando il mio stesso sapore, guardandola negli occhi. Lei mi osservava con un misto di tenerezza e trionfo.
Poi, con le mie labbra ancora sporche di me, Marika mi ha baciato. Un bacio profondo, romantico e sporco allo stesso tempo. Un bacio che sapeva di sborra, di acqua calda e di qualcosa di molto più grande. Un bacio che sembrava sancire un’unione, oscura e bellissima tra di noi.
Ci siamo abbracciati stretti sotto il getto della doccia, senza più bisogno di parole.
Dopo quella doccia lunga e intima, dopo quel bacio sporco e romantico che sembrava aver sigillato qualcosa di profondo tra noi, erano solo le nove di sera. Mi sentivo stranamente vivo, leggero, come se avessi ritrovato un pezzo di me stesso che non sapevo di aver perso.
Eravamo ancora avvolti negli asciugamani quando le ho proposto, con un sorriso timido:
«Marika, che dici se andiamo a cena? Ho fame… e vorrei continuare a stare con te.»
Lei mi ha guardato basita, come se avessi detto un’eresia. Gli occhi sgranati, un’espressione tra lo stupore e il divertimento.
«Ma Gianni… non ti vergogni ad esporti in pubblico con una puttana come me?»
Ho riso, avvicinandomi e prendendole il viso tra le mani.
«Ma che vergogni… Primo, non me ne frega un cazzo di quello che passa nel cervello vuoto della gente. Secondo… che cavolo, dovresti essere tu a vergognarti di uscire con un sessantenne vecchio come me. Tu avrai… penso 35 anni?»
Lei ha sorriso, un po’ malinconica.
«E sì… almeno ne avessi ancora 35. Fra sei giorni ne compio 40.»
«Be’, a parte che non si direbbe affatto. Forse come ti curi… e tutti i cazzi che prendi ti tengono giovane!» ho risposto io, da vero maiale.
Marika ha riso forte e mi ha dato uno schiaffetto sul petto.
«Sciocco e porco! Ma non smetti proprio di pensare al sesso? Sei un maiale! Hahaha… ma forse è anche per questo che mi piaci. Dai, va bene. E dove mi porteresti?»
«Ti porto dal mio amico Vito, al ristorante xxx in via xxx. Si mangia benissimo e si sta tranquilli.»
«Cavoli, vuoi fare follie! Guarda che paghi tu! Anzi… visto che siamo in tema, sai che mi devi quanto concordato. Anche se mi piaci e mi hai fatto venire… non faccio sconti a nessuno!»
Ho sorriso, ho preso il portafoglio e le ho dato i soldi con un gesto teatrale.
«Ecco l’obolo alla chiesa della diavolessa Marika.»
Lei ha riso di gusto, scuotendo la testa.
«Hahaha ma sei proprio scemo! Almeno sei divertente oltre che porco! Allora devi aspettare un quarto d’ora che mi preparo, voglio farti fare bella figura.»
Mentre si vestiva, si è fermata un attimo e mi ha guardato seria, ma con gli occhi che ridevano.
«E se incontriamo un mio cliente fra i tuoi amici? Non ti vergogni?»
Ho alzato le spalle, sorridendo.
«Ma che scherzi? Sono referenze! Hahaha.»
Abbiamo riso insieme come due ragazzini. Lei mi si è avvicinata, mi ha dato un bacio tenero sulla guancia e mi ha sussurrato all’orecchio:
«Scemo e porco… con te rido e godo. E in più mi paghi. Sei pericoloso, Gianni.»
In quel momento, mentre la guardavo prepararsi, ho sentito il cuore stringersi in quel languore dolce e profondo che ormai riconoscevo. Non era solo attrazione fisica. Era qualcosa di più.
Usciti dal palazzo, pioveva piano. Marika si era preparata in quei quindici minuti e… porca miseria, era uno spettacolo. Indossava un abito nero elegante ma decisamente sexy: scollatura generosa che metteva in risalto il suo seno pieno e sodo, la vita stretta e la gonna che le arrivava a metà coscia, aderente sui fianchi generosi. Calze velate nere con una riga dietro e tacchi alti che slanciavano le sue gambe perfette. Si era truccata con cura: labbra rosse, occhi smokey, capelli sciolti e leggermente mossi. Profumava di buono, di donna, di peccato.
«Come sto?» mi aveva chiesto prima di uscire.
«Sei troppo bella per uno come me» avevo risposto, sincero.
Siamo usciti stretti sotto il mio ombrello. Io le tenevo un braccio intorno alla vita, lei si appoggiava leggermente a me. Camminavamo piano, come una coppia vera. Sentivo il calore del suo corpo attraverso il vestito e il cuore mi batteva forte. Era una sensazione strana: orgoglio, desiderio, tenerezza e quel languore dolce di chi sa di stare perdendo la testa.
Quando siamo entrati nel ristorante di Vito, l’atmosfera è cambiata. Il locale era caldo, illuminato bene, con quel brusio tipico dei venerdì sera milanesi. Appena abbiamo varcato la soglia, molti sguardi si sono posati su di noi. Su di lei, soprattutto.
Vito, dietro al bancone, ha alzato gli occhi e ha fatto un’espressione sorpresa. Poi ha sorriso.
«Gianni! Che piacere vederti…» ha detto venendoci incontro, ma i suoi occhi continuavano a tornare su Marika. La squadrava con discrezione, ma si capiva che era colpito: quel corpo, quel décolleté, quell’aura da donna che sa di essere guardata.
Alcuni tavoli si sono voltati. Due uomini d’affari sulla cinquantina l’hanno fissata senza vergogna, uno ha addirittura dato di gomito all’amico. Una coppia di mezza età seduta vicino alla finestra ha sussurrato qualcosa. Lei era semplicemente magnetica: elegante abbastanza da non sembrare volgare, ma abbastanza sexy da far girare la testa a chiunque.
Vito ci ha accompagnati a un tavolo un po’ defilato, ma non abbastanza da nascondere Marika.
«Chi è questa meraviglia, Gianni?» ha chiesto con un sorriso furbo mentre ci porgeva i menu.
Marika ha sorriso con grazia, da vera signora, ma con quel luccichio malizioso negli occhi.
«Sono Marika, piacere» ha risposto porgendogli la mano.
Io mi sono seduto di fronte a lei, guardandola con un misto di orgoglio e possessività. Sapevo che molti in quella sala stavano immaginando cosa si nascondesse sotto quel vestito elegante. Sapevo che alcuni forse la stavano già spogliando con gli occhi. E quella consapevolezza, invece di infastidirmi, mi eccitava in modo sottile.
«Sei bellissima» le ho detto piano, una volta soli. «E io sono l’uomo più fortunato di questo ristorante.»
Lei ha allungato una mano sul tavolo e ha intrecciato le dita alle mie.
«Sei un porco romantico, lo sai? Mi porti fuori, mi tratti come una signora… mentre poche ore fa mi scopavi come una troia e mi riempivi di sborra.»
Ho riso piano, stringendole la mano più forte.
«E tu mi piaci proprio per questo. Perché sei tutto e il contrario di tutto.»
Marika ha sorriso, un sorriso vero, quasi tenero, mentre intorno a noi continuavano gli sguardi discreti e meno discreti
Eravamo seduti al tavolo, con le luci soffuse del ristorante che le accarezzavano il viso. Marika era splendida: il vestito nero le fasciava il corpo in modo peccaminoso ma elegante, la scollatura generosa lasciava intravedere la curva morbida del seno, mentre i capelli le ricadevano sulle spalle con naturalezza. Il suo sorriso era luminoso, gli occhi vivaci da gatta sorniona brillavano di intelligenza e malizia. Non volevo rovinare quel momento, non volevo spegnere quella luce sul suo volto delicato.
Mentre aspettavamo gli antipasti, ho preso coraggio e le ho stretto dolcemente la mano sul tavolo.
«Marika… posso farti una domanda un po’ seria?»
Lei ha inclinato la testa, curiosa.
«Dimmi tutto.»
Ho respirato profondo, cercando le parole giuste.
«Mi sto chiedendo chi sei davvero. Non la dea del sesso che ho incontrato stasera… ma tu, Marika. Vorrei conoscere la tua storia. La tua infanzia, la tua famiglia, cosa hai studiato, come sei arrivata a fare questo lavoro… le tue passioni, i tuoi interessi, cosa sogni per il futuro. Se vuoi una famiglia, dei figli… Insomma, tutto di te. Però ti prego, non smettere di sorridere così. Il tuo sorriso è troppo bello per rovinarlo.»
Lei è rimasta in silenzio per qualche secondo, guardandomi con quegli occhi penetranti. Poi ha sorriso di nuovo, più piano, più intimo.
«Sei il primo cliente che mi fa una domanda del genere dopo avermi scopata e pagata» ha detto con una risatina leggera. «Va bene, Gianni. Te lo racconto.»
Ha bevuto un sorso di vino rosso, poi ha iniziato a parlare con voce calma, quasi calda.
«Sono nata in un paesino del Sud. Famiglia normale, papà operaio, mamma casalinga. Due sorelle più piccole. Infanzia tranquilla, ma povera. Ho studiato ragioneria, ero brava a scuola. Volevo fare l’università, Economia, ma i soldi non bastavano. A ventidue anni sono venuta a Milano per cercare lavoro. Ho fatto la commessa, la segretaria… ma i soldi erano pochi e gli uomini… gli uomini erano sempre lì, a promettere, a chiedere, a insistere. Una sera un uomo più grande mi ha offerto una cifra assurda per una notte. Ho accettato. E da lì… è iniziato tutto.»
Ha fatto una pausa, giocando con lo stelo del bicchiere.
«All’inizio lo facevo solo per soldi. Poi ho capito che mi piaceva. Mi piace il potere che ho sugli uomini, mi piace il sesso senza filtri, mi piace essere desiderata. Non mi vergogno. Sono una puttana, Gianni, e sono brava a esserlo. Ma non è tutta la mia vita. Mi piace leggere, soprattutto romanzi storici e thriller. Adoro cucinare piatti del Sud. Sogno di viaggiare, di vedere il Giappone un giorno. E sì… ogni tanto penso a una famiglia. A un uomo che mi accetti per quello che sono, che non mi giudichi. Ma è difficile. Gli uomini o mi vogliono solo per scopare, o scappano quando capiscono davvero chi sono.»
Mi ha guardato dritto negli occhi, con quel sorriso da gatta che si era fatto più dolce.
«E tu, porco romantico? Sei qui che mi guardi come se fossi la donna della tua vita. Non hai paura di innamorarti di una come me?»
Ho sentito il cuore stringersi forte. Le ho accarezzato il dorso della mano con il pollice.
«Forse è già troppo tardi per avere paura» ho risposto piano.
Marika ha riso piano, ma i suoi occhi erano lucidi di emozione. In quel momento, tra il brusio del ristorante e gli sguardi degli altri tavoli, mi sono sentito più vicino a lei di quanto non fossi stato con nessuno da anni.
La scollatura generosa valorizzava il suo seno, i capelli le cadevano morbidi sulle spalle e quegli occhi da gatta sorniona brillavano di una luce viva ma anche un po’ guardinga. Sentivo un trasporto fortissimo verso di lei: ammiravo la sua grinta, la sua forza, la capacità di aver accettato i suoi compromessi senza fingere di essere qualcun altro. Era una donna vera, complessa, ferita ma indomita. Eppure percepivo che c’era dell’altro, qualcosa di più profondo che non mi stava ancora raccontando. Non volli insistere. Non volevo essere pesante, noioso o invadente.
Le tenevo la mano sul tavolo mentre lei finiva di raccontarmi il suo passato: l’infanzia calabrese, gli studi fatti fra un cliente e l’altro, la laurea in Lettere grazie a quel professore che la fotteva e poi le spiegava Dante, il master in Archeologia con il collega archeologo che la usava come un giocattolo sessuale durante i “viaggi di lavoro”.
Quando finì di parlare, il suo sorriso era ancora lì, ma velato di una malinconia sottile.
«Ecco chi sono» concluse piano. «Una puttana laureata.»
Rimasi in silenzio qualche secondo, accarezzandole il dorso della mano. Poi, con un mezzo sorriso, le feci notare ciò che accadeva intorno a noi.
«Lo sai che da quando siamo entrati almeno sei uomini ti stanno spogliando con gli occhi? Quello lì in fondo, il signore con la cravatta blu, ti guardava come se volesse piegarti sul tavolo e scoparti qui davanti a tutti. E non è l’unico.»
Marika rise piano, ma i suoi occhi si accesero di una luce maliziosa e caustica. Si sporse leggermente verso di me.
«Ti eccita, vero? Sapere che tutti questi uomini vorrebbero fottermi sul tavolo mentre tu guardi. Sei proprio un cuckold nato, Gianni. Dimmi la verità… quando la tua ex Livia si faceva sbattere e usare davanti a te, cosa provavi esattamente? Eccitazione? Gelosia? Umiliazione? O tutte e tre le cose insieme?»
La sua curiosità era genuina, ma c’era anche qualcosa di invidioso e pungente nel tono. Come se volesse mettermi alla prova, come se volesse vedere fino a che punto arrivava la mia perversione.
Risposi con sincerità, guardandola negli occhi:
«Tutte e tre. Mi eccitava da morire vederla trasformata in troia, sentirla urlare di piacere mentre la usavano come una lurida puttana. Ma c’era anche gelosia, un nodo allo stomaco… e tanta umiliazione. Eppure non riuscivo a fermarmi. Anzi, più soffrivo, più godevo.»
Marika mi osservò a lungo, con quel sorriso da gatta che ora aveva una sfumatura più tagliente.
«Interessante… Quindi tu cerchi una donna che possa farti provare di nuovo tutto questo. Una che ti faccia impazzire e soffrire allo stesso tempo.»
Non era una domanda. Era un’affermazione.
Sentivo il trasporto crescere dentro di me, forte e pericoloso, ma anche una leggera inquietudine. Sapevo che dietro la sua grinta e la sua sensualità c’era molto altro che non mi aveva ancora raccontato. Però non insistetti. Volevo che fosse lei a decidere quando aprirsi di più.
Le strinsi la mano più forte e le sorrisi.
«Forse sì. O forse sto solo capendo che con te è tutto più intenso. Anche solo stare qui a cena.»
Lei non rispose subito. Si limitò a guardarmi con quegli occhi vivaci, un velo di malinconia misto a curiosità e sfida.
Marika mi guardava con quel sorriso da gatta, un misto di divertimento, sfida e qualcosa di più oscuro. Si sporse leggermente verso di me, abbassando la voce ma non abbastanza da non farmi sentire il calore delle sue parole.
«Quindi ti piace essere qui con una puttana, eh Gianni? Ti piace l’idea che magari il tuo amico Vito abbia già infilato il suo cazzo fra le mie labbra… che mi abbia già scopata e sborrato dentro la figa prima che arrivassi tu stasera. Ammettilo, porco. Cazzo, sei un maiale vero. Ti eccita sul serio l’idea, vero?»
Le sue parole mi colpirono dritte all’inguine. Sentivo il cazzo indurirsi sotto il tavolo mentre lei mi provocava con quella voce calda e caustica. Volevo risponderle, ma non volevo svelare troppo presto quanto fossi già perso. Così, invece di darle soddisfazione, la incalzai con un’altra richiesta, guardandola fisso negli occhi.
«Prima di risponderti… fai una cosa per me. Metti due dita nella tua figa, proprio adesso, e poi porgimele da baciare.»
Marika sgranò leggermente gli occhi, sorpresa, ma il suo sorriso si allargò, malizioso e un po’ eccitato.
«Perché, porco?»
«Perché voglio vedere se anche tu sei eccitata dalle tue parole, dai tuoi pensieri e dai tuoi ricordi.»
Per qualche secondo rimase immobile, poi, con un gesto nascosto sotto il tavolo, si infilò la mano tra le cosce. La vidi trattenere il respiro per un istante mentre le dita scivolavano dentro di sé. Pochi secondi dopo le tirò fuori e me le porse, ancora lucide, proprio sopra il tavolo.
Io, senza esitare, mi sporsi in avanti e le presi tra le labbra. Le leccai lentamente, assaporando i suoi umori dolci e caldi, proprio lì, di fronte a tutti. Il suo sapore mi invase la bocca mentre i nostri sguardi rimanevano incatenati. Sentivo chiaramente che era bagnatissima.
Marika arrossì appena, ma non ritirò la mano. Anzi, spinse leggermente le dita più a fondo nella mia bocca, guardandomi con un misto di stupore, eccitazione e sfida.
«Sei proprio un maiale senza vergogna…» sussurrò con voce roca. «E mi stai facendo bagnare ancora di più.»
Intorno a noi il ristorante continuava il suo brusio, ignaro o forse no di quello che stava accadendo al nostro tavolo. Io continuavo a leccarle le dita con calma, assaporando ogni goccia dei suoi umori, mentre dentro di me quel trasporto verso di lei cresceva sempre più forte, pericoloso e inevitabile.
Lei ritrasse lentamente la mano, si sistemò composta sulla sedia e mi guardò con occhi brillanti.
«Allora? Ti piace l’idea che Vito mi abbia già usata o no, porco mio?»
Marika mi guardava con quel luccichio malizioso negli occhi, in attesa della mia risposta. Io le sorrisi, ancora con il sapore dei suoi umori sulle labbra, e decisi di essere sincero.
«Sì Marika, ti confesso che mi eccita. Mi eccita da morire l’idea che ti abbia già montata… oltretutto lui è calabrese come te. Chissà, forse già lo conoscevi… hehehe.»
Lei scoppiò a ridere, una risata cristallina e divertita.
«No purtroppo non l’ho mai incontrato. Ma prima di uscire gli lascerò il mio biglietto da visita!»
«Ma dai… hai anche i biglietti da visita?» chiesi stupito.
Marika alzò un sopracciglio con aria professionale e divertita allo stesso tempo.
«Che credi? Sono una vera professionista del sesso, mica una quaquaraquà!»
Hahaha.
Aprì la borsetta elegante e ne estrasse un biglietto da visita. Me lo porse con un gesto teatrale.
Era un cartoncino raffinato, di carta spessa color crema con scritte in nero e oro. In alto, in caratteri eleganti ma sensuali, c’era scritto:
Dott.ssa Marika Rossi
Servizi alla persona & Intrattenimento esclusivo
Sotto, in corsivo più discreto:
Organizzazione eventi privati, addii al nubilato, feste aziendali
Disponibile per viaggi e accompagnamento
In basso a destra, un piccolo simbolo stilizzato: una rosa rossa con un sottile filo di spine dorate che si avvolgeva intorno. Il numero di telefono e una mail professionale completavano il tutto. Sembrava il biglietto di una consulente di lusso, non di una escort. Elegante, discreto, ma con quel tocco di sensualità che non passava inosservato.
Rimasi basito per qualche secondo, rigirandomelo tra le dita. Poi scoppiammo a ridere insieme come due ragazzini complici, cercando di non dare troppo spettacolo nel ristorante.
«Sei proprio una grandissima zoccola, tesoro!» le dissi ridendo, ma con un affetto sincero nella voce.
Marika si asciugò una lacrima di riso dall’angolo dell’occhio e mi guardò con tenerezza mista a malizia.
«E tu sei il primo cliente che mi fa ridere così tanto dopo avermi leccato le dita sotto il tavolo. Siamo proprio una bella coppia di matti, eh?»
Mi porse di nuovo la mano sopra il tavolo e io gliela strinsi forte. In quel momento, tra le risate, le provocazioni e quel biglietto da visita elegante e spudorato, sentivo il trasporto verso di lei farsi sempre più profondo. Non era solo sesso. Era qualcosa di vero, di vivo, di pericolosamente bello.
Intanto arrivarono le portate principali. La grigliata mista fumante e profumata fu servita con cura da due camerieri. Dietro di loro comparve Vito, con il suo sorriso da vecchio lupo di Milano, elegante nel suo gilet scuro.
«Gianni, spero che la cena sia di tuo gradimento e che ti abbia fatto fare una bella e golosa figura con la tua affascinante ospite» disse con tono affabile, ma gli occhi già puntati su Marika.
Senza aspettare, prese la mano di lei — proprio quella che solo pochi minuti prima era stata dentro la sua figa — e se la portò alle labbra. Le diede un bacio lungo, stringendola più del dovuto, inspirando forse il suo profumo intimo. Il suo sguardo scese senza pudore nella generosa scollatura di Marika, soffermandosi sul seno.
«L’ingegnere ha sempre un ottimo gusto in fatto di donne» commentò con voce calda. «Spero che Gianni non sia troppo egoista e lasci qualche briciola anche agli amici…»
Quelle parole rimasero sospese nell’aria come una promessa sporca. Io sentii una fitta familiare: eccitazione mista a quel nodo allo stomaco che conoscevo bene.
Marika sorrise con grazia, da vera professionista, ma io notai il luccichio divertito nei suoi occhi. Ritirò la mano con eleganza, senza però sembrare offesa.
Quando Vito si allontanò, mi sporsi verso di lei.
«Vito… è un vecchio maiale. E non ha tutti i torti a provarci.»
Marika bevve un sorso di vino e mi guardò con aria provocatoria.
«Sembra che tu e lui abbiate già condiviso qualcuna in passato, o sbaglio?»
Non potei fare a meno di sorridere con un velo di malinconia.
«Una volta Livia ha voluto farsi scopare nel cesso del ristorante proprio da Vito e da un suo cliente importante. È tornata al tavolo con le guance rosse, le gambe un po’ tremanti e un regalino dentro. Un preservativo usato, ancora pieno della sborra calda di Vito, annodato e infilato nella figa. A casa me se l’è versato sul pube e mi ha fatto leccare tutto… da bravo cornuto devoto.»
Marika mi fissò per qualche secondo, poi scoppiò in una risatina bassa e calda.
«Porco… ti vedo già eccitato solo a raccontarmelo. Quindi ti piace davvero l’idea che il tuo amico possa avermi già assaggiata… o che possa farlo in futuro.»
Non risposi subito. Mi limitai a guardarla, sentendo quel trasporto profondo crescere dentro di me. Era bellissima, sfacciata, intelligente. E io, nonostante tutto, mi sentivo sempre più attratto da lei, da questa sua capacità di stare al gioco senza fingere.
«Forse sì» ammisi piano. «Ma stasera… stasera vorrei averti solo per me.»
Marika allungò di nuovo la mano sul tavolo e mi sfiorò le dita.
«Vedremo, maiale. La notte è ancora lunga.»
La cena giunse al termine dopo un dolce condiviso e due bicchieri di passito. Ero sazio, un po’ brillo e con la testa piena di lei. Mi alzai per pagare il conto e mi diressi al guardaroba a prendere la giacchina leggera di Marika.
Mentre ero via, vidi con la coda dell’occhio Vito che, rapido come un predatore, si avvicinava al nostro tavolo. Sicuramente per attaccare bottone e sondare la situazione. Non mi sorprese. Lo conoscevo bene.
Quando tornai, Vito si era già dileguato, impegnato a intrattenere altri commensali. Mi avvicinai a Marika da dietro e, da perfetto gentiluomo, l’aiutai a indossare la giacchina, sistemandogliela sulle spalle con cura. Lei si voltò verso di me con quel sorriso da gatta che ormai mi faceva tremare.
«Sai che mi ha chiesto Vito mentre non c’eri?» disse divertita.
«Dimmi.»
«Se sono la tua fidanzata… e se anch’io sono di mentalità aperta come la tua ex. Hahaha. Sai che ho fatto? Gli ho dato il mio bigliettino da visita, invitandolo a scoprirlo lui stesso.»
Rise di gusto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Sei contento, maiale?»
In quel momento sentii una fitta dolorosa al petto. Pura gelosia. Cruda, improvvisa, bruciante. Non era solo eccitazione. Era qualcosa di più profondo, di più possessivo. L’idea che Vito potesse averla, che lei gli avesse dato il biglietto con tanta naturalezza, mi aveva colpito più di quanto volessi ammettere.
Cercai di dissimulare con un sorriso, ma non fui abbastanza bravo. Marika mi guardò attentamente e capì al volo. Si avvicinò, mi sistemò il colletto della camicia con un gesto quasi tenero e sussurrò:
«Gianni… ricordati che sono una puttana.»
Lo disse con dolcezza, ma anche con fermezza. Non era un rimprovero. Era un promemoria. Una verità che entrambi dovevamo tenere bene a mente.
Quella frase mi rimase dentro mentre uscivamo dal ristorante, stretti sotto l’ombrello. Pioveva ancora. Io ero silenzioso, lei mi camminava accanto con passo leggero.
La pioggia era diventata più sottile quando la riaccompagnai a casa. Guidavo piano, quasi per far durare il più possibile quella serata. Marika sedeva accanto a me, silenziosa ma serena, con la giacchina leggera sulle spalle e lo sguardo rivolto alla città che scorreva fuori dal finestrino.
Arrivati sotto il suo palazzo, spensi il motore. Per un attimo rimase ferma, come se stesse per dirmi qualcosa di importante. Aprì la bocca, forse per invitarmi a salire, ma poi si trattenne. Un piccolo sorriso malinconico le attraversò il viso.
«Grazie per questa splendida serata, Gianni» disse dolcemente. «È inutile che ti dica di chiamarmi quando vuoi… lo sai già. Sei una bella persona, a parte il modo in cui ci siamo conosciuti. Ma ricordati chi sono… e lo ricordo anche a me stessa.»
Quelle parole mi colpirono in pieno petto. C’era tenerezza, ma anche una lucidità spietata. Lei sapeva esattamente cosa stava facendo: proteggeva entrambi da un’illusione troppo pericolosa.
Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Fu un bacio intenso, profondo, quasi disperato. Le sue labbra morbide premevano contro le mie, la lingua cercava la mia con passione. Mi strinse forte a sé per qualche secondo, come se volesse imprimersi il mio sapore, il mio odore. Poi si staccò lentamente, gli occhi lucidi.
«Buonanotte, porco romantico» sussurrò con un ultimo sorriso.
Scese dalla macchina e si avviò verso il portone senza voltarsi. La guardai scomparire dentro il palazzo, la figura elegante che si dissolveva nella luce gialla delle scale.
Rimasi lì, seduto in macchina, con il cuore pesante e il cazzo ancora mezzo duro. Quella donna mi aveva già preso. Non era solo attrazione. Era qualcosa di più profondo, di più complicato. Un trasporto che faceva già male.
Dopo quella sera non seppi più niente di Marika per quasi due mesi.
Mi ero imposto di non scriverle. Di non cercarla. Di dimenticarla.
Ci provai davvero. Mi immersi nel lavoro, uscii con amici, cercai di distrarmi in tutti i modi possibili. Ma il pensiero di lei tornava, inevitabile, soprattutto la notte. Il suo sorriso da gatta, il suo odore, la sua voce calda mentre mi chiamava porco, quel bacio intenso sotto casa… tutto tornava a tormentarmi come una dolce ossessione.
Forse non ero il solo a pensarci.
Era una sera di metà dicembre, due giorni prima di Natale. Fuori faceva freddo, le luci delle feste illuminavano la città. Ero a casa, sul divano, quando il telefono vibrò.
Marika.
Il cuore mi fece un balzo.
«Ciao porco romantico… vedo che mi hai dimenticata! 😏 Posso disturbarti un momento? Ho un problema e forse tu puoi aiutarmi. Posso venire da te in ufficio?»
Lessi il messaggio tre volte, con un sorriso stupido che mi saliva alle labbra nonostante tutto. Risposi quasi subito, senza riuscire a trattenermi:
«Marika, per te la porta è sempre aperta. Vieni quando vuoi, solo chiamami mezz’ora prima così so se ci sono. Che bello leggere un tuo messaggio 🤎»
Rimasi a fissare lo schermo per minuti interi, con il cuore che batteva forte. Quella donna era tornata. E io, che mi ero tanto sforzato di dimenticarla, sentivo già l’emozione salire, mescolata a una punta di preoccupazione. Che problema poteva avere? E perché proprio da me?
Due giorni prima di Natale, nel pieno di quel freddo milanese, Marika stava per rientrare nella mia vita. E io, da bravo porco romantico, non vedevo l’ora.
Marika si fece viva la mattina successiva.
Erano le nove e mezza. Fuori il cielo di Milano era basso e grigio, una di quelle giornate di dicembre che sanno di umidità e di fine anno. Ero già in ufficio da un’ora, il monitor acceso, i disegni CAD aperti, ma la mente altrove. Quando il telefono squillò e sul display comparve il suo nome, il cuore mi fece un balzo quasi adolescenziale.
«Ciao Gianni… sono qui sotto. Posso salire?»
La voce era bassa, un filo più fragile di quanto ricordassi.
«Ma certo, Marika. Vieni. Il mio ufficio è al primo piano, l’ultimo in fondo al corridoio. Avviso io di farti entrare.»
Chiamai Sonia.
«Sto aspettando una signora. Accompagnala pure da me, per favore.»
Passarono due minuti. Poi la porta si aprì.
Marika entrò con lo stesso passo leggero di sempre, nonostante il tempo pessimo. Cappotto scuro, tacchetti alti, postura impeccabile. Sembrava uscita da una di quelle fotografie in cui le donne sanno di essere guardate. Solo che stavolta portava due grandi occhiali da sole neri che le coprivano quasi metà del viso.
«Grazie Sonia, ci penso io» dissi alla segretaria, congedandola con un sorriso.
Marika si volse un attimo verso di lei e la ringraziò con gentilezza, quasi con un’educazione antica. Poi restammo soli.
Mi avvicinai, le presi le mani. Erano fredde.
«Ma che succede?» chiesi piano. «Hai problemi di soldi?»
Lei si irrigidì. Un lampo le attraversò lo sguardo, anche dietro le lenti scure.
«Cazzo, sei come tutti gli altri…» quasi ringhiò. «Ti credevo diverso. Pensi solo alla figa e ai soldi, quando si tratta di una donna.»
Le parole mi colpirono come uno schiaffo. La stretta delle mie mani si allentò.
«Scusa. Perdonami. Dimmi pure. Sono qui. Se posso aiutarti… lo sai che mi sei rimasta dentro.»
Lei distolse lo sguardo un istante, poi ripeté, più bassa, quasi un sussurro che tremava:
«Trattami come una donna normale, allora.»
«Perdonami» ripetei. «Ti ascolto.»
Con un gesto lento, quasi vergognoso, staccò una mano dalla mia e si tolse gli occhiali.
Sotto l’occhio sinistro c’era un grosso ematoma violaceo, gonfio, che le scendeva fino allo zigomo. La pelle intorno era scura, viva, dolorosa solo a guardarla.
Il sangue mi si gelò.
«Marika… chi cazzo è stato?»
Lei abbassò lo sguardo.
«Posso sedermi?»
«Oh scusa, che scemo… sì, certo. Accomodati qui sulla poltroncina.»
Si sedette con cura, come se ogni movimento le costasse qualcosa. Le mani le tremavano leggermente mentre riponeva gli occhiali nella borsetta. Restò in silenzio qualche secondo, poi alzò gli occhi e cominciò a parlare. La voce era bassa, ma chiara. Ogni parola sembrava pesarle.
«Sai quella sera quando mi hai portato al ristorante… ed io, cretina, per farmi bella con te, ho lasciato il biglietto da visita a quel porco di Vito?»
«È stato lui?» chiesi subito, già con la rabbia che saliva. «Ora lo prendo a calci…»
«No, Gianni. Non è stato lui.» Scosse la testa, e un piccolo sorriso amaro le sfiorò le labbra. «Anche se poi, dopo un paio di giorni, mi ha chiamata. È venuto per… scopare la tua “fidanzata”. Io pensavo fosse un cliente come tutti gli altri. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare.»
Si fermò un attimo, mi guardò di sottecchi. «Così sei anche tu contento che mi abbia scopata il tuo porco amico, eh?»
Provocava, ma sotto c’era qualcosa di più fragile. Come se volesse testare fino a che punto ero disposto a starle vicino.
«Ma dai… io dicevo per dire» mormorai. «Dimmi chi è stato.»
Lei inspirò a fondo. La voce si fece ancora più bassa.
«Dopo che mi ha scopata… e ha visto che a letto non sono proprio male… qualche giorno dopo mi ha richiamata. Mi ha detto che ha molti “clienti” che sarebbero felici di provare le mie performance. E così mi ha passato un suo “amico”. Li ha chiamati insieme a me al cellulare. Quello avrebbe gradito… scoparmi.»
Fece una pausa. Le dita si intrecciarono sulle ginocchia.
«Si chiama Salvatore. Un tipo arrogante. Bastardo anche nei modi. Un po’ più vecchio di te. Mi ha offerto mille rose per andare da lui un pomeriggio. Ed io, cretina, ho accettato. Da lì è cominciata tutta questa storia.»
Alzò lo sguardo. Negli occhi c’era paura. Vera.
«Salvatore è uno che ricicla soldi sporchi… ma questo l’ho saputo dopo. Un tipo pericoloso. Per farla breve… quel pomeriggio è stato uno schifo. Mi ha usata come una carta straccia. Un oggetto da piacere. Nient’altro.»
La voce si spezzò un poco. «Non so perché, ma si è invaghito di me. Ha cominciato a tormentarmi di messaggi, di telefonate. Voleva usarmi solo lui. Voleva che diventassi di sua proprietà. Io ho provato a ribellarmi… e questo è il risultato.»
Si toccò leggermente l’ematoma con la punta delle dita. «Mi ha picchiato con il cellulare. Direttamente nell’occhio.»
Restò in silenzio un momento. Poi le parole uscirono più veloci, come se avesse paura di trattenerle ancora.
«Oddio, Gianni… sono in un guaio. Questi sono pericolosi. Sono legati ad ambienti… a quelli che ho lasciato alle spalle anni fa in Calabria. Oddio, non so più che fare. Sono stata una cretina.»
La lasciai parlare. Non interruppi. Non offrii soluzioni. Non feci il cavaliere. Restai lì, seduto di fronte a lei, a ascoltare ogni silenzio, ogni respiro interrotto, ogni leggero tremito delle mani.
Quando finì, il silenzio dell’ufficio sembrò più pesante. Lei teneva lo sguardo basso, le spalle leggermente curve, come se aspettasse un giudizio, o forse solo un rifiuto.
Mi alzai. Mi avvicinai. Mi chinai e la presi tra le braccia senza dire nulla.
La strinsi con cura, senza stringere troppo, come si fa con qualcosa di prezioso e fragile allo stesso tempo. Sentii il suo corpo irrigidirsi per un istante, poi cedere. Un respiro lungo, quasi un singhiozzo trattenuto, le scosse le spalle.
Mi appoggiai la guancia contro i suoi capelli. Odore di shampoo e di freddo invernale.
Dentro di me qualcosa si stringeva. Non era solo pietà. Non era solo rabbia per chi le aveva fatto del male. Era quella stessa cosa dolce e pericolosa che avevo provato la prima sera, e poi al ristorante, e poi sotto casa sua. Quella cosa che mi ero imposto di non nominare nemmeno a me stesso.
La tenevo tra le braccia e sapevo già che non sarei riuscito a restare solo un amico.
Ma non glielo dissi.
Non ancora.
Marika restò a lungo tra le mie braccia.
Il suo corpo era teso, come se anche l’abbraccio potesse diventare una trappola. Poi, a poco a poco, le spalle si abbassarono. Un respiro tremulo le sfuggì contro il mio petto.
«Vuoi sederti di nuovo?» le chiesi piano.
Annuì. Si staccò con riluttanza, si sistemò sulla poltroncina e strinse le ginocchia. Io mi sedetti di fronte a lei, abbastanza vicino da poterle toccare la mano se avesse voluto, abbastanza lontano da non invadere.
«Continua» le dissi soltanto. «Se ce la fai.»
Lei fissò un punto indefinito sul pavimento. La voce uscì bassa, quasi senza tono.
«Il giorno dopo quel pomeriggio… mi ha chiamato. Subito. Alle nove del mattino. “Apro, Marika. Arrivo.” Non era una richiesta. È entrato come se la casa fosse già sua. E da lì… le pretese sono aumentate. Ogni giorno un po’ di più.»
Si morse il labbro inferiore.
«Non bastava più il sesso. Voleva sapere tutto. Quanti uomini vedevo. Chi erano. Cosa facevo con loro. Me lo chiedeva con durezza, seduto sul mio divano, come se avesse diritto a un resoconto. “Dimmi quanti cazzi hai preso oggi, puttana. Dimmi se ti sono venuti dentro.” Se esitavo, alzava la voce. Se mentivo… lo sapeva. O fingev a di saperlo.»
Alzò lo sguardo un attimo. Gli occhi erano lucidi, ma non piangeva.
«In pochi giorni mi sono ritrovata legata. Io che sono sempre stata libera. Che sceglievo chi, quando, come. All’improvviso c’era lui. E più cercavo di allontanarlo, più lui stringeva. Mandava i suoi uomini a controllare. Li vedevo sotto casa. Macchine ferme. Facce che non conoscevo ma che mi guardavano. Mi seguivano quando andavo a fare la spesa, quando uscivo per un appuntamento. Una volta uno mi ha fermato per strada e mi ha detto soltanto: “Salvatore ti saluta.” Poi è sparito.»
La mano le tremava leggermente. La presi tra le mie, senza stringere. Lei non la ritrasse.
«Un pomeriggio è arrivato senza avvisare. Mi ha strappato il telefono dalle mani. “Sbloccalo.” Gli ho detto di no. Mi ha preso per il collo, non abbastanza da farmi male davvero, ma abbastanza da farmi capire. “Sbloccalo o te lo faccio sbloccare a modo mio.” L’ho sbloccato. Ha scorso messaggi, chiamate, foto. Ha riso. Un riso brutto. “Vedi? Continui a farmi il culo. Continu i a farmi la puttana con tutti.”»
Marika chiuse gli occhi un istante.
«Volevo andare alla polizia. Denunciare tutto. Ma… so di cosa sono capaci certi personaggi. Vengo da quegli ambienti. In Calabria li ho visti da vicino. So che non si fermano a una denuncia. E so cosa succede a chi parla. Allora ho fatto la cosa più stupida di tutte: ho richiamato Vito.»
Il nome le uscì con un misto di rabbia e disprezzo.
«Vito, quel codardo. Quello che fa da ruffiano e si tiene buoni certi tipi facendo loro dei favori. Gli ho spiegato tutto. Gli ho chiesto di intervenire, di dirgli di lasciarmi in pace. Sai cosa mi ha risposto? “Marika, se Salvatore ti vuole, ti vuole. Tu ubbidisci e taci. Con i soldi non c’è problema, lui ne ha quanti ne vuole. Ma se ti ha scelta, non fai domande. Soggiaci e basta.”»
Si passò una mano sul viso, evitando con cura l’ematoma.
«Poi quel porco di Vito gli ha riferito. Ovvio. Salvatore si è sentito preso in giro. È tornato quella sera stessa. Non ha parlato quasi. Mi ha picchiato. Con le mani, con il telefono… e poi mi ha presa. Non era sesso. Era possesso. Mi montava come se fossi la sua cagna, la sua vacca. Senza riguardo, senza un minimo di umanità. Solo per il piacere perverso di sentirmi sua. Di farmi sapere che poteva fare di me quello che voleva.»
La voce si spezzò del tutto.
«E io… non sapevo più come uscirne. Ogni giorno peggio. Ogni giorno più paura. E più mi sentivo piccola.»
Restò in silenzio. Le dita si erano intrecciate alle mie senza che me ne accorgessi. Tremavano ancora, ma adesso stringevano.
Io non dissi nulla per un lungo momento.
Non le promisi che l’avrei salvata. Non le dissi che avrei sistemato tutto. Restai solo lì, a tenere la sua mano, a guardare quel segno violaceo sotto l’occhio, a sentire dentro di me qualcosa che non volevo ancora nominare.
Ero emozionato come un adolescente lei mi guardava mentre la mia mente cercava un modo per fare uscire questa Donna dal suo incubo, la mia mente vorticava, io sono bravo a risolvere problemi tecnici, sono bravo a trovare soluzioni nel mio settore, ho alle spalle decine di brevetti, ma cazzo non mi sono mai trovato a risolvere problemi di miseria umana e soluzioni del genere…
Poi cercai di pensare ad una soluzione originale e bingo!
Mi si è illuminata come una lampadina … forse vedevo un bagliore nel tunnel…. Cosi esclamai!
Amore ho un idea… tu questa sera starai male molto male… tanto che ti dovranno venire a prendere in ambulanza! E cosi le spiegai la mia idea! Tu torni a casa e porterà con te un boccettino che poi ti darò, dovrà fare un po l’attrice…
In pratica tu andrai al supermercato a fare la spesa come se nulla fosse… poi a casa come sempre, e li incomincerai a far cadere le cose, hai dei vicini che sanno quello che fai? Lei “Si certo mi odiano per questo, la coppia di pensionati che sta sotto casa mia ha più volte fatto casino per il via vai di uomini e non manca occasione per denigrarmi, sino a chiamare la Polizia un paio di volte per i “rumori” che provenivano dal mio appartamento!”
Io “Ottimo! perfetto ci avvarremo della complicità involontaria dei vicini, tu ad un certo punto farai cadere delle cose rumorose, piatti, padelle vasi quello che hai in casa, magari urlando ‘aiuto’. Vedrai che questi chiamano subito la Polizia… e io controllerò quando arriva e farò in modo di chiamarti al momento giusto… nel frattempo ti metterai carponi per terra in bagno e con la testa mezza riversa nel wc annuserai un pezzetto di carta igienica imbevuto di questa sostanza… che ti farà addormentare, come svenuta.
Lasciati andare e il pezzetto di carta igienica cadrà nel wc… non reagire, non ti succederà nulla, solo fai in modo di non cadere picchiando la testa…
Ti ha seguito qualcuno quando sei venuta da me? ”
Lei ” no Gianni, ho detto a Salvatore che sarei andata dalla parrucchiera… ”
Io ” Benissimo! Allora poi vai dalla parrucchiera e poi al supermercato… tutto come nulla fosse”
Lei ” ma Gianni non so se sarò in grado! ”
Io ” Tesoro ma sei una professionista fai godere gli uomini come poche, e sai fingere per lavoro…. ”
Lei ” Ma con te non ho mi finto!”
Io ” Ma lo so… so che con me è stato qualcosa di vero…. per questo mi sei rimasta nel cuore e non solo una scopata!”
Lei ” …. anche tu … ”
Io ” ma ora devi essere lucida e precisa, scientifica! Quando sarai li e ti chiamerò al cellulare con un altro numero cosi non è registrato caso mai Salvatore poi controllasse… tu devi svenire veramente e la Polizia sentendo il tonfo dei rumori e poi più nulla … chiamerà i Pompieri che sfonderanno la porta…. e ti troveranno svenuta in bagno… allora allerteranno l’ambulanza e verranno da te… ci vorrà circa 15 minuti mezz’ora, nel frattempo ti riprenderai … all’inizio ti girerà la testa, ma poi in pochi secondi tornerai lucida”
Lei “Ma che cavolo mi fai prendere Gianni?”
Io” ma niente di segreto devi solo annusare del cloroformio, ma una dose minima, non ti darà nessun problema solo un leggero stordimento per un oretta… Ma poi devi essere brava … sia in ambulanza ti daranno ossigeno sicuramente e poi al pronto soccorso ti faranno tutti gli esami di prassi etcetera, spero che tu non abbia preso schifezze droghe etc… ”
Lei ” ma cavolo lo sai che al massimo bevo un bicchiere di vino! ”
Io ” poi devi dire che non hai equilibrio, che non ti senti bene e ti tratterranno in osservazione… e li entro in gioco io… ho un gancio molto fidato dentro e farò ‘truccare’ i tuoi esami… da li si evincerà che sei sieropositiva e che la tua crisi è legata ad una forte carenza di ferro nel sangue… a quel punto vedrai che si farà in modo che la tua situazione arrivi a Vito, sarà una mia confidenza …. e vedrai che da quel momento Salvatore perderà ogni interesse nei tuoi confronti…. ci scommetti?”
Lei ” Gianni sei un demonio, ma come hai fatto a pensare tutto questo in pochi secondi?”
Io “Tesoro, deformazione professionale, ho pensato a questo come fosse un problema di lavoro! Ma tu sai che questo poi comporterà che dovrai smettere di fare la Puttana? Ma nel contempo ritroverai la tua libertà, per il resto tranquilla ti aiuto io.”
Lei ” Oddio Gianni lo sapevo che tu mi avresti aiutata ma non cosi tanto…”
Io ” Ora Amore vieni con me … ”
Cosi ci recammo nel mio laboratorio, tirai fuori dal cassetto il mio flacone di Rinazina per il raffreddore e buttai il contenuto e poi presi il cloroformio e ne versai qualche goccia dentro.
Io ” Ecco pronto ora tieni la boccetta in verticale altrimenti il cloroformio scioglie la guarnizione di gomma, ma per qualche ora terrà comunque ecco prova ad annusare solo un po cosi vedi che effetto fa…”
Marika annusò da distante il cloroformio e quasi svenne fra le mie braccia.
Lei ” Oddio ma è potentissimo!”
Io ” Si molto lo usavo per lucidare il Plexiglass è perfetto ma una volta ero in cortile sottovento e a momenti svenivo… hehehe Marika mi raccomando devi impregnare solo un pochino di carta igienica e poi stando sul wc te la porti sul naso e respiri forte, basta poco, vedrai che ti sentirai svenire quasi subito, non reagire lasciati andare, fai in modo di metterti che cadrai contro un muro e metti una salviettona per proteggerti dalla caduta. Prima aspetta in posizione quando senti che la Polizia è alla porta e suona o bussa tu attivi il trucco… inoltre fai in modo di urlare qualcosa “Aiuto” ma forte cosi attiri l’attenzione dei vicini, hai capito come?”
Lei ” Si Gianni dai non sono scema, vedrai che simulerò tutto bene, ho capito che deve sembrare tutto vero!”
Cosi attuammo il piano, alle 18,30 lei dopo la parrucchiera ed il supermercato andò a piedi verso casa come nulla fosse e io la seguii da lontano, mi feci prestare il cane del mio amico cosi non diedi adito a sospetti e Marika mi seguì con la coda dell’occhio e si sentiva tranquilla sapendo che comunque al limite sarei intervenuto io.
Poi entrò in casa e io curai che tutta la messa in scena filasse come programmato… lei attuò la sceneggiata urlando e spaccando i piatti per terra… e come volevasi dimostrare dopo pochi minuti arrivò una pattuglia della Polizia… che suonò al citofono dai vicini che come due falchetti stavano guardando dalla finestra…
Nel frattempo notai un ragazzo in macchina che all’arrivo della Polizia stava telefonando… sicuramente era un tirapiedi di Salvatore che avvisava che qualcosa non andava da Marika infatti si sentivano i rumori e le urla “Stronzo, bastardo…” e giù un piatto che si rompeva…
Appena la Polizia entrò nel portone avvisai Marica con uno squillo… come se fosse un cliente che la chiamava… Lei visto il numerò passò alla fase ultima del piano e appena sentì gli agenti che suonavano la porta inalò i vapori di cloroformio e svenne…
I Poliziotti come di prassi chiamarono i Pompieri per forzare la porta che poco dopo arrivarono insieme ad un ambulanza già allertata… qualche minuto e si sentì il rumore della porta di casa di Marika che si rompeva e dopo poco ecco che Marika in barella usciva dal portone… si vedeva che era già vigile, il che mi rincuorò… e finalmente mi ritornò il fiato… Poi chiaramente l’ambulanza partì per raggiungere il Pronto Soccorso… io controllai che la situazione si acquietasse e poi chiamai un amico… che comunque avevo già avvisato e messo al corrente del piano.
Roberto un mattacchione di uomo fu contento di aiutarmi e con lui abbiamo un amicizia di lunga data, lui è un bravissimo programmatore ed anche haker per diletto… ci conosciamo sin da ragazzi e quando gli spiegai la situazione e ciò che doveva fare… mi assicurò che sarebbe stato fatto tutto secondo i miei piani.
Io chiamai anche un altro amico medico che lavorava in quell’ospedale che oltretutto mi doveva un grosso piacere in quanto gli avevo sistemato una pratica edilizia di una casa che aveva ereditato e che senza quella non avrebbe potuto vendere e mi assicurò che avrebbe dato un occhio di riguardo a Marika.
Insomma in poco tempo avevo fatto il possibile per far uscire quella meravigliosa Donna dai suoi casini.
Infatti tutto andò secondo i piani e per qualche giorno restammo lontani, io mi occupavo del mio lavoro e Lei fu trattenuta in ospedale per tre giorni, poi quando fu dimessa mi scrisse un messaggio su Telegram dicendomi che stava bene e che le avevano diagnosticato una forte carenza di ferro e soprattutto il fatto che era sieropositiva all’HIV… e mi ringraziava…
Allora passai ad al piano Vito… cosi una sera “per caso” andai a cena da lui con un cliente… e li lo presi da parte e gli raccontai che quella donna con cui ero stato l’ultima volta ed avrei voluto rivedere in quei giorni, e che l’ho chiamata e mi ha riferito di essere sieropositiva… “Per fortuna che a me è andata bene! Cazzo sono corso subito a fare i test!” C
Cazzo ho visto Vito sbiancare come un cencio lavato… hahaha che goduria!
Cosi ho messo in moto la gola profonda che subito avrà riferito a Salvatore ….
Sicuramente il losco individuo visto i suoi contatti avrà fatto verificare la veridicità della prognosi e si preoccupò per se stesso… infatti ho saputo da Marika che come d’incanto le telefonate ed i messaggi di Salvatore scomparvero come fosse mai esistito!
Cosi abbiamo ripreso a sentirci e la facevo venire da me a casa e lei era come una bambina che aveva bisogno di coccole e sicurezza… fino a quando le dissi dai vieni a stare da me, cosi risparmi l’affitto e tutte le bollette…
Marika venne a vivere a casa mia.
Non come amanti. Non come moglie e marito. Semplicemente come due amici che condividevano lo stesso tetto.
Aveva smesso di fare la professione.
Per circa sei mesi tutto filò liscio. Io andavo a lavoro, lei si riposava. Mentalmente e fisicamente. Ogni tanto spariva qualche giorno e tornava dai suoi in Calabria, a riprendere fiato tra le braccia di sua madre. Quando era con me cucinava cene stupende, teneva la casa in ordine, ogni tanto mi veniva a prendere al lavoro e andavamo a pranzo in qualche trattoria.
Io la rispettavo.
La trattavo semplicemente come si tratta una Donna un Amica. Niente tocchi fuori luogo, niente baci sulla bocca, niente sguardi troppo lunghi. Serate sul divano, lei con la testa sulla mia spalla, io con un braccio intorno a lei. La differenza d’età la sentivo, e proprio per quello stavo attento.
Poi arrivò un mattino di giugno.
Ero sotto la doccia nel mio bagno. Acqua calda, occhi chiusi, testa vuota. Sentii la porta del bagno aprirsi. Poi i passi nudi. Poi la maniglia della box.
Aprì.
Era nuda.
Completamente nuda, i capelli sciolti, lo sguardo fisso nei miei. Non c’era pudore. C’era solo una determinazione calda e un po’ impaurita. Entrò sotto il getto senza dire niente. Mi prese il viso tra le mani bagnate e mi baciò.
Fu un bacio lungo, umido, affamato. Le labbra si aprirono sulle mie come se avessero tenuto tutto dentro per mesi. La sentii tremare leggermente contro di me.
Quando si staccò appena, abbastanza da potermi parlare contro la bocca, la voce le uscì bassa, quasi arrabbiata con se stessa:
«Gianni… cazzo, non ce la faccio più.»
La guardai, ancora stordito, l’acqua che ci scorreva addosso.
«Marika… che fai…»
Lei scosse la testa, mi strinse il viso più forte.
«Ho una voglia che mi sta mangiando viva. Ti prego… scopami. Scopami come la puttana che sono. Non voglio più stare qui a fare la brava. Non voglio più solo le cene e il divano. Ti prego, Gianni…»
La voce le tremò sull’ultima parola. Gli occhi erano lucidi, ma non di pianto. Di bisogno. Di decisione.
Io restai fermo un secondo, il cuore che batteva forte.
«Sei sicura? Dopo tutto questo tempo… dopo come ti ho trattata… sei sicura che è questo che vuoi? Perché se partiamo, non torno indietro.»
Lei annuì, e una mezza risata nervosa le uscì insieme a un sospiro.
«Sì. Sono stanca di essere solo la tua amica. Sono stanca di fingere che non ti guardo il cazzo sul divano che diventa duro. Voglio che mi prendi. Voglio che mi fotti forte… e che mentre lo fai mi guardi come mi hai guardato la prima sera. Ti prego…»
Mi baciò di nuovo, più disperata.
Le mani mi scivolarono sulla schiena bagnata, mi tirò contro di sé.
E io, che per sei mesi avevo tenuto tutto chiuso a chiave, sentii la serratura cedere.
Non riuscii a resistere.
Quella voglia era anche la mia. Sei mesi di rispetto, di serate sul divano, di sguardi trattenuti… tutto crollò in un secondo.
La presi in braccio.
Lei si aggrappò al mio collo, le gambe intorno alla mia vita, i corpi ancora gocciolanti. Uscimmo dalla doccia lasciando una scia d’acqua sul pavimento. La portai nella mia camera, sul letto sfatto a metà, le lenzuola ancora scomposte dalla notte. La sdraiai senza mai staccare le labbra dalle sue.
Ero caldo. Bagnato. Duro come non lo ero da mesi.
Le allargai le cosce con le mani e mi buttai tra le sue gambe come un affamato.
La sua figa era già aperta, lucida, gonfia. Un odore dolce e forte mi salì al cervello. Affondai la lingua senza preamboli. La leccai con disperazione, con rabbia trattenuta, con tutta la voglia che avevo tenuto chiusa. La lingua le entrò dentro, le labbra succhiarono il clitoride già duro, il naso premuto contro il suo pube rasato.
Marika gemette forte, subito.
Un gemito lungo, rotto, come se un’onda l’avesse travolta.
«Oh cazzo… Gianni… così… più forte…»
Le mani le si conficcarono nei miei capelli bagnati. Mi premeva il viso contro di sé con forza, muovendo il bacino, scopandomi la bocca. Era giovane, bella, calda… e piena di una voglia che sembrava uno tsumami. La sua figa pulsava contro la mia lingua, i succhi dolci e mielosi mi colavano sul mento, sulle guance. La leccavo come un cane affamato, succhiavo, penetravo con la lingua, le mordevo piano le labbra gonfie.
«Sì… leccami tutta… mangiami… sono la tua puttana… cazzo come mi manca…»
I suoi gemiti diventavano sempre più acuti. Le cosce mi stringevano la testa, i piedi le si piantavano sulla mia schiena. Veniva già. Lo sentivo. Il corpo le si irrigidì, un grido strozzato le uscì dalla gola e un’ondata calda mi inondò la bocca. Continuai a leccarla mentre spasimava, assaporando ogni goccia, finché mi tirò su per i capelli.
«Dentro… adesso… fottimi… ti prego…»
Non me lo feci ripetere.
Mi sollevai, il cazzo durissimo e gocciolante. La guardai negli occhi un istante — quegli occhi furbi, lucidi, pieni di bisogno — poi afferrai le sue cosce, le allargai ancora di più e spinsi.
Entrai tutto d’un colpo.
Fino in fondo.
Con un impeto animale.
Marika urlò.
Un urlo di piacere puro, misto a sollievo. La sua figa era stretta, bollente, bagnatissima. Mi strinse come una morsa.
Cominciai a scoparla.
Forte.
Senza pietà.
Le spinte erano lunghe, profonde, violente. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano riempiva la stanza. Il letto cigolava. Lei si torceva sotto di me, unghie conficcate nella mia schiena, seni che ballavano a ogni urto.
«Più forte… cazzo… scopami come una troia… rompimi…»
Le parole mi accendevano ancora di più. Le afferrai i polsi e glieli bloccai sopra la testa. Continuai a spingere, sempre più duro, sempre più a fondo. La cappella le batteva contro il fondo a ogni colpo. Lei gemeva, urlava, mi chiamava porco, maiale, amore… tutto mescolato.
La sentivo venire di nuovo.
La figa che si contraeva a ondate intorno al mio cazzo, i muscoli che mi mungevano. Non resistetti. Con un grugnito animale affondai fino in fondo e sborrai.
Copiosamente.
A getti caldi e che le riempirono la figa. Continuai a spingere mentre venivo, spingendo lo sperma sempre più dentro, finché non ne uscii più nemmeno una goccia.
Restammo così, uniti, ansimanti, sudati, bagnati di acqua e di sesso.
Lei mi strinse forte con le gambe, mi tenne dentro.
E io, ancora duro dentro di lei, capii che quei sei mesi di rispetto non erano stati un digiuno.
Erano stati solo l’attesa.
Lei era ancora sotto di me, il respiro corto, la figa che mi pulsava intorno. Gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più profondo. Mi guardò e la voce le uscì rotta, piena di desiderio:
«Oddio Gianni… sììììì così ti voglio… voglio essere la tua puttana… io sono una puttana e ho un bisogno animale di cazzo… sìììì ti prego non trattarmi da bambola di porcellana… trattami da puttana da usare… ti voglio…»
Quelle parole mi colpirono dritto nello stomaco.
Per sei mesi l’avevo trattata con i guanti, come qualcosa di fragile e prezioso. Adesso mi chiedeva il contrario. Mi chiedeva di vederla per quello che era… e di amarla comunque.
Si liberò da sotto di me con un movimento agile, si mise carponi sul letto sfatto e mi afferrò il cazzo ancora semi-duro e lucido della mia sborra e dei suoi umori. Lo portò alla bocca senza esitazione. Le labbra calde e umide lo avvolsero tutto d’un colpo. La lingua girava, succhiava, leccava con una fame vorace.
E il mio cazzo, traditore e felice, rispose subito.
Si indurì di nuovo tra le sue labbra, gonfio, pulsante, mentre lei lo succhiava con gli occhi alzati verso di me, gola aperta, saliva che le colava sul mento mescolata al mio sperma.
Quando fu duro come pietra si staccò, un filo di saliva ancora che ci univa.
«Ora ti scopo io…»
Si issò sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. Afferrò il mio cazzo con una mano, lo allineò alla sua figa ancora aperta, larga, colante della sborra che le avevo appena riversato dentro, e si infilò.
Un gemito lungo e roco le uscì dalla gola mentre scendeva fino in fondo.
La sentii.
Le pareti calde e bagnate che mi stringevano la cappella, la sborra che schizzava fuori a ogni movimento, il calore vischioso che ci univa.
Cominciò a muoversi.
Come un’amazzone.
Prima lenta, godendosi ogni centimetro, poi sempre più veloce, più selvaggia. Il bacino lo ruotava, le tette le ballavano, i capelli le cascavano sul viso. Si lasciava andare completamente. Gemiti aperti, senza freni, il corpo che ondeggia va con una grazia lasciva e disperata.
Io le misi le mani sui seni.
Li impastai, li strinsi, le pizzicai i capezzoli turgidi tra le dita. Lei gettò la testa all’indietro e accelerò ancora, scopandomi con forza, usando il mio cazzo come voleva.
«Gianni… dimmi… dimmi che sono la tua puttana… che mi vuoi come donna ma anche come troia… dimmelo… ti prego…»
La guardai mentre mi cavalcava, sudata, bella, piena della mia sborra e della sua voglia. Le mani le premevano i seni, i pollici le strofinavano i capezzoli.
«Sei la mia puttana» le dissi con voce urlata, mentre lei mi stringeva ancora di più. «Sei la mia donna e la mia troia. Ti voglio tutta. Così. Sporca. Mia. E di nessuno. Scopami, Marika… usami… sei perfetta.»
Lei sorrise, un sorriso da gatta sazi a e ancora affamata, e accelerò.
Il letto scricchiolava. I nostri corpi sbattevano. La sua figa mi mungeva, piena, calda, golosa.
E io la lasciai fare.
La lasciai essere esattamente quello che voleva essere.
Lei mi cavalcava ancora, il respiro corto, i seni che si muovevano sotto le mie mani. Ma qualcosa in me — forse i sei mesi di rispetto, forse la memoria di quello che aveva subito — mi fece rallentare. Le mani scesero dai suoi seni ai suoi fianchi, la bloccai piano, abbastanza da farla guardare.
«Marika… fermati un attimo.»
Lei si fermò, ancora infilata fino in fondo, confusa e arrapata.
«Che c’è? Non ti piace?»
Le accarezzai i fianchi con i pollici, la voce bassa ma chiara.
«Mi piace da morire. Ma voglio essere sicuro. Dimmi la verità… stai facendo questo perché lo vuoi tu, o perché pensi che io me lo aspetti? Perché se c’è anche solo un pezzetto di te che lo fa per me e non per te… mi fermo. Subito.»
Lei mi guardò. Gli occhi ancora lucidi di piacere, ma adesso c’era anche lucidità. Restò in silenzio un secondo, poi si chinò in avanti, le mani sul mio petto, il viso a pochi centimetri dal mio.
«Gianni… ascoltami bene. Per sei mesi mi hai trattata come una principessa. Non mi hai mai toccata se non per tenermi la mano o mettermi un braccio intorno. Non mi hai mai chiesto niente. Non mi hai mai fatto sentire in debito. E proprio per questo… adesso lo voglio. Lo voglio io. Con tutto il corpo. Con tutta la testa.»
Si mosse appena, facendomi sentire quanto era ancora calda e stretta.
«Voglio essere la tua puttana perché lo scelgo. Non perché qualcuno me lo impone. Non perché ho paura. Non perché devo. Perché mi eccita. Perché mi fa sentire viva. Perché con te posso essere sporca e amata nello stesso momento. Capisci?»
Annuì. Le mani le risalirono sui fianchi, ma restarono leggere.
«Allora dimmelo. Adesso. Chiaro.»
Lei sorrise, un sorriso vero, un po’ malizioso e un po’ commosso.
«Ti do il permesso. Ti do il consenso. Voglio che mi scopi senza limiti. Voglio che mi usi. Voglio che mi chiami puttana e troia e tutto quello che ti viene. E se a un certo punto non mi piace più, te lo dico e ti fermi. Ma adesso… adesso voglio questo porco!.»
Mi baciò. Un bacio lento, profondo, che sapeva di noi.
«E tu?» chiese contro le mie labbra. «Tu lo vuoi perché lo vuoi, o perché pensi di dovermi “accontentare”?»
Sorrisi. La strinsi più forte contro di me.
«Lo voglio perché ti desidero da sei cazzo di mesi. Perché mi fai impazzire. Perché sei bella, perché sei forte, perché sei tu. E perché mi hai chiesto di non trattarti da bambola di porcellana… e io voglio darti me stesso corpo e testa mia meravigliosa Puttana!»
Lei annuì, soddisfatta. Si raddrizzò di nuovo, riprese a muoversi, più lenta stavolta, più consapevole. Ogni spinta era una conferma. Ogni gemito un sì.
E mentre la sua figa mi risucchiava intorno, calda e piena, capii che il vero eccitamento non era solo il sesso.
Era il fatto che, per la prima volta dopo tanto tempo, Marika ed io ci stavamo scegliendo.
Fu passione pura.
Nei mesi che seguirono non esisté più niente altro.
Le cene venivano dimenticate sul tavolo. I piatti restavano intatti mentre noi ci nutrivamo di altro: di bocche, di pelle, di gemiti, di sborra. Ci nutrivamo di noi. Di quell’amore che era rimasto chiuso per sei mesi e che adesso esplodeva senza dighe. Desiderio represso, ostinato, senza remore e senza limiti.
Scopavamo continuamente.
Ovunque.
Sul divano dove un tempo ci limitavamo ad accoccolarci. In cucina, con lei piegata sul piano di lavoro e le mie mani che le tenevano i fianchi mentre la inculavo. Sotto la doccia, contro il muro, sul pavimento del bagno. In macchina, tornando dal lavoro. Tante volte anche in ufficio, a porte chiuse, con lei seduta sulla mia scrivania e le gambe aperte mentre le leccavo la figa fino a farla squirtare sui disegni.
Sperimentavamo cose che non avevamo mai fatto e Marika vista la sua ex professione ne sapeva tante!
O che avevamo solo sfiorato.
Lei impazziva per le mie mani. Voleva le dita. Sempre. Nella figa, nel culo, tutte e due insieme. Mi prendeva il polso e me le spingeva dentro, gemendo:
«Ancora… più a fondo… usami! Metti dentro la tua mano, Gianni… riempimi…»
E io le ubbidivo. La scopavo con le mani finché non veniva stringendomi le dita come in una morsa, poi la giravo e la inculavo. Ovunque. In piedi, carponi, sdraiata a pancia in giù con il viso affondato nel cuscino. Il suo culetto si apriva per me con una naturalezza che mi faceva perdere la testa. E ogni volta che le sborravo dentro il culo, lei spingeva indietro, come per tenermi tutto.
Producevo sperma come un ragazzino.
Forse era l’eccitazione, forse il Cialis che ormai prendevo a iosa, senza nemmeno nasconderlo. Lei lo sapeva e ne rideva:
«Il mio vecchio porco drogato dal cazzo sempre duro… vieni qui che te lo meriti.»
E se lo prendeva. Tutto. In gola, in figa, in culo. Mi mungeva fino all’ultima goccia e poi mi baciava con la bocca piena, facendomi assaggiare me stesso.
Era bellissimo farla godere.
Lei si dava e pretendeva. Sporco. Dolce. Violento. Tutto insieme. Voleva essere presa alla gola e chiamata puttana, e due minuti dopo voleva che le dicessi che la amavo mentre le leccavo i capezzoli con dolcezza. Voleva schiaffi sul culo e carezze sui capelli. Voleva essere usata e coccolata. E io glielo davo. Tutto.
Ero perso.
Completamente perso.
In quella figa, in quel culo, in quegli occhi che mi guardavano mentre veniva, in quella voce che mi chiamava porco e amore nello stesso respiro.
Non c’era più confine tra sesso e amore.
C’era solo Marika.
E io che ci annegavo dentro, felice di affogare.
Ma come in tutte le rose profumate e bellissime, c’era sempre qualche spina.
E la spina arrivò.
Si svelò con una telefonata.
Era una sera come tante altre. Marika era ancora nuda tra le mie braccia, la pelle calda di sesso, i capelli appiccicati alla fronte. Il telefono sul comodino vibrò. Lei allungò una mano pigra, guardò lo schermo… e il sorriso le morì in faccia.
«È mia sorella…»
Rispose. La voce dall’altra parte era agitata, rotta. La sentii anche io, confusa ma chiara: la mamma si era sentita male. Ricoverata d’urgenza. Sospetto ictus.
Marika impallidì.
Il telefono le tremava in mano. Quando chiuse la chiamata restò ferma un secondo, gli occhi spalancati, poi si voltò verso di me.
«Gianni… devo andare. Subito.»
Non ci fu discussione.
In meno di un’ora eravamo in macchina. Attraversammo l’Italia di notte, lei silenziosa e contratta sul sedile del passeggero, le mani strette in grembo, lo sguardo fisso sulla strada che scorreva veloce. Ogni tanto le prendevo una mano e la stringevo. Lei rispondeva con una pressione debole, ma non parlava. Era costernata. Stremata dalla preoccupazione.
Arrivammo a Cirò.
L’ospedale odorava di disinfettante e di paura. Ci fecero entrare nella stanza.
La mamma era lì.
Semi-inconscia sul letto bianco, il volto tirato da una parte, il braccio e la gamba sinistra immobili. Paralizzata.
Marika non resistette.
Si buttò in avanti con un singhiozzo rotto, le braccia intorno al corpo fragile della madre, il viso affondato contro il suo collo.
«Mamma… mamma mia…»
Le lacrime le scendevano libere, calde, disperate. Quella donna così passionale, così vera, così forte nel sesso e nella vita, adesso era solo una figlia spaventata.
Accanto al letto c’erano le due sorelle.
Giovani. Belle. Entrambe.
Una aveva un corpo perfetto, snello e armonioso come quello di Marika. L’altra era un po’ più in carne, forme morbide e generose. Ma quello che mi colpì di più furono gli occhi.
Gli stessi occhi di Marika.
Profondi. Scuri. Particolari. Occhi in cui ci si poteva perdere. Occhi che raccontavano la stessa terra, lo stesso sangue, la stessa intensità.
Mi feci da parte, rispettoso.
Restai in silenzio vicino alla porta, presente ma non invadente. Marika aveva bisogno di essere figlia, in quel momento. Non amante. Non fidanzata. Solo figlia.
E io, che per mesi l’avevo avuta tutta per me — corpo, gemiti, sborra, amore sporco e dolce — adesso la guardavo piangere su sua madre e sentivo il cuore stringersi in un modo diverso.
Più quieto.
Più vero.
La rosa aveva mostrato le sue spine.
E io restavo lì, a tenerle la mano quando me la cercava, senza null’altro.
La cultura calabrese ci avvolse appena mettemmo piede in quella stanza d’ospedale.
Non era fatta di cartoline o di stereotipi. Era qualcosa di più antico, più carnale. Era il sangue che chiama il sangue. Era la famiglia come unica vera religione.
Le sorelle di Marika non mi guardarono con sospetto. Mi guardarono come si guarda chi arriva insieme a una di loro nei momenti brutti. Con un cenno del capo, con occhi stanchi ma aperti. Una di loro — quella dal corpo perfetto, che si chiamava Rosaria — mi porse una sedia senza dire una parola. L’altra, più morbida, Lucia, mi offrì un fazzoletto di carta e un sorso d’acqua da una bottiglia ancora fresca.
«Siediti, uagliò… stai con noi.»
La voce aveva il ritmo lento e cantilenante della Calabria ionica. Cirò. Terra di vino forte, di sole che brucia, di mare che sa di sale e di storie antiche.
Marika era ancora piegata sul letto della madre, le spalle scosse dai singhiozzi. Le sorelle non la toccarono subito. Aspettarono. Nella cultura di quella terra il dolore si rispetta. Si lascia spazio. Poi, quando il primo urto è passato, si entra. Lucia le posò una mano sui capelli e cominciò a parlarle piano, in dialetto. Parole che non capivo del tutto, ma che suonavano come una ninnananna antica:
«Stai calma, sorella mia… a mamma è tosta… a mamma è calabrese… non si arrende mica così…»
E io, settentrionale fino al midollo, capii in quel momento quanto fosse diversa la loro idea di famiglia.
Non era solo affetto. Era possesso dolce. Era “sangue mio”. Era il mondo intero ridotto a quelle quattro persone intorno a un letto d’ospedale.
Fuori dalla stanza, nel corridoio, arrivarono zii, cugini, vicini di casa. Nessuno aveva chiamato. Si erano sparsa la voce. In Calabria le notizie cattive viaggiano più veloci del vento. Portavano anche buste di cibo: taralli fatti in casa. Non per mangiare subito. Per stare. Per dire “ci siamo”.
Una vecchia zia, tutta nera e rughe, mi fissò a lungo. Poi chiese a Marika, a mezza voce:
«Chistu è u to omu?»
Marika alzò il viso gonfio di pianto e annuì.
«Sì, zia. È Gianni.»
La vecchia mi studiò ancora un secondo, poi fece un cenno del capo, come se mi avesse accettato nel cerchio. Mi porse un tarallo.
«Mangia. T’ha fatto la strada lunga. E tieni stretta a Marika. Chista famigghia ha bisogno di omini veri adesso.»
In quelle parole c’era tutta la Calabria che stavo conoscendo: la durezza, la tenerezza grezza, il senso del dovere verso i propri, la convivenza quotidiana con la sventura, e quella forza silenziosa che viene dalla terra e dal sangue.
Marika mi cercò con lo sguardo. Io le presi la mano.
E per la prima volta da quando eravamo arrivati, lei strinse forte.
Non eravamo più solo amanti.
Non eravamo più solo due corpi che si cercavano ovunque.
Eramo entrati in qualcosa di più grande.
Nella famiglia.
Nella Calabria.
Nelle spine e nel profumo della stessa rosa.
Poi dovemmo uscire da quella stanza.
Le ore di visita erano finite. Gli infermieri, gentili ma fermi, ci fecero capire che la mamma aveva bisogno di riposo e di silenzio. Marika non voleva andarsene. Si era aggrappata al bordo del letto bianco come se lasciarlo significasse abbandonarla. Gli occhi gonfi, le labbra strette, il corpo teso.
«Non posso lasciarla sola… è mia madre…»
Le sorelle la presero dolcemente per le braccia. Io restai un passo indietro, presente ma discreto. Alla fine, con un ultimo bacio sulla fronte della mamma, Marika si lasciò trascinare fuori.
Nel corridoio si fermò.
Si appoggiò al muro e chiuse gli occhi. Si vedeva chiaro: le mancava già. Si sentiva la figlia più grande. Quella che doveva sostituirla. Quella che doveva tenere insieme i pezzi.
E allora si fece forza.
Quella forza che ha dentro. La forza della sua terra. Una terra fatta di contrasti duri: sole implacabile e ombre profonde, mare dolce e montagne aspre, generosità sconfinata e orgoglio tagliente. Proprio come lei. Marika era fatta così. Piena di spigoli, di contraddizioni, di ferite e di fuoco. Ma quando riuscivi a rompere quel velo — quel velo anche di puttana consapevole, di donna ferita, di figlia spaventata — trovavi una passione unica. Una forza unica. Una generosità che non teneva nulla per sé.
Uscimmo dall’ospedale.
L’aria di Cirò sapeva di sale e di terra. Salimmo in macchina e guidammo verso casa della mamma. Una casa bassa, bianca, con il cortile pieno di vasi di fiori e di limoni, le sedie di plastica messe in cerchio come a voler dire “qui si sta insieme”.
Entrammo.
E lì, tra le foto alle pareti e l’odore di caffè fatto al mattino e mai finito, scoprii qualcosa che non sapevo.
Nella cultura calabro-albanese — quella antica, arbëreshe, che ancora resiste in certi paesi della costa ionica e dell’entroterra — la vera capo famiglia è la donna.
L’uomo sembra il comandante. È lui che parla a voce alta, che gesticola, che prende le decisioni “ufficiali”. Ma è sempre un passo indietro. Sempre. La vera autorità, quella silenziosa e definitiva, è della madre. Della nonna. Della donna che tiene i fili. Che sa. Che decide chi entra e chi esce dal cerchio del sangue.
Marika lo sapeva.
Lo aveva sempre saputo.
E adesso che la mamma era su quel letto d’ospedale con la metà del corpo spenta, sentiva il peso di quel ruolo scivolare sulle sue spalle.
Si tolse la giacca.
Si mise a fare il caffè.
Aprì le finestre. Sistemò le sedie. Chiamò le sorelle e cominciò a organizzare i turni in ospedale, chi avrebbe cucinato, chi avrebbe avvisato i parenti più lontani.
La guardavo muoversi in quella casa che odorava di madre e di terra, e capivo.
Capivo perché era così.
Perché poteva essere puttana e santa, fragile e d’acciaio, dolce e spietata.
Perché la sua terra l’aveva fatta così: di contrasti, di spine e di petali.
E io, che venivo da un Nord più freddo e più lineare, restavo in silenzio ad osservarla.
A rispettarla ed amarla ancora di più.
In quella casa mi sentivo fuori posto.
Non perché mi trattassero con distanza. Anzi. Mi avevano accolto come si accoglie chi arriva insieme a una di loro nei momenti duri: caffè subito, sedia vicina al tavolo, domande gentili sul viaggio, sul lavoro, su “come stai, Gianni”. La zia mi aveva già messo da parte un piatto di pasta al forno “per quando hai fame”. Lucia mi aveva sorriso con quegli stessi occhi profondi. Rosaria mi aveva chiesto se avessi bisogno di cambiare i vestiti.
Eppure stavo a disagio.
Perché Marika, lì, era diversa.
Era vera.
Era Addolorata.
Quello era il suo vero nome. Addolorata. Un nome pregno, antico, pieno di sacro e di sofferenza, come tante donne di quella terra. Lei al Nord l’aveva trasformato in Marika per ovvi motivi. Marika era l’alter ego. La versione leggera, carnale, libera, la dea del sesso senza limiti. Marika era quella che si faceva chiamare puttana e lo faceva con orgoglio. Marika era quella che ha scopato con tanti uomini clienti e scopava me sul divano e mi chiedeva di trattarla da troia da usare.
Ma lì, in quella casa bassa dal cortile pieno di limoni, tra le foto della mamma giovane al matrimonio e i santi alle pareti, lei era Addolorata.
Di nome e di fatto.
La figlia maggiore. La più forte. Quella che doveva tenere insieme i pezzi. Quella che faceva il caffè, organizzava, parlava piano con le sorelle, asciugava le lacrime senza farle vedere troppo.
Io sapevo cose di lei che in quel contesto erano fuori luogo.
Fuori tempo.
Sapevo il sapore della sua figa quando veniva. Sapevo come gemesse quando la inculavo. Sapevo le parole sporche che mi chiedeva di dirle. Sapevo che era stata una Puttana per lavoro ed anche per piacere. Sapevo i sei mesi di rispetto e poi l’esplosione di sesso e amore senza freni.
E lì dovevo fingere.
Dovevo essere solo “Gianni, l’amico di Addolorata”. L’uomo del Nord che l’aveva accompagnata. Il compagno discreto.
Oddio, fingere.
E lì dovevo fingere.
Ogni volta che lei mi guardava di sfuggita, con quegli occhi che solo io conoscevo fino in fondo, sentivo il peso di quel segreto. Non era vergogna. Era rispetto. Rispetto per quella casa, per quella madre sul letto d’ospedale, per quelle sorelle che non sapevano — e non dovevano sapere — chi fosse Marika.
Mi alzai.
Chiesi scusa con un sorriso stanco.
«Vado a fare due passi. Mi serve aria.»
Addolorata annuì. Capì.
Mi lesse dentro, come solo lei sapeva fare.
Uscì nel cortile. L’aria di Cirò sapeva di mare e di terra calda. Mi sedetti su una sedia di plastica e guardai i limoni.
E pensai che amare una donna come lei significava anche questo: saper stare nel suo mondo di contrasti. Saper essere l’amante di Marika e l’ombra discreta di Addolorata.
Senza confonderli.
Senza tradirli.
Mi misi a fumare il mio toscano.
Il fumo denso e aromatico mi riempì i polmoni, mi calò sulle spalle come una coperta grezza. Mi rilassava sempre. Era il mio piccolo rito quando il mondo diventava troppo stretto.
Il telefono, invece, non mi dava tregua.
Messaggi, chiamate, mail di lavoro che si accumulavano come un’ondata. I cantieri, i fornitori, i clienti. La vita di sempre che pretendeva di continuare come se niente fosse.
Al diavolo.
Deviai tutto.
Chiamai Sonia.
«Sonia, scusa sono io. Devi occuparti tu di tutto per i prossimi giorni. Avvisa chi di dovere che sono assente per motivi familiari urgenti. Non si discute. Grazie.»
Chiusi la chiamata prima che potesse fare domande. Spensi le notifiche. Riposi il telefono sul muretto del cortile.
Avevo voglia di ritrovarmi.
Di ritrovare quel mio equilibrio instabile ma che mi saziava. Quell’equilibrio fatto di rispetto, di sesso, di silenzi e di gemiti, di Marika e di Addolorata.
Ma una voce dentro di me non stava zitta.
Una voce cattiva. Lucida. Crudele.
Ma che cazzo ci fai qui…
Sei vecchio.
Fai il vecchio e smettila di credere di poter tornare giovane. La tua vita l’hai già vissuta.
Cosa ci fai con Marika… anzi, con Addolorata…
Lei ha bisogno di un giovane. Di uno che ha ancora una vita davanti. Di figli.
Tu saresti solo un nonno. Non un papà.
Il toscano mi tremò leggermente tra le dita.
Guardai il fumo salire verso il cielo di Cirò, limpido e indifferente.
Venticinque anni di differenza.
Io con i capelli che diventano brizzolati, lei con la vita ancora tutta da scrivere. Io che avevo già amato, perso, fallito. Lei che aveva già sofferto troppo e meritava qualcosa di intero, di futuro.
Eppure…
Eppure quando mi guardava con quegli occhi — gli stessi occhi delle sorelle, gli stessi della madre sul letto d’ospedale — qualcosa dentro di me diceva il contrario. Qualcosa diceva che l’età era solo un numero. Che l’amore non chiede il certificato di nascita. Che lei mi aveva scelto. Non per il cazzo. Non per i soldi. Ma per come la trattavo. Per come la vedevo. Per come restavo.
Il toscano si stava consumando.
La voce cattiva continuava a parlare.
Ma io restai seduto su quella sedia di plastica, in quel cortile pieno di limoni, e non me ne andai.
Perché anche se fossi stato solo un nonno…
anche se fossi stato troppo vecchio…
in quel momento ero l’unico uomo che Addolorata voleva vicino.
E quello, almeno per ora, doveva bastare anche a me!



Per me non è una novità...anche se bianchi o nere/i non fanno differenza.... sono solo protagonisti come tutti gli altri..
Ciao William! Mi fa piacere che ti sia piaciuto tanto da rileggerlo. Ma non è stato un calcolo narrativo. L'incipit…
Bellissimo racconto, aspetto il seguito 👍👏
Non solo riempite bene, ma anche fatta la gioia dei cornuti che hanno leccato a dovere!
Rileggendo questo ottimo racconto, mi sorge una domanda: la frase iniziale, dove la protagonista si sveglia con l'intontimento, si ricollega…