Quello che state per leggere è reale. I nomi sono cambiati, i dettagli modificati quel tanto che basta per proteggere le persone coinvolte. Ma tutto quello che leggerete è accaduto.
Episodio 1: La Playlist
C’è un tipo di bellezza che non si nota.
Non perché sia nascosta bene. Perché quasi nessuno ha la pazienza di guardare abbastanza a lungo.
È la bellezza delle donne che hanno smesso di cercare approvazione. Donne che hanno imparato a coprire il corpo, a controllare la voce, a sorridere senza concedere nulla. Donne che non entrano in una stanza: la occupano, e fanno in modo che tutti gli altri se ne accorgano senza sapere perché.
Elena era così.
Aveva cinquantatré anni e il tipo di autorità che non ha bisogno di essere annunciata. Era la CFO di LogistiCa, un’azienda di duecento dipendenti. Gli uomini interrompevano le conversazioni quando passava. Le donne la salutavano con rispetto, a volte con diffidenza. I più giovani controllavano due volte i propri numeri prima di bussare alla sua porta.
Elena portava sempre tailleur scuri, camicie chiare e tacchi neri. I capelli erano raccolti in uno chignon stretto. Non c’era mai un capello fuori posto, una piega sbagliata, un bottone lasciato aperto.
Il suo corpo non era invisibile. Era sorvegliato.
Questa è una differenza che molti uomini non capiscono.
Io sì.
Mi chiamo Alex. Ho quarantacinque anni e lavoro come consulente IT. Sono entrato in quell’azienda per una manutenzione ai sistemi IT come supporto all’IT interno. Tre mesi, forse quattro.
Un periodo abbastanza lungo per imparare gli orari di tutti. Per distinguere le persone dalle maschere che usano in ufficio. Per capire chi resta fino a tardi perché lavora e chi resta perché non vuole tornare a casa.
Sono un uomo facile da ignorare.
Camicia stirata, occhiali sottili, capelli castani con qualche filo grigio. Un fisico robusto, ancora solido nonostante anni di scrivania. Il genere di uomo che viene scambiato per un professore, un amministratore, qualcuno che ascolta e poi dimentica.
È una posizione comoda.
Le persone parlano molto più liberamente davanti a chi non considerano una minaccia.
Il primo giorno ho visto Elena arrivare alle sette e quarantacinque. Puntuale. Non in anticipo, non in ritardo. La sua BMW grigia si fermava sempre nello stesso posto.
Il secondo giorno ho notato che beveva il primo caffè alle dieci e trenta e il secondo alle quindici e trenta. Sempre in piedi, sempre da sola. Non si fermava mai a parlare.
Il terzo giorno ho capito che non era solitudine.
Era disciplina.
Elena aveva costruito intorno a sé un sistema preciso, come quelli che io ero stato chiamato a riparare. Ogni gesto aveva un orario. Ogni parola aveva una funzione. Ogni persona restava alla distanza che lei aveva stabilito.
I sistemi, però, hanno sempre un punto debole.
La prima volta che sono entrato nel suo ufficio aveva un problema alla stampante.
Elena era seduta alla scrivania e stava correggendo un foglio Excel. Non mi ha salutato. Ha indicato la stampante senza staccare gli occhi dallo schermo.
E: «È quella.»
A: «Buongiorno anche a lei.»
Ha sollevato lo sguardo.
E: «La stampante.»
A: «Avevo capito.»
Ho risolto il problema in meno di cinque minuti. Non era un guasto. Il cavo di rete era stato spostato durante le pulizie.
A: «Fatto» ho detto.
E: «Bene.»
Era già tornata al suo foglio.
Avrei potuto uscire.
Invece ho guardato il monitor.
Spotify era aperto in una scheda del browser. La playlist principale si chiamava Lavoro. Bach, Chopin, Miles Davis. Musica pulita, controllata, adatta a un ufficio con pareti di vetro.
Sotto ce n’era un’altra.
Personale.
Battisti. Mina. De André. Paoli.
Non era la scelta musicale a interessarmi. Era il modo in cui aveva organizzato il segreto.
La playlist personale non era nascosta. Era soltanto messa sotto la prima. Abbastanza visibile da poter essere trovata da chi osservava, abbastanza protetta da poter essere negata.
Le cose che le persone vogliono davvero non sono quasi mai chiuse a chiave.
Sono lasciate in un posto dove sperano che qualcuno le trovi.
A: «Mina del sessantasette» ho detto.
Le dita di Elena si sono fermate sulla tastiera.
Non ha chiuso la scheda. Questo è stato il primo dettaglio importante.
E: «Come fa a saperlo?»
A: «A conoscere Mina?»
E: «A sapere quale Mina.»
A: «Conosco le canzoni.»
E: «Tutte?»
A: «Quelle che contano.»
Elena ha lasciato scorrere un secondo prima di fare la domanda successiva. Voleva capire se quella sicurezza fosse preparata o naturale.
Mi ha osservato a lungo. Non come si osserva un tecnico. Come si osserva qualcuno che ha trovato una porta e non ha ancora deciso se bussare.
E: «È un appassionato?»
A: «La musica mi ha portato lontano.»
E: «Dove?»
Non ho risposto subito.
La pausa ha fatto il lavoro che avrebbe fatto una spiegazione. Elena ha percepito che stavo per dirle qualcosa di personale. Non troppo personale. Abbastanza da farle credere di essere stata scelta.
A: «Scrivo.»
E: «Cosa?»
A: «Racconti.»
Ho lasciato che la parola restasse sospesa tra noi.
E: «Di che tipo?»
A: «Di persone che scoprono di desiderare cose che non avrebbero mai ammesso.»
Ha sollevato un sopracciglio.
E: «Racconti erotici?»
A: «A volte.»
E: «E li pubblica?»
A: «Sotto pseudonimo.»
E: «Per vergogna?»
La domanda è uscita con troppa velocità.
Non della sua. Della mia.
Ho sorriso appena.
A: «Per discrezione.»
Elena ha abbassato lo sguardo sulla scrivania. La penna che teneva tra le dita ha ruotato una volta, poi un’altra.
E: «E cosa le interessa delle fantasie degli altri?»
A: «Il momento in cui smettono di raccontarsi che non le hanno.»
Questa volta la penna si è fermata.
Il suo viso era ancora composto, ma la domanda l’aveva raggiunta. Non perché avesse parlato di lei. Proprio perché non l’avevo fatto.
Le persone si difendono meglio dalle accuse che dalle possibilità.
E: «Lei crede di conoscere molto degli altri» ha detto.
A: «No. Credo che gli altri dicano molto più di quanto pensano.»
E: «E io cosa avrei detto?»
A: «Per ora? Niente.»
Mi ha guardato.
E: «E allora perché continua a parlare?»
A: «Perché lei continua ad ascoltare.»
Il silenzio si è allungato.
Nessuno dei due ha parlato subito. Il silenzio è durato abbastanza da diventare una risposta.
Fuori dall’ufficio qualcuno è passato nel corridoio. Elena non ha guardato verso la porta. In quel momento non era più la donna che controllava chi entrava e chi usciva.
Era una donna che non voleva essere interrotta.
E: «Mia madre ascoltava queste canzoni» ha detto.
La voce era più bassa.
E: «Metteva la radio mentre cucinava. Io rimanevo in cucina con lei. Battisti, Mina, quelle canzoni lì.»
Si è fermata.
Ho visto il momento esatto in cui si è accorta di avermi dato qualcosa.
Non un’informazione. Un ricordo.
A: «È un bel ricordo» ho detto.
E: «Non ho detto che fosse un bel ricordo.»
A: «No.»
E: «Ho detto soltanto che ascoltava quelle canzoni.»
A: «A volte le due cose coincidono. A volte no.»
Le sue labbra si sono dischiuse appena. Avrebbe potuto correggermi, rimettere la conversazione sul lavoro, chiedermi di uscire.
Non l’ha fatto.
E: «Lei è strano» ha detto.
A: «Me lo dicono spesso.»
E: «Dovrei farla accompagnare fuori dalla sicurezza.»
A: «Potrebbe.»
E: «E perché non dovrei?»
A: «Perché sono l’unico che ha visto quella playlist e non le ha chiesto nulla.»
Quella frase l’ha colpita più di quanto volessi.
Elena ha chiuso Spotify. Non con rabbia. Con attenzione. Come si chiude una porta quando si sa che qualcuno potrebbe provare a riaprirla.
E: «Non sa niente di me» ha detto.
A: «Non ancora.»
E: «Non si illuda.»
A: «Non mi illudo mai.»
Mi sono diretto verso l’uscita.
Alla porta mi sono fermato e ho guardato indietro.
A: «C’è anche Paoli.»
Elena non ha risposto.
A: «C’è gente che non sa dormire. È una scelta interessante.»
E: «La canzone?»
A: «La scelta.»
Questa volta il sorriso è arrivato davvero. È durato poco, ma l’ho visto.
Non le ho detto che avevo già notato la cosa più importante: Elena non si era irrigidita quando avevo parlato di desideri nascosti.
Si era irrigidita quando avevo detto che le persone smettono di negare.
Ho chiuso la porta alle mie spalle.
Il primo giorno non avevo conquistato niente.
Avevo soltanto trovato la prima crepa.
E una crepa, se sai aspettare, è già un invito.
Alla prossima.
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Se avete letto fin qui, potete scrivermi.
Mi interessano i vostri commenti, le vostre impressioni e i suggerimenti sulla storia. Se volete sapere cosa succede a Elena, se avete una fantasia che non avete mai raccontato a nessuno, o se vi incuriosisce l’idea di un gioco mentale vissuto in coppia o da soli, potete contattarmi.
Forse avete una moglie che vorrebbe essere scoperta. Forse siete una coppia che vuole mettere alla prova la propria complicità. Forse volete soltanto raccontarmi una parte di voi che non mostrate a nessuno.
Non prometto giudizi. Prometto attenzione.
Scrivete a:
alepaolozzo@gmail.com
Alex



Sempre più coinvolta con Giacomo, bei racconti grazie
Per me non è una novità...anche se bianchi o nere/i non fanno differenza.... sono solo protagonisti come tutti gli altri..
Ciao William! Mi fa piacere che ti sia piaciuto tanto da rileggerlo. Ma non è stato un calcolo narrativo. L'incipit…
Bellissimo racconto, aspetto il seguito 👍👏
Non solo riempite bene, ma anche fatta la gioia dei cornuti che hanno leccato a dovere!