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L’INSOSPETTABILE – Episodio 3: Il Primo Segno

By 7 Settembre 2026No Comments

Episodio 3: Il Primo Segno

La prima settimana del mese Alex non fece nulla.

O almeno, fu quello che Elena riuscì a vedere.

Entrava nel suo ufficio, sistemava un computer, controllava un cavo, lasciava un fascicolo sulla scrivania e usciva. Non parlava della scommessa. Non nominava il marito. Non faceva domande sulla sua fantasia.

Sembrava aver perso interesse.

Il primo giorno Elena non se ne accorse.

Il secondo sì.

Il terzo cominciò ad aspettare che succedesse qualcosa.

Quando Alex entrò con un fascicolo, lei non alzò subito lo sguardo.

E: «Tutto qui?»

A: «Aveva detto con discrezione.»

E: «Credevo che volesse dimostrarmi qualcosa.»

A: «Ho un mese.»

E: «Non ha intenzione di cominciare?»

A: «Ho già cominciato.»

Elena sollevò gli occhi.

E: «E cosa avrebbe fatto?»

A: «Sono entrato.»

E: «Questo non è un gioco.»

A: «Lo decide lei?»

Alex lasciò il fascicolo sulla scrivania e uscì.

Elena rimase a guardare la porta chiusa.

La prima sfida fu quasi invisibile.

Il giorno dopo Alex arrivò con due fascicoli. Uno riguardava il budget trimestrale. L’altro una pratica che Elena aveva tenuto da parte per una settimana: una richiesta del marito, una modifica a un appuntamento che lei avrebbe dovuto organizzare, una cosa domestica che non aveva niente a che fare con il lavoro ma che continuava a occupare spazio sulla sua scrivania.

Alex appoggiò i fascicoli uno accanto all’altro.

A: «Quale vuole prima?»

E: «Non può deciderlo lei?»

A: «Potrei.»

E: «E allora perché lo chiede a me?»

A: «Per vedere se sceglie quello che vuole o quello che le sembra più urgente.»

Elena guardò il fascicolo del marito. Poi quello del budget.

E: «Il budget.»

A: «Bene.»

E: «Non faccia quella faccia.»

A: «Quale faccia?»

E: «Quella di chi pensa di aver capito qualcosa.»

A: «Non ho detto niente.»

E: «È questo il problema.»

Alex prese il fascicolo del budget e si spostò verso la stampante.

La pratica del marito rimase sulla scrivania.

Elena lavorò per mezz’ora senza aprirla.

Poi la prese.

La aprì.

La richiuse.

Alex non si voltò, ma lo seppe dal rumore della carta.

La seconda sfida fu più semplice.

Durante un intervento al computer, Alex le chiese di scegliere la musica.

A: «Classica o italiana?»

E: «Classica.»

A: «È sicura?»

E: «Non ricominci con la playlist.»

A: «Non ho detto niente della playlist.»

E: «Lo sta pensando.»

Elena selezionò Bach. Prima di chiudere la finestra, però, il cursore rimase sulla playlist personale.

Un secondo.

Poi Bach riempì la stanza.

Alex lavorò senza parlare.

Dopo qualche minuto Elena abbassò il volume.

E: «Non sente?»

A: «Cosa?»

E: «La musica.»

A: «La sento.»

E: «E non ha niente da dire?»

A: «Mi aveva chiesto di non cominciare.»

Elena lo fissò.

E: «Lei è fastidioso.»

A: «Solo quando non parlo.»

Da quel momento cominciò a cercare le sue reazioni.

Gli chiedeva quale fascicolo avrebbe scelto. Gli domandava se una canzone fosse davvero quella che diceva di essere. Gli lasciava il caffè sulla scrivania e poi lo accusava di non ringraziarla abbastanza.

Alex non le restituiva mai una risposta completa.

Le lasciava una parte del lavoro.

Il resto doveva farlo Elena.

Una mattina le porse una cartellina.

A: «La tenga lei.»

E: «Perché?»

A: «Perché io potrei perderla.»

E: «Lei non perde niente.»

A: «Non lo sa.»

Elena prese la cartellina.

Alex la lasciò andare prima che le loro dita si toccassero.

E: «Avrebbe potuto tenerla lei.»

A: «Avrei potuto.»

E: «E invece me l’ha data.»

A: «Lei l’ha presa.»

Elena rimase in silenzio.

Era questo che Alex voleva insegnarle senza chiamarlo insegnamento: non tutto ciò che passa nelle mani di qualcun altro è una perdita.

Ma Elena non era ancora pronta a riconoscerlo.

A metà del mese Alex si assentò per tre giorni.

Non avvisò Elena. Non era tenuto a farlo.

Il primo giorno lei pensò che avesse un intervento altrove.

Il secondo chiese alla segretaria se il consulente fosse ancora in azienda.

Il terzo lasciò la porta del suo ufficio aperta fino a sera.

Quando Alex tornò, la trovò in piedi vicino alla finestra.

E: «Dov’era?»

La domanda uscì prima del saluto.

A: «In un’altra sede.»

E: «Poteva dirlo.»

A: «Non me l’ha chiesto.»

E: «Non sono tenuta a chiederle dove va.»

A: «No.»

E: «E non mi interessa.»

A: «Lo so.»

Elena strinse la mascella.

E: «Lei è molto sicuro di sé.»

A: «No. Sono sicuro di quello che ho visto.»

E: «E cosa avrebbe visto?»

A: «Che ha lasciato la porta aperta per tre giorni.»

Elena si voltò verso la porta.

Era ancora aperta.

E: «È un ufficio.»

A: «Naturalmente.»

Alex appoggiò sulla scrivania una busta chiusa.

E: «Cos’è?»

A: «Una pratica da firmare.»

E: «Poteva lasciarla alla segretaria.»

A: «Potevo.»

E: «Ma è tornato lei.»

A: «Sono tornato.»

E: «Perché?»

A: «Perché avevo finito il lavoro nell’altra sede.»

Elena rimase a guardarlo.

Alex non le disse che era tornato perché voleva vedere la sua reazione.

Non era necessario.

Lei gliel’aveva già mostrata.

Quella sera Elena si trattenne in ufficio più del solito. Non aveva più niente di urgente da fare, ma non voleva essere la prima a uscire.

Quando passò davanti alla sala tecnica, vide Alex parlare con un collega.

Non si fermò.

Rallentò.

Poi proseguì.

Il giorno dopo fu lei a entrare da Alex senza chiamarlo.

E: «Ha lasciato la busta sulla mia scrivania.»

A: «Sì.»

E: «Non la vuole?»

A: «È sua.»

E: «Non era questo che intendevo.»

A: «Lo so.»

E: «Lei sa troppe cose.»

A: «Lei ne dice molte.»

Elena chiuse la porta alle sue spalle.

Per la prima volta fu lei a farlo.

Alex lo notò.

Non disse nulla.

La tela si stava formando attraverso gesti che Elena considerava suoi.

Alex le lasciava scegliere quale fascicolo aprire, quale musica ascoltare, quando chiudere una porta, se prendere una cartellina, se cercarlo dopo la sua assenza.

Ogni volta Elena sceglieva.

Ogni volta, dopo aver scelto, cercava il suo sguardo.

Il parallelismo con la madre emerse durante una discussione sul lavoro.

Elena aveva appena rimproverato un giovane responsabile amministrativo. Il ragazzo aveva commesso un errore e si era giustificato troppo.

E: «Se accetta ogni scusa, poi finisce per fare il lavoro degli altri.»

A: «Lei non accetta scuse.»

E: «Le scuse non risolvono i problemi.»

A: «E il controllo li risolve?»

E: «Il controllo impedisce che si ripetano.»

A: «Sempre?»

E: «Quasi sempre.»

A: «E quando non funziona?»

E: «Si aumenta il controllo.»

Alex osservò la sua mano. Elena stava stringendo la penna così forte da avere le nocche bianche.

A: «È quello che faceva sua madre?»

Elena alzò il viso.

E: «Non la nomini.»

A: «Non ho detto niente di lei.»

E: «L’ha nominata.»

A: «Ho fatto una domanda.»

E: «Lei fa domande solo quando pensa di conoscere già la risposta.»

A: «A volte faccio domande per permettere all’altra persona di sentirla con la propria voce.»

Elena si alzò.

E: «Io non sono mia madre.»

A: «No.»

E: «Non le somiglio.»

A: «No.»

E: «Ho costruito tutto per non diventare come lei.»

A: «Lo so.»

E: «Allora non provi a metterci sullo stesso piano.»

A: «Non siete sullo stesso piano.»

Elena aspettò.

A: «Lei ha imparato a comandare per non dover mai più obbedire.»

E: «E questo sarebbe un difetto?»

A: «No.»

E: «Allora?»

A: «Il problema è quello che succede quando torna a casa.»

Elena diventò immobile.

Alex non aggiunse altro.

Non parlò del marito. Non ne aveva bisogno.

Elena si sedette lentamente.

E: «Lei non sa cosa succede a casa mia.»

A: «No.»

E: «Allora non faccia deduzioni.»

A: «Non sto deducendo ciò che fa suo marito.»

E: «E cosa sta deducendo?»

A: «Che lei ha passato la vita a combattere contro l’idea di essere una donna che subisce. E che forse, quando finalmente nessuno la guarda, si concede di non combattere.»

Elena si alzò di scatto.

E: «Basta.»

A: «Va bene.»

Alex raccolse la sua valigetta.

E: «Tutto qui?»

A: «Ha detto basta.»

E: «E lei se ne va?»

A: «Sì.»

E: «Non prova nemmeno a difendersi?»

A: «Non devo difendermi.»

E: «È questo il suo gioco? Entrare, dire una cosa e poi scappare?»

A: «No. Il mio gioco è vedere cosa fa lei quando io smetto di spingere.»

Elena non rispose.

Alex uscì.

Quella sera Elena si guardò allo specchio più a lungo del necessario.

Non pensò a sua madre come a una vittima.

Pensò a se stessa.

Alle volte in cui aveva preparato tutto, deciso tutto, controllato tutto. Alle volte in cui aveva lasciato che il marito stabilisse il tono della casa con una telefonata, un silenzio, una richiesta fatta all’ultimo momento.

Non era la stessa cosa.

Non poteva esserlo.

Eppure la sensazione era la stessa.

Quella di avere costruito un’armatura per poterla togliere soltanto davanti a una persona.

La differenza era che sua madre non aveva scelto.

Elena sì.

O almeno, voleva credere di sì.

Da quel giorno diventò più aggressiva.

Alex ricevette domande dirette, accuse, sorrisi senza umorismo.

E: «Ha trovato la mia fantasia?»

A: «Non ancora.»

E: «È passato quasi un mese.»

A: «Lo so.»

E: «Non mi sembra che lei stia facendo grandi progressi.»

A: «Ne è delusa?»

E: «Sono divertita.»

A: «Non è la stessa cosa.»

E: «Lei non ha fatto niente.»

A: «Le ho lasciato scegliere.»

E: «Non è una conquista.»

A: «Perché?»

E: «Perché non mi ha mai chiesto nulla.»

Quella frase rimase tra loro.

Alex la guardò senza sorridere.

A: «E lei voleva che lo facessi?»

Elena si alzò.

E: «Non metta parole in bocca alle persone.»

A: «Non lo sto facendo.»

E: «Lei non ha capito niente.»

A: «Ha ragione.»

E: «Ho vinto io.»

A: «Non ancora.»

E: «Quando se ne va?»

A: «Tra due giorni.»

E: «Bene.»

A: «Non sembra sollevata.»

E: «Sono sollevata.»

A: «No.»

Elena batté una mano sulla scrivania.

E: «Lei non fa nulla, Alex. Non entra nella mia testa. Non vede niente. Non capisce niente. Ha vinto una scommessa ridicola perché ha sbirciato una camicia e una borsa da palestra, e da allora si comporta come se avesse scoperto chissà cosa.»

Alex rimase fermo.

E: «Mi aspettavo di più.»

La frase le sfuggì.

Elena la riconobbe subito, ma era troppo tardi per riprenderla.

E: «Mi aspettavo che fosse più capace. Più intraprendente. Pensavo che avrebbe fatto qualcosa.»

A: «L’ho fatto.»

E: «Quando?»

A: «Ogni volta che lei ha scelto.»

Elena rise senza allegria.

E: «Questa è la sua grande scoperta? Che scelgo?»

A: «No.»

Alex aprì la valigetta.

A: «La scoperta è che lei sceglie sempre la stessa cosa.»

E: «Cosa?»

A: «Prima costruisce il controllo. Poi cerca qualcuno a cui affidarlo. Poi si arrabbia con quella persona perché le ricorda quanto desiderava affidarsi.»

Elena fece un passo indietro.

E: «Non è vero.»

A: «Ha chiuso la porta quando le ho detto che non avrei insistito.»

Elena guardò la porta.

A: «Ha lasciato la porta aperta quando pensava che me ne fossi andato.»

E: «Era un caso.»

A: «Ha aperto il fascicolo che aveva rimandato.»

E: «Per lavoro.»

A: «Ha scelto la musica privata e poi ha finto di non averlo fatto.»

E: «Non significa niente.»

A: «Mi ha cercato dopo tre giorni di assenza.»

E: «Ero irritata.»

A: «È la forma che usa quando è preoccupata.»

Elena rimase in silenzio.

A: «Ha detto che non voleva essere come sua madre. E poi mi ha descritto la sua paura con parole diverse.»

E: «Io non sono come lei.»

A: «No. Sua madre subiva senza poter scegliere. Lei ha trasformato il potere in una porta. La apre soltanto davanti a qualcuno che ritiene capace di non ferirla.»

E: «E lei sarebbe quella persona?»

A: «Non lo so.»

E: «Finalmente una cosa che non sa.»

A: «Per questo le sto chiedendo di scegliere ancora.»

Alex tirò fuori due scatole identiche.

Le posò sulla scrivania.

Su una c’era scritto: LA TUA FANTASIA PIÙ GRANDE.

Sull’altra: LA TUA PAURA PIÙ GRANDE.

Elena smise di respirare per un istante.

E: «Cos’è?»

A: «La parte che mancava.»

Alex mise due buste bianche accanto alle scatole.

A: «Dentro le scatole ci sono due biglietti che ho scritto prima di venire. Lei non li aprirà ora.»

E: «E io dovrei scrivere?»

A: «La sua fantasia più grande in una busta. La sua paura più grande nell’altra.»

E: «Perché?»

A: «Perché tra due giorni, un’ora prima del CDA, le apriremo insieme.»

E: «E se non coincidono?»

A: «La scommessa finisce. Lei ha vinto.»

E: «E se coincidono?»

A: «Le dirò il premio che ho scelto.»

Elena guardò le due scatole.

E: «Ha già deciso cosa scriverà?»

A: «Sì.»

E: «E pensa di sapere cosa scriverò io?»

A: «Penso che lei sappia già cosa scriverà. Ha soltanto paura di riconoscerlo.»

La rabbia nei suoi occhi si trasformò in qualcosa di più difficile.

E: «Lei è un manipolatore.»

A: «Sì.»

E: «Almeno lo ammette.»

A: «Non le ho mai detto di essere innocuo.»

E: «E se io rifiuto?»

A: «Rifiuta.»

Elena prese le due buste.

Le tenne in mano senza guardarle.

E: «Non aprirò i suoi biglietti.»

A: «Non prima del CDA.»

E: «E lei non farà altro?»

A: «No.»

E: «Mi lascerà con questa cosa per due giorni?»

A: «Le ho lasciato un mese.»

E: «Non è la stessa cosa.»

A: «Lo so.»

Elena infilò le buste nel cassetto.

Non lo chiuse a chiave.

Alex raccolse la valigetta.

E: «Alex.»

Si fermò sulla porta.

E: «Se davvero pensa di conoscermi, perché non mi dice subito cosa c’è scritto?»

A: «Perché voglio che lo dica lei.»

E: «E se non lo dirò?»

A: «Allora avrà scelto di restare quella che è sempre stata.»

E: «E chi sarei?»

A: «Una donna che ha paura di essere come sua madre e che, per non diventarlo, non si è mai permessa di affidarsi davvero a nessuno.»

Elena rimase immobile.

A: «Tra due giorni sapremo se vuole soltanto essere forte o se vuole anche essere vista.»

Alex uscì.

Questa volta Elena non guardò la porta.

Guardò il cassetto.

La tela era davanti a lei.

Ogni filo portava a una scelta che aveva fatto da sola.

Il caffè.

La porta.

La musica.

Il fascicolo.

I tre giorni di assenza.

La rabbia per il suo silenzio.

La delusione per non essere stata conquistata abbastanza.

Non era stata Alex a trascinarla dentro il gioco.

Era stata lei a continuare a tornare.

E questo era ciò che la spaventava di più.

Alex

Se vuoi raccontarmi cosa hai pensato di questo episodio, puoi scrivermi a alepaolozzo@gmail.com.

Accetto commenti, suggerimenti e proposte. Se ti incuriosisce il gioco mentale di Alex, se hai una fantasia da raccontare o se vuoi immaginare una dinamica di coppia, puoi contattarmi.

Non prometto giudizi. Prometto attenzione.

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